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Ha dedicato una vita al cinema

di

Gianfranco Helbling
Classe 1924, Freddy Buache è un’istituzione del cinema e della cultura in Svizzera. Da oltre 50 anni non si può parlare di cinema senza pensare a lui. Losannese, è stato direttore per 44 anni della Cinemateca svizzera che ha sede nella sua città, dopo aver dato un importante contributo a fondarla. Ha poi avuto un ruolo importante, proprio per finanziare la Cinemateca, nell’elaborazione della prima Legge federale sul cinema. È stato anche direttore del Festival di Locarno in coppia con Sandro Bianconi nel turbolento periodo 1967-’70. Docente, agitatore culturale, critico, Buache come ogni istituzione è stato ed è anche ingombrante. Ma a muoverlo è stata sempre la passione più genuina per un cinema che sappia parlare del mondo e della gente che ci vive. Intervistarlo è quindi un’impresa impossibile, un po’ come voler mettere degli argini ad un fiume in piena. Quelli che seguono quindi sono soltanto sprazzi di un incontro svoltosi seguendo l’arbitrio della sua memoria. La politica Mi sono interessato di cinema a causa della politica, intesa in senso molto ampio, in quanto il cinema è uno sguardo formidabile sul mondo. Politicamente da giovane mi situavo fra il Partito socialista e il Partito operaio popolare, mi definivano trotzkista: e da giovane mi accorsi che il cinema meglio di ogni altra forma d’arte era in grado di parlare della vita reale, quotidiana della gente. La nascita della Cinemateca Nella mia gioventù, quando avevo 18-20 anni, l’ideale per molti miei coetanei era la partenza, uscire dalla Svizzera, ciò che per noi romandi significava andare a Parigi. Ma io ero contrario: pensavo che si dovesse agire qui, creare qualcosa anche da noi. È per questo che negli anni ’50 con altri mi sono dedicato a fondo alla Cinemateca svizzera. Io ho avuto la fortuna straordinaria di incontrare Henri Langlois, il direttore della Cinemateca di Parigi, nel ’45. Da quell’incontro nel ’46 fondammo un cineclub a Losanna, e contemporaneamente ne nacquero moltissimi altri dappertutto in Svizzera. È da questa spinta che è nata la Cinemateca di Losanna. L’Expo del 1964 All’Esposizione nazionale del ’64 a Losanna, di cui ero membro del Comitato con tra gli altri Jean-Pascal Delamuraz, avevo insistito molto perché il cinema fosse ben rappresentato. Del resto le prime sovvenzioni federali per il cinema vennero proprio in occasione dell’Esposizione del ’64, che ha fatto da apripista ed è stata in questo senso fondamentale. E in quell’occasione il cinema suscitò un reale dibattito: ad esempio con i cortometraggi della serie “La Svizzera s’interroga” di Henry Brandt, che suscitarono un vivo interesse fra i visitatori, fu messo apertamente in discussione il nostro rapporto con gli stranieri, il senso del progresso economico in Svizzera, l’inquinamento atmosferico ecc... Nel contempo anche i film di Alain Tanner, di Michel Soutter, di Claude Goretta, di Francis Reusser e di altri affrontavano temi analoghi. È per i lavori di questi registi, politici in senso ampio, che m’interessai profondamente al cinema svizzero. Il festival di Locarno Quando ho assunto la direzione di Locarno con Sandro Bianconi le proiezioni avvenivano ancora nel parco del Grand Hotel. Ma a me un festival che ponesse al centro dell’attenzione l’aspetto glamour non interessava. Mi sembrava tutto da rifare. Per me era prioritario interessare i giovani al cinema e eliminare sia i premi che le proiezioni all’aperto. Con Bianconi volevamo fare un festival completamente nuovo. Quando Raimondo Rezzonico nel 1970 venne con l’idea delle proiezioni in Piazza dimissionai. Oggi devo riconoscergli una parte non indifferente di ragione. Ma un po’ mi dispiace che la nostra idea non abbia retto più a lungo. In Francia per esempio c’è il Festival della Rochelle che funziona su questi principi, e funziona molto bene. Il ‘68 Il secondo anno del nostro esperimento al Festival di Locarno fu il ’68. Avevamo come presidente della Giuria il ceco Jiri Menzel. Ma quell’anno il festival iniziò il giorno dell’entrata dei soldati sovietici a Praga. La prima sera molti ospiti del Festival occuparono la sala del Kursaal, volevano la sospensione del Festival. Il capo della polizia mi chiese se volevamo lo sgombero. Io, con al mio fianco Jean-Luc Godard, proposi per il giorno seguente un’assemblea degli invitati del Festival che decidesse il da farsi, scegliendo due alternative: o rimanere a Locarno lasciando che il festival si svolgesse regolarmente, oppure partire. Perché comunque erano a Locarno a spese del Festival. Gli ospiti capirono e in seguito il Festival ebbe luogo regolarmente. La guerra fredda Nella mia vita ha avuto una certa importanza la guerra fredda, qualcosa che in Svizzera si è sempre cercato di rimuovere. Per molti anni la polizia mi ha continuamente controllato, ci sono ad esempio delle schede in cui sono riportati minuziosamente i miei incontri con Jean-Luc Godard. Per molti funzionari e politici eravamo dei pericolosi sovversivi di sinistra. Quando proiettavamo qui film provenienti dalla Cecoslovacchia o da Cuba lo scandalo era assicurato. E non si trattava di film di propaganda, del resto l’ortodossia comunista non ci interessava per nulla, ma di lavori che, all’interno del sistema comunista, cercavano di proporre un’altra visione delle cose. Questo però non veniva capito nemmeno quando a Locarno portavamo i nuovi film di gente come Milos Forman. Si sospettava sempre chissà quale intrigo. La Cinemateca oggi Purtroppo non mi riconosco nella Cinemateca così come viene gestita oggi, ma non voglio attaccare chi adesso la dirige. Forse sono anche cambiate le condizioni oggettive. Però è vero che c’è una tendenza generale oggi a considerare le cineteche come degli archivi aperti soltanto a pochi iniziati, ferratissimi studiosi della materia cinema. E questo spiega almeno in parte la crescente ignoranza dei giovani studenti di oggi sulla storia del cinema. Per noi invece la Cinemateca doveva avere la funzione di far circolare il più possibile i film che tiene in deposito: non per niente era nata sulla spinta dell’entusiasmo generato dai nuovi Cineclub. Un film che mi ha deluso Oggi ritrovo una reale passione politica, in senso ampio, in film quali “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio. Non mi ha invece convinto “The Dreamers” di Bernardo Bertolucci. È vero, ci ritrovo i temi e le atmosfere che m’interessano, ma non mi ha entusiasmato: parte proprio dalla Cinemateca di Parigi e da Langlois, da cui in fondo è iniziata anche la mia vita professionale, e ci mette il ’68 e molto cinema. Ma “The Dreamers” deborda troppo in uno psicologismo sulla sessualità che non è stato trattato in maniera particolarmente felice. I registi svizzeri Oggi in Svizzera dal punto di vista materiale e delle possibilità è molto più semplice fare un film che 30 o 40 anni fa. Eppure sono pochissimi ormai i film svizzeri che sono in grado di appassionarmi. Il problema sta dunque nella testa dei cineasti: il cinema svizzero oggi mi sembra non sappia porsi i veri problemi che interessano la gente. I giovani cineasti Credo che ai giovani cineasti manchi la coscienza politica, nel senso di come situarsi in rapporto al mondo. È anche un problema di scuole di cinema, che oggi sono piene di docenti americani bravissimi a spiegare tutte le tecniche del mestiere ma nulla più. Oggi nelle scuole di cinema non si pensa più. Ecco perché spesso i pochi autori interessanti sono quelli che non escono dalle scuole di cinema, ma che hanno qualcosa da dire. Forse sbagliano, ma almeno osano. Ma noto anche un forte disimpegno da parte dei registi più anziani. Prenda Alain Tanner: ha annunciato che non farà più film perché non è d’accordo di fare del cinema in queste condizioni. Bene. Allora secondo me è proprio questo il momento di fare dei film, non di ritirarsi. Tanner mi ha molto deluso, il suo è un atteggiamento molto triste: vorrei parlarne con lui. A meno che non abbia più nulla da dire, il che sarebbe ancora più triste. La critica cinematografica Seguo ormai il festival di Cannes da una cinquantina d’anni, e da sempre mando degli articoli a qualche giornale in Svizzera. E ho notato che più migliorano i mezzi di comunicazione, quindi più scrivere diventa facile, meno spazio mi è concesso. Nei primi anni, quando eravamo cinquanta giornalisti a contenderci due telefoniste per dettare i nostri articoli in redazione, avevo tutto lo spazio che volevo. Quest’anno invece per la prima volta “Le Matin” non ha voluto da me nessun articolo, hanno puntato tutto sul gossip. Non posso quindi tanto dare una colpa specifica a chi ancora riesce a fare della critica cinematografica, perché capisco che fanno semplicemente ciò che è ancora concesso loro di fare. Ma mi dà fastidio che sui giornali si ritrovino semplicemente le informazioni che i giornalisti trovano nei dossier di stampa, senza che nessuno più abbia il coraggio di prendere posizione personalmente. L’ultimo esempio è quello del film di Pedro Almodovar visto a Cannes, “La mala educacion”, lanciato così bene dalla casa di distribuzione che nessuno ha osato parlarne male, come invece avrebbe meritato. I miei studenti Do ancora dei corsi facoltativi all’Università. Ci vengono diversi giovani, probabilmente perché studiare cinema è comunque più facile che studiare greco o latino. Però noto un’incultura impressionante. Nessuno che abbia mai sentito nominare Orson Welles. Vanno al cinema, vedono un film, parlano un po’ degli attori e tutto si esaurisce lì. In parte li capisco: non ci sono in circolazione dei film che diano loro la voglia di discutere, di approfondire, di appassionarsi ai temi. Ma faccio un po’ fatica a parlare di queste cose, temo sempre di fare la figura del vecchio nostalgico… del pauvre con.

Pubblicato

Venerdì 11 Giugno 2004

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