Sono un chiassese disamorato della sua città. Sempre, quando abitavo a Chiasso, ho dissentito, in materia di politica e di cultura; ma ero affezionato agli abitanti, alle vie, all'atmosfera particolare che si respirava tra gli spedizionieri, i ferrovieri, i doganieri. La città mi piaceva. Era la mia America: passeggiando per i suoi quartieri mi pareva di sentire il saxofono di Charlie Parker… Chiasso città aperta, luogo di passaggio dove si respirava la precarietà. Mi piaceva la terra di nessuno tra Svizzera e Italia, il fatto di essere confrontati con un altro mondo, l'arguzia degli abitanti. Ancora oggi, se incontro un chiassese in giro per il mondo, tra noi si stabilisce un'affettuosa complicità: la chiassitudine. Di questa piccola città ho scritto parecchio, in prosa e in versi. Ma da qualche tempo me ne sto disamorando. L'ultimo episodio, il municipio riunito d'urgenza che ordina di disfare l'albero di Natale addobbato con i simboli dell'amore fraterno, ha il sapore della violenza. È stato addirittura un granconsigliere, notorio facinoroso, a dare il via alla razzia. Fosse stata l'istallazione di un artista concettuale, forse il municipio l'avrebbe appoggiata; ma veniva dagli allievi delle scuole ed era fatta con stracci "napoletani". Ai benpensanti non piaceva. Ai creatori di "eventi" non piace il messaggio evangelico: preferiscono i panettoni, i salami, la mazza in piazza, le lenticchie e il cotechino. Questo è il mondo migliore che annunciano. Ora, di fronte all'albero di piazza Indipendenza, che i razziatori si sono affrettati a ridecorare con tristi palle, provo non solo disagio, ma anche  sdegno nei confronti delle autorità comunali.
L'ipocrisia imperversa. I governanti derubano dei loro sogni i ragazzini delle Medie e chinano la testa davanti ai lingotti delle banche e ai rimbrotti bottegai. Forti con i deboli e deboli con  i potenti. Come a Lugano, alcuni mesi fa, quando il sindaco ubbidì ai gioiellieri di via Nassa, disturbati dagli sguardi pieni di dolore di una famiglia di rifugiati eritrei ospitata da un albergo del centro. Allora si trattava di persone, fatte sloggiare dal centro della grande Lugano; ora sono simboli, fatti sparire da una Chiasso meschina: quei vestiti legati l'uno all'altro erano un ingenuo grido che si levava da chi non ha ancora perso la speranza di sconfiggere il male sulla terra. Ora rimane il silenzio: sotto l'abete, per le Feste, ci saranno i resti della mazza  del maiale.
Passato il confine, la situazione non migliora. Anzi. Se qui hanno cancellato l'abbraccio, là hanno tagliato la testa al moro. A Maslianico, altro luogo della mia geografia affettiva, i razzisti hanno decapitato Gaspare, il re magio nero,  nel presepe all'aperto allestito dalla Pro Loco. Hanno ammazzato il Natale.

Pubblicato il 

17.12.10

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