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L'editoriale

Hanno vinto gli ecologisti ma comanderà il Ppd

di

Claudio Carrer

Le elezioni federali di domenica scorsa hanno dato uno storico e per la Svizzera inusuale scossone agli equilibri politici in Consiglio nazionale, dominato nella legislatura passata da una maggioranza di destra Udc-Plr: la nuova Camera del popolo è nettamente più ecologista, più femminile, più giovane, un po’ più di sinistra e più progressista e aperta su questioni di politica sociale. È indubbiamente un segnale incoraggiante e che dà la misura dell’efficacia delle grandi mobilitazioni di quest’anno delle donne e dei giovani per il clima, ma è ancora tutto da vedere come i nuovi rapporti di forza si tradurranno in decisioni politiche concrete.

Innanzitutto perché restano ancora da assegnare tramite i ballottaggi 22 seggi del Consiglio degli Stati (che nel nostro sistema bicamerale ha lo stesso peso del Nazionale, dovendo ogni decisione ottenere l’avallo di entrambi i rami del Parlamento). E poi perché, per imporsi, le forze di sinistra ed ecologiste hanno bisogno, oltre che di un’intesa reciproca (non sempre scontata), dei voti del Partito popolare democratico (Ppd). Un partito da decenni in caduta libera, sempre più marginale nei Cantoni e nelle città, ma che con il suo 11 per cento può essere considerato il vero vincitore di queste elezioni, perché torna ad avere un potere decisivo, a essere ago della bilancia tra la destra e la sinistra.


Non ci si devono dunque attendere decisioni rivoluzionarie, ma grazie soprattutto al trionfo dei Verdi, che sono su posizioni di sinistra in quasi tutti gli ambiti politici e generalmente attenti alle istanze del mondo del lavoro, si creano condizioni favorevoli, oltre che per la politica climatica e ambientale, anche per la tutela dei diritti dei salariati, per la realizzazione della parità di genere, per la difesa del servizio pubblico, per le politiche familiari, nel campo dei diritti civili, nell’ambito della previdenza per la vecchiaia eccetera. Sulla questione del clima, su cui i Verdi vogliono portare attorno a un tavolo tutti gli altri partiti entro fine anno (operazione già quasi riuscita), sarà però importante che il prezzo della “svolta” non venga caricato interamente sui salariati a suon di tasse dissuasive: una riforma ecologica è urgente e necessaria ma deve essere sostenibile dal punto di vista sociale e non penalizzare le fasce più deboli.


L’avanzata degli ecologisti in parte anche a scapito del Partito socialista (Ps) potrebbe poi avere il merito di aprire un dibattito interno allo stesso Ps, che dovrebbe seriamente interrogarsi sull’efficacia della continua rincorsa al centro con una politica del compromesso a tutti i costi e dunque sulle ragioni della sonora sconfitta subita. Una sconfitta che non si può certo spiegare, come fa il presidente Christian Levrat, col fatto che al Ps manca la parola “verde” nel nome.


Nelle prossime settimane saremo forse un po’ distratti dallo sterile dibattito sull’entrata degli ecologisti in Consiglio federale, che realisticamente, salvo clamorose sorprese, potrà diventare un’opzione soltanto tra quattro anni e solo se i partiti dell’area riusciranno a confermare la loro forza. Come vuole la consuetudine elvetica.
Sarebbe invece più utile spostare l’attenzione sui contenuti (ed è quello che sembrano voler fare i Verdi, per esempio con la loro iniziativa di un vertice nazionale sul clima) e magari riflettere sulle ragioni della forza del partito di maggioranza assoluta (quello degli astenuti) e sul perché quello di maggioranza relativa resta l’Udc, il partito dell’odio. 

Pubblicato

Giovedì 24 Ottobre 2019

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