Giustizia

Ha riciclato 300.000 franchi per la ‘ndrangheta: tre mesi con la condizionale

Il titolare di una stazione di servizio di Mendrisio ha cambiato franchi in euro a dei membri della cosca di Fino Mornasco. Per il Ministero pubblico della Confederazione si tratta di riciclaggio

Un’anonima stazione di servizio con annesso ufficio cambio a Mendrisio. Un luogo anonimo, come ve ne sono a bizzeffe nelle trafficate strade che portano verso il confine italiano. È questo il luogo scelto da alcuni membri della ‘ndrangheta per delle operazioni di cambio più che sospette. Oggi, il titolare di questa attività commerciale è il primo condannato elvetico nell’ambito delle indagini scaturite dall’operazione “Cavalli di razza” che, nel novembre 2021, aveva portato all’arresto di oltre cento persone, sei delle quali in Svizzera. L’uomo, 61 anni e residente nel Canton Neuchâtel, è stato ritenuto colpevole di riciclaggio tramite un decreto d’accusa firmato lo scorso 19 giugno dal procuratore federale Stefano Herold. In totale ha cambiato, senza le necessarie verifiche, circa 300 mila franchi in euro a degli affiliati alla ‘ndrina comasca di Fino Mornasco, a pochi chilometri dal confine di Chiasso, emanazione di quella calabrese di Giffone.

 

Il figlio di “Peppe la Mucca”

 

L’inchiesta “Cavalli di razza” aveva fatto molto parlare di sé, mettendo per l’ennesima volta in evidenza l’attrazione per Elvezia da parte della ‘ndrangheta. «Ma va allora nella Svizzera non esiste il 416 bis» era emerso in un’intercettazione tra due affiliati, facendo riferimento al fatto che in Svizzera la normativa contro il crimine organizzato è nettamente più blanda. Sei degli arrestati dell’autunno 2021 vivevano tra il Ticino, San Gallo e Zurigo, dove portavano avanti gli affari della ‘ndrina di Fino Mornasco. Droga e armi, soprattutto.

 

Tra i nomi emersi sull’asse Calabria-Como-Svizzera vi era quello di Pasquale Larosa. Classe 1993, residente a Zurigo, il trentenne è il figlio di del “Mammasantissima” Giuseppe La Rosa detto “Peppe La Mucca”, arrestato nel 2014 in Italia e poi condannato per associazione mafiosa, ma già residente nel Canton Grigioni dove teneva i contatti con alcune cellule in Lombardia ed affiliati presenti sul suolo elvetico. Un posto che sembra poi essere stato preso dal figlio il quale dirigeva i membri della locale di Fino Mornasco ormai sconfinata in Svizzera. L’inchiesta ha ad esempio mostrato una cosiddetta” mangiata”, un pranzo a base di capra tenutasi il 30 maggio 2020 in un orto del Canton Zurigo, a cui stando agli inquirenti italiani deve essere attribuita la natura di riunione mafiosa.

 

32.000 euro alla pompa di benzina

 

Pochi giorni dopo questo pasto, il 3 giugno 2020, Pasquale Larosa attraversa il Ticino e si ferma all'ufficio di cambio accanto al distributore di benzina. Come se nulla fosse, consegna 34.860 franchi al proprietario, che li converte immediatamente in 32.000 euro. Il miglior cambio che potesse ottenere quel giorno. Questa somma corrisponde più o meno al prezzo di un chilo di cocaina. Non si tratta di un dettaglio casuale.

 

Il giorno dopo, Pasquale Larosa è arrestato in Italia. In auto, mentre viaggiava verso la Svizzera, aveva nascosto nell'intercapedine dell'auto un chilo e 200 grammi di cocaina. Droga che era stata acquistata proprio tramite gli euro cambiati il giorno prima in Ticino. Queste informazioni emergono dal decreto d’accusa emesso nei confronti del titolare della pompa di benzina di Mendrisio che area ha potuto consultare.

Qualche tempo dopo l’arresto di Pasquale Larosa, il 18 luglio 2020, a Mendrisio si presenta Tommaso Alessi, un giovane domiciliato nel Canton San Gallo che sarà poi uno degli arrestati svizzeri dell’operazione “Cavalli di razza”. Assieme a lui, a bordo di una Fiat 500, vi è anche Michelangelo Larosa, colui che secondo gli inquirenti ha nel frattempo preso le redini del gruppo dopo l’arresto del fratello Pasquale. Alessi cambia in euro altri 36.300 franchi e discute con il titolare della stazione di servizio. Gli dice che “quell’amico nostro” gli mandava i suoi saluti e di “stare tranquillo che era tutto a posto”. Il riferimento, ovvio, è all’arresto di Pasquale Larosa.

 

Nei mesi successivi alla stazione di servizio di Mendrisio transitano a cambiare franchi in euro altre persone collegate alla ‘ndrina di Fino Mornasco. Oltre a Tommaso Alessi, passano anche Antonio Chindamo – detto “il Selvaggio”, domiciliato a Winterthur – e Giuseppe Scarfò. Tutti e tre sono stati arrestati nel novembre del 2021 e condannati in primo grado dal Giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Milano il 15 di dicembre 2023 per titolo di associazione di stampo mafioso e traffico di stupefacenti.

 

Violate le norme antiriciclaggio

 

Il Ministero pubblico della Confederazione ha potuto ricostruire sette operazioni di cambio, effettuati tra il giugno 2020 e il marzo 2021. In totale, in questo periodo, a Mendrisio sono stati cambiati quasi 300mila franchi in euro. L’operazione più cospicua è avvenuta il 27 luglio 2020, quando in un solo colpo sono stati cambiati 102.730 franchi. Importi, quindi, nettamente superiori ai 5.000 franchi: ossia il valore soglia oltre al quale occorre allestire una documentazione e accertarsi dell’identità del cliente. In questo caso – si legge nel decreto d’accusa – l’uomo «non ha accertato la controparte e non ha allestito nessun documento, violando così le normative antiriciclaggio e assumendosi così il rischio che nelle circostanze concrete il denaro fosse di origine criminale».

 

Per il procuratore Herold, l’uomo – considerato un intermediario finanziario – doveva presumere l’origine criminale del denaro. Non avendolo fatto «ha commesso atti di riciclaggio con dolo eventuale». Nei due interrogatori l’uomo ha dichiarato di essersi assunto tutti i rischi facendo questo tipo di operazione, dato che per lui l’attività di cambio valuta era «quella che gli permetteva di non fallire». Il titolare dell’attività commerciale è stato così condannato a 3 mesi con la condizionale, al pagamento di una multa di mille franchi più le spese giudiziarie per 6.000 franchi.

 

Il decreto d’accusa è entrato in giudicato: l’uomo ha accettato la proposta di pena e ha rinunciato a ricorrere. E ci mancherebbe visto la leggerezza della sanzione. Una pena non certo dissuasiva che non dispiacerà a tutti quei fiancheggiatori che con il loro operato – negligente o no poco importa – contribuiscono a far radicare nel sottobosco elvetico la malerba mafiosa.

Pubblicato il

28.06.2023 14:00
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