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Haidi Giuliani, madre di Carlo: sarò a Firenze"

di

Gianfranco Helbling
C’è una triste somiglianza fra le settimane che precedettero il vertice del G8 a Genova nel luglio dello scorso anno e questa vigilia di Forum sociale europeo a Firenze. Oggi come allora infatti il Governo italiano sta facendo di tutto per screditare il movimento no-global, inventando ad uso dei media un’emergenza esasperata e riducendo a problema di ordine pubblico e sicurezza il dissenso alle politiche neoliberiste. Può allora essere utile riflettere sulle manifestazioni di Genova. E lo facciamo con due testimoni d’eccezione. La prima è Haidi Gaggio Giuliani, la mamma di Carlo, il ragazzo ucciso dal colpo di pistola sparato da un carabiniere alle 17.20 del 20 luglio 2001 in Piazza Alimonda. Il secondo è l’avvocato Andrea Sandra, che patrocina molti manifestanti che dal G8 sono alle prese con la giustizia. Con loro ci siamo intrattenuti in occasione della mostra “Le geometrie della memoria” organizzata a Berna a fine settembre di cui sono stati ospiti. Signora Giuliani, qual è il clima politico della sua famiglia, nel quale dunque è cresciuto anche Carlo? Nella mia famiglia d’origine la tendenza è stata sempre democratica di sinistra. Quando io ho conosciuto il padre dei miei figli militavamo entrambi nel Partito Comunista. Alla morte di Enrico Berlinguer non ho più rinnovato la tessera del Pci perché non mi sono più riconosciuta in quel partito, a maggior ragione dopo la divisione. Ora sono una vecchia comunista. Ad un certo punto della mia vita, smettendo di lavorare, ho anche lasciato l’impegno politico: avendo fatto la maestra tutta la vita ho sempre condotto la mia battaglia all’interno della scuola: per me nella scuola c’era tutto il sociale. Dopo anni di battaglie pensavo di poter passare il testimone politico alle generazioni più giovani. Mio marito invece ha continuato l’impegno attivo anche perché era diventato sindacalista. Lei ha anche origini svizzere. Mia madre era zurighese, di famiglia proveniente dall’alta borghesia. I miei genitori si sono conosciuti perché mia mamma era venuta in Italia, a Roma, per frequentare una famosa scuola di canto, scuola che già frequentava mio padre, reduce della Prima Guerra Mondiale. Il loro fu un bel matrimonio d’amore. Tra l’altro il giorno dopo la morte di Carlo sono andata in Piazza Alimonda dove c’erano molti fiori e bigliettini, e fra questi ne trovai uno, firmato “ragazzi e ragazze svizzeri”, che mi piacque molto. C’era scritto: «Forse non possiamo obbligarli a dire la verità, ma possiamo costringerli a mentire più palesemente». Vivendo a Genova quali erano i suoi sentimenti prima del G8? Gli stessi di adesso, non sono assolutamente cambiati. Francesca Comencini nel film-intervista che le ha dedicato, “Carlo Giuliani, ragazzo”, la definisce “madre e combattente”. Si riconosce in questa definizione? Ammettiamo che sono una combattente, ma una che si era un po’ ritirata dal campo di battaglia. Ora lo sono ridiventata a pieno titolo, ma perché mi hanno fatto ridiventare combattente. Per molto tempo dopo la morte di Carlo ero rimasta riservata, non mi sono fatta riconoscere subito: solo l’idea di espormi pubblicamente mi terrorizzava. Poi a poco a poco ho ceduto alle richieste, e adesso ovunque me lo chiedano vado e racconto la mia esperienza. Mi sono ritrovata nella veste di combattente, e quindi ne assumo il ruolo. Mio marito invece s’è esposto fin dal primo giorno, ma già allora eravamo sempre d’accordo su tutto. Così il primo comunicato, che chiedeva pace, l’abbiamo scritto insieme per prevenire una possibile escalation degli eventi ancora durante il G8: il movimento ha raccolto questo appello, ed è stato soltanto grazie al suo grande senso di responsabilità che poi non ci sono stati eventi ancora peggiori. Quanto alla madre, ciò che vado in giro a dire o a fare non è tanto per Carlo, perché per lui non posso più fare niente, ma perché vorrei che di Carlo e di mamme di Carlo non ce ne fossero più a questo mondo. Colpisce nelle apparizioni pubbliche sue e di suo marito la vostra compostezza, contrapposta alla sguaiataggine delle istituzioni. Credo che questo sia un valore che abbiamo ereditato. Noi abbiamo una cultura di sinistra che ci ha dato forza e dignità, e l’abbiamo dimostrata, nonostante la reazione delle autorità volgare e sguaiata. Vivo in Italia per abitudine. E tutto sommato non credo che questo Paese sia migliore o peggiore degli altri. Oggi però faccio molta fatica nel vedere ciò che si sta facendo di questo Paese, che abbiamo ereditato da chi ha combattuto ed è morto per la libertà e la democrazia. Che sentimenti prova oggi nei confronti di chi il 20 luglio 2001 ha sparato a suo figlio? Io non so ancora chi ha sparato il 20 luglio, e continuo a chiedere giustizia proprio perché si faccia luce su ciò che è avvenuto davvero. Non posso quindi provare nessun sentimento verso una persona precisa, perché ancora oggi non è stata individuata con certezza. Tutto quel che di sicuro so è che qualcuno ha sparato a Carlo. Certo, c’è una persona indicata come colui che premette il grilletto. Non l’ho non ho mai incontrato e che non voglio incontrarlo, perché di certo, in quelle condizioni, riuscire a sparare significa comunque essere un po’ assassini, indipendentemente dall’esito. Le responsabilità maggiori sono però di chi gli sta sopra. Senza con questo arrivare a dire che chi ha sparato sia a sua volta una vittima. Vedendo il film di Comencini, che ripercorre il 20 luglio di Carlo, impressiona come tutto sia avvenuto casualmente. Non si chiede mai cosa sarebbe successo se solo una cosa fosse andata diversamente? Me lo chiedo sempre, tutti i giorni. D’altra parte non posso pensare che Carlo, dal momento che aveva deciso di seguire la manifestazione, avrebbe potuto evitare di trovarsi nel posto in cui era al momento in cui è stato ucciso. Qualcuno ha detto che era inevitabile che lui fosse lì perché faceva parte del suo carattere. Credo abbia ragione. Nel film si vede una fotografia in cui Carlo è solo, le braccia lungo il corpo, mentre osserva di fronte a sé una massa impressionante di agenti in tenuta antisommossa. Lei dice che quella foto è emblematica del carattere di Carlo: egli ci appare molto ingenuo, a fronte della spaventosa premeditazione delle autorità. Sì, Carlo era al contempo ingenuo e generoso. Comunque non stupido. Quella foto è emblematica perché rappresenta molto bene una parte del carattere di Carlo. Lui in quel momento voleva assolutamente capire cosa stesse accadendo. Purtroppo non l’ha capito. Evidentemente è stato un po’ presuntuoso. Questo però non giustifica ciò che è accaduto in seguito, perché non credo si possa condannare una persona per eccesso di presunzione. Ha fiducia in chi sta conducendo l’inchiesta? Io ho fiducia nelle istituzioni, in particolare nella magistratura: come cittadina che va a votare e paga le tasse devo anche pensare che la magistratura adempia fino in fondo al suo compito, cioè amministrare la giustizia. Mi rendo conto che ci sono dei limiti negli esseri umani e quindi anche in chi amministra la giustizia, ma in questo momento non posso che avere fiducia: in qualche modo sono obbligata. Il movimento a Genova non ha fatto degli errori? Ha fatto lo stesso errore di Carlo, ha peccato di ingenuità. Ma credo che questo non possa essere considerato un grande errore. Molto più grave è la colpa di chi ha provocato tutto questo, in particolare di chi per molte settimane prima del G8 ha screditato agli occhi della pubblica opinione il movimento come violento. Ha avuto qualche espressione ufficiale di rincrescimento da parete dello Stato per la morte di suo figlio? Mi scusi, ma la sua domanda mi fa ridere. Perché è soltanto all’estero che ad un giornalista può venire in mente di pormela. In Italia nessuno se la sogna. Invece quando incontro dei tedeschi, degli inglesi, dei francesi o degli svizzeri puntualmente arriva. Qualcuno addirittura mi ha chiesto se lo Stato non ci abbia aiutato materialmente. Si figuri, non abbiamo ricevuto nemmeno una parola. Cosa l’ha colpita di più di ciò che ha vissuto dal 20 luglio 2001 ad oggi? Il fatto che un Paese così bello, abitato da gente così bella e generosa, si lasci governare da una destra così rozza. Mi stupisce che un popolo come quello italiano accetti che nei palazzi si faccia una politica indegna, con la p minuscola. Forse per la mia cultura di sinistra sono abituata a prestare più attenzione alla politica che viene dal basso, ma è da qui, dal popolo, che vedo oggi le spinte giuste per salvare questo Paese. C’è una lezione che si può trarre dalla morte di Carlo? Credo non ci si possa aspettare nulla di positivo dalla morte di un figlio. L’unica cosa che adesso desidero realizzare con tutte le mie forze è che si possa tenere alta la tensione su Carlo. L’invito mio quindi è di partecipare al Forum di Firenze. Io alla manifestazione del 9 novembre ci sarò, per Carlo. Proprio perché di nuovo si ricomincia a parlare di Black Bloc, di possibili scontri, di tensioni, seguendo esattamente lo stesso copione già visto nelle settimane precedenti al G8 di Genova: di questo brutto gioco è stato vittima Carlo, mi auguro non si ripeta. G8, parla l'avvocato: "vogliamo risalire a Fini" L’avvocato Andrea Sandra conosce da vicino gli incarti delle inchieste aperte dopo i fatti del G8 a Genova per essere patrocinatore sia di un centinaio di manifestanti sotto inchiesta, sia di manifestanti che hanno riportato lesioni da parte delle forze dell’ordine e hanno quindi sporto denuncia. Avvocato Sandra, cominciamo dai manifestanti oggetto d’indagine: per rapporto alla sua esperienza professionale le sembra che le inchieste si svolgano nel rispetto delle garanzie procedurali? È una domanda non facile. Non c’è alcun dubbio che nelle primissime fasi le garanzie difensive sono state del tutto trascurate: uno degli esempi più clamorosi è stata la sospensione del diritto di colloquio fra l’avvocato e il suo assistito, un principio che è il cardine di un corretto ordinamento procedurale penale. Successivamente le cose sono parecchio migliorate e anzi, in alcune occasioni c’è anche stato un certo spirito collaborativo con la Procura della Repubblica. Questo però è sintomo delle difficoltà dell’accusa a reperire se non prove, almeno indizi a carico delle persone che sono state individuate. Le reazioni molto forti dei Governi stranieri nei confronti del Governo italiano hanno contribuito a far meglio e più correttamente progredire le inchieste di quanto non si sarebbe verificato se coinvolti fossero stati soltanto cittadini italiani? Anche questo è difficile da valutare perché in questo momento tutte le situazioni processuali sono in stallo. Per ora infatti non si sono prese decisioni né nel senso di una possibile archiviazione nei confronti dei manifestanti, ciò che corrisponderebbe all’ammissione di aver fermato le persone sbagliate, né nel senso di un rinvio a giudizio, ciò che obbligherebbe l’accusa a scoprire definitivamente le carte. Comunque in termini generali mi pare che non ci siano stati grossi condizionamenti sul piano giudiziario. Ci sono stati invece, e forti, sul piano politico, ma è un fatto che in sede giudiziaria non ci aiuta. Questa impasse procedurale significa che si spinge verso una soluzione politica e non giudiziaria? Intanto speriamo che si arrivi ad una soluzione: che poi sia politica o giudiziaria dal punto di vista professionale ci interessa poco, ci interessa semmai di più dal punto di vista umano e da cittadini. Il fatto che a tutt’oggi non si siano ancora concluse le indagini e che la Procura si trinceri dietro la scusa della gran quantità di materiale probatorio, in particolare filmati, che richiederebbe per l’esame molto tempo, nasconde la debolezza di tutto il castello accusatorio. Deve almeno far riflettere che non ci sia stato alcun arresto in flagranza, ciò che rende per l’accusa estremamente difficile individuare i veri responsabili. Aggiungo un azzardo molto personale: ormai credo sempre più fermamente che nessuna delle persone che si è abbandonata ad atti di vandalismo sia stata fermata. Quanto all’aspetto meramente politico, è chiaro che l’indagine non mira tanto ad individuare i responsabili delle violenze, quanto piuttosto ad assolvere di fronte all’opinione pubblica la reazione delle forze dell’ordine, che è stata assolutamente sproporzionata. Se fossimo in una vicenda giudiziaria con uno sfondo politico diverso probabilmente l’inchiesta sarebbe già chiusa con l’archiviazione. Dunque si starebbe facendo un uso strumentale della procedura: occorre che questi manifestanti siano sotto inchiesta perché l’intervento delle forze dell’ordine appaia ancora giustificato, per quanto sproporzionato. Detta così è un’affermazione che può apparire particolarmente ingiuriosa, ma credo che questo in ultima analisi sia il significato dell’attuale situazione. Passiamo alle procedure che concernono manifestanti che hanno subito lesioni da parte delle forze dell’ordine: trova difficoltà particolari nell’accesso agli atti? No, o molto relativamente. Le denunce sono talmente tante che la Procura ha dovuto giocoforza creare uno spirito collaborativo. Così il filone delle indagini riguardante le responsabilità delle forze dell’ordine ha già potuto dare dei risultati importanti, basti pensare a tutte le falsità che sono emerse e si sono accertate rispetto all’irruzione nella scuola Diaz: le false molotov ritrovate nella scuola, il falso accoltellamento del poliziotto, le false denunce di aggressione, e così via. S’è quindi potuta chiarire tutta una serie di responsabilità sia degli agenti, che dei loro superiori che hanno dato l’ordine dell’irruzione e ne hanno stabilito le modalità. A noi ora preme risalire il più possibile la gerarchia per arrivare ad accertare le responsabilità politiche che necessariamente ci sono: è impensabile che i ministri e i viceministri, a cominciare da Gianfranco Fini, che erano a Genova in quei giorni e per di più nei centri nevralgici come la Questura, la caserma dei Carabinieri o la caserma di Bolzaneto, non sapessero che si stava preparando la mattanza della Diaz. Quindi da questo punto di vista l’indagine è andata avanti molto bene: bisogna dare merito alla Procura di non essere rimasta soggiogata dalle pressioni politiche fatte nei suoi confronti. Però non deve fermarsi al livello di questo o di quell’agente, perché le responsabilità sono molto più importanti sul piano politico: ed è in questa direzione che noi ora cerchiamo di far pressione sulla Procura. E non abbiamo motivo per dire che gli inquirenti intendano sottrarsi a questo lavoro. Si può ipotizzare quando tutte queste inchieste arriveranno ad un giudizio in prima sede, cioè rinvio a giudizio o abbandono? Per quanto concerne i manifestanti dovremmo esserci: è stata chiesta una proroga d’indagine, ma i tempi scadranno a cavallo fra dicembre e gennaio. Le indagini nei confronti delle forze dell’ordine non sono invece ancora così progredite anche perché sono iniziate in un secondo momento, per cui si andrà all’estate se non all’autunno prossimi.

Pubblicato

Venerdì 25 Ottobre 2002

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