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Guminho, menino, Rio

di

Maurizio Matteuzzi
È Natale anche per Gumercindo Ferreira da Silva, 11 anni, carioca. Ossia nato a Rio de Janeiro. O meglio in una delle oltre 560 favelas che circondano, sovrastano, asfissiano, terrorizzano la cidade maravilhosa. L’unico posto al mondo, o uno dei pochissimi, in cui “i ricchi stanno in basso”, nei barrios costosi lungo le spiagge famose di Ipanema, Leblon, Copacabana, dove le case costano come a Ginevra, New York, Tokyo, “e i poveri in alto”, nei morros dai nomi sconosciuti per noi ma ben noti ai carioca di sotto: la Rocinha, il morro dos Prazeres, Vidigal, Chapel Mangeira... Gumercindo, che è un mulatto di un bellissimo colore bruno-chiaro e lucente ma dai capelli corti imprevedibilmente biondi – forse tinti, come va adesso di moda fra i meninos o forse naturali –, ha uno di quei nomi strampalati che spesso si trovano addosso alla gente in Brasile. Probabilmente preso da qualche eroe degli indios Tupì che abitavano da queste parti all’arrivo dei portoghesi, o da qualche schiavo nero portato dall’Angola. O ancor più probabilmente da qualche personaggio delle telenovelas di cui sua madre Maria Ferreira dos Santos, non perde una puntata. Se Gumercindo suona un po’ strano perfino in Brasile, da Silva è il cognome più frequente e comune – come Rossi in Italia, Schmit in America, Müller in Svizzera –, lo stesso del nuovo presidente del Brasile, Lula da Silva, che era anche lui un menino nato in una famiglia di poveracci dello stato nordestino del Pernambuco emigrato a 7 anni con i fratelli e la madre nella grande San Paolo, per fuggire la fame e la seca. “Gumer”, o “Guminho”, come lo chiamano tutti, che a 11 anni per forza di cose ha dovuto imparare – per sopravvivere – a essere sveglio, sa poco di Lula ma è contento che finalmente “uno come lui” sia diventato presidente della repubblica. Anche “Gumer”, con la sua banda di meninos de rua, era a festeggiare sulla spiaggia di Leme, la notte del 27 ottobre scorso quando Lula ha vinto, sfoggiando una maglietta e un cappellino da baseball con su scritto “Lula presidente”. Non sa spiegare perché ma anche a scuola, dove va saltuariamente quando non ha niente di meglio – o di più importante – da fare, la maestra gli ha detto che “in Brasile, adesso le cose cambieranno per i poveri”. “Guminho”, a 11 anni, dovrebbe fare la quinta classe del primo ciclo di studi. Invece fa ancora la terza, con altri bambini come lui, più piccoli e più grandi di lui, in una scuola pubblica – dove in Brasile vanno solo, quando ci vanno, i poveri – chiamata Sagrado Coracao de Maria, nella rua Sao Clemente, a Botafogo, dove scende ogni giorno – scuola o non scuola – dalla favela abbarbicata sul morro di Santa Marta, in cui abita. “Guminho” Ferreira da Silva, vive con la madre e i 7 fratelli e sorelle, alcuni bianchi come il latte, altri neri come il carbone (qualche volta si è meravigliato di questo, ma senza mai chiedersi il perché). Il padre non l’ha mai conosciuto. Forse è partito, forse è morto, forse è nel carcere di massima sicurezza di Bangù, nei dintorni di Rio, insieme ai capi e ai “soldati” del Comando Vermelho, la gang che governa Santa Marta e tiene lontane, a colpi di kalashnikov, le gang rivali, il Tercero Comando o Amigos dos Amigos. Molti dei suoi amici sono già “soldati del traffico” e l’hanno più volte invitato a unirsi a loro. Lo tentano sfoggiando pacchi di reais, o di dollari, e magnifiche Nike da più di cento dollari al paio (le stesse che vede luccicare ai piedi dei “Mauricinhos” e “Patricinhas”, i ragazzini-bene di Ipanema e Copacabana). Ma “Gumer” ha detto no. Per il momento. Ma oggi è Natale. È festa. La scuola è finita ieri e se ne riparlerà in febbraio. Dopo il “Reveillon”, come qui si chiama il Capodanno, e dopo Carnevale. Fa un gran caldo, in questa estate australe, come sempre. “Guminho” sa già quel che farà oggi. Scenderà dal morro poi forse andrà a messa. Alla Candelaria, la cattedrale, in centro, dove ci sarà addirittura il cardinale arcivescovo di Rio, dom Eusebio Scheid. Lui sembra un po’ meglio di quello di prima, dom Eugenio Salles, almeno con i bambini. Ma la Candelaria non piace tanto ai meninos de rua. Tira una brutta aria e le voci corrono. È là sul sagrato della chiesa, nel centro di Rio, dove nel ’93 una squadraccia di poliziotti di notte massacrò 8 ragazzini che dormivano lì. “Gumer” non sa nulla di quella storia. Ma la Candelaria no, meglio la chiesa di Santa Teresinha, che è in Botafogo, dove lui si muove meglio. Ha sentito dire che oggi, dopo la messa, il padre Joao, insieme a una ong – che non sa bene cosa sia ma non importa – chiamata “VivaRio” distribuiranno dei doni ai bambini poveri. Magari rimedia un paio di Nike? Dopo di che se ne andrà al palazzo di Guanabara, che non è lontano, la sede del governatore, anzi della governatrice, Benedita da Silva, che è nera come lui, ha il suo stesso cognome e abita pure lei in una favela. Anche lì ci sarà qualcosa – dolci, regali – per i bambini. Poi, nel pomeriggio, di sicuro lui e gli altri andranno in centro alla Central do Brasil – la stazione dei treni che a “Gumer” non ricorda affatto un famoso e bellissimo film ma invece, come il natale scorso, il Restaurante Popular che c’è dentro, dove alla sera ci sarà un grande pranzo natalizio. I ristoranti popolari sono un’altra iniziativa di Benedita, nel nome di un grande sociologo, Betinho de Souza, morto qualche anno fa, dove nei giorni normali si mangia un pasto completo al prezzo simbolico di un real. Lui non sa niente di Betinho ma sa che lì si può mangiare – e un real lo si rimedia quasi sempre per strada –, oggi poi è tutto gratis. Dopo aver mangiato, non c’è più niente da fare. “Guminho” e i suoi amici torneranno verso le spiagge di lusso, dove è già tutto pronto o quasi per il grande reveillon dell’ultimo dell’anno – i meravigliosi fuochi d’artificio che scenderanno dai grandi alberghi di Copacabana, i fiori bianchi da lanciare a Jemanjà, la dea delle acque... –, quella sì che sarà una festa vera, mischiati ai milioni di persone che andranno su è giù per il lungomare e nella spiaggia per tutta la notte. Peccato che né Gumercindo Ferreira da Silva, né nessun altro, possa sapere, oggi che è Natale, se a Capodanno, fra una settimana, sarà ancora vivo.

Pubblicato

Venerdì 20 Dicembre 2002

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