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Guerra, la rivolta dei lavoratori

di

Loris Campetti
La guerra corre sui binari. Binari italiani. I treni trasportano le armi destinate a riportare l’ordine americano a Baghdad. Ma hanno un difetto i nostri treni: sono guidati da uomini che non intendono prestare il loro lavoro a una guerra che anzi vogliono contribuire a impedire. E i treni corrono su binari e attraversano stazioni che altri uomini e donne occupano. Era successo nel nostro paese anche un secolo fa, nel 1911, quando i lavoratori bloccarono le tradotte che trasportavano povera gente a uccidere altra povera gente, addirittura in Libia. I treni di oggi, arrivati con grande fatica, grande ritardo e forse non tutti, forse alcuni guidati dai ferrovieri del genio militare in seguito alla protesta dei macchinisti civili (il condizionale è d’obbligo, siamo in guerra e le notizie “strategiche” sono secretate), fanno tappa nei porti e negli aeroporti italiani, dove il carico di morte viene scaricato da militari perché i lavoratori civili non collaborano, disfattisti e traditori come sono. Ma nei porti resta, quella merce grigioverde, perché i portuali, a Livorno come a Genova, a La Spezia come ad Ancona, hanno fatto sapere al nostro governo e a quello a stelle e strisce che non intendono contribuire ad azioni di guerra. Così a Livorno il governo Berlusconi – dopo aver mandato le forze dell’ordine a picchiare i pacifisti nelle stazioni di transito dei treni – ha fatto sapere che le armi verranno comunque caricate sulle navi dirette in Turchia: se non lo faranno i camalli – gli scaricatori portuali – ci penserà la compagnia privata “Figli di Nando Neri” dove è proibito avere la tessera della Cgil. La Neri ha un contratto triennale con gli americani, ma i suddetti crumiri dovranno poter utilizzare le panchine portuali di Livorno per caricare le armi sui traghetti, e non è detto che il presidente dell’autorità portuale (ex segretario della Camera del lavoro della città toscana che nel 1921 dette i natali al Partito comunista italiano) non decida di sospendere l’autorizzazione all’utilizzo di una panchina. Allora bisogna che i tricolori cavalier serventi di George W. Bush trovino altre strade, altre vie d’acqua e altri binari per onorare la fedeltà all’alleato. Si scopre così che alcuni treni potrebbero ripartire verso Trieste per guadagnare la Slovenia, i Balcani e quindi la Turchia. Ma al valico di frontiera di Villa Opicina troveranno altri pacifisti, no global, organizzazioni di disobbedienti e di cattolici pronti a stendersi sui binari. Il governo Berlusconi non demorde, vuole dimostrare di non essere da meno degli ex paesi dell’est, Bulgaria in testa, gli ultimi alleati fedeli di Washington mentre persino il bastione meridionale dell’Alleanza atlantica, la Turchia, fa le bizze e insiste nel non concedere basi e territorio per la guerra in Iraq agli americani. Una ventina di navi sono alla fonda di fronte ai porti turchi in attesa dei traghetti italiani, ma anche di un via libera da Ankara che si fa attendere. Le ultime scoperte dei militanti sindacali riguardano l’uso illegittimo (da un punto di vista costituzionale: «L’Italia ripudia la guerra», articolo 11 della Carta fondamentale della Repubblica italiana) degli aeroporti civili italiani, dove aerei truccati fanno scalo durante i voli per il trasporto di attrezzatura bellica e di militari. E parte la denuncia, e partono le interrogazioni parlamentari sulla presenza di aerei carichi di guerra negli aeroporti civili di Fiumicino e Malpensa. Fino a scoprire che la compagnia di bandiera Alitalia affitta o vende a compagnie private velivoli utilizzati a scopo bellico. E il governo rivendica la concessione di spazi civili agli Usa. A che serve il Parlamento, aula “sorda e grigia”? Meglio sarebbe dire: a chi serve? Alla guerra di Bush, naturalmente. Livorno è una città speciale, per storia e cultura. Logico dunque che le associazioni che costituiscono il Social forum europeo – quello della manifestazione continentale contro la guerra, svoltosi a novembre a Firenze, da dove è partita la parola d’ordine della giornata pacifista mondiale del 15 febbraio – si sia riunito proprio a Livorno, domenica scorsa. C’erano tutte le anime del “movimento dei movimenti”: pacifisti, cattolici, comunisti, ambientalisti, organizzazioni sindacali guidate come è ormai tradizione dai metalmeccanici della Fiom, sindacati di base come i Cobas. E mercoledì la giornata del digiuno promossa da papa Wojtyla ma fatta propria da tutto quell’80 per cento di italiani che si oppone a una nuova guerra all’Iraq. Prossimo appuntamento, sabato, alla base americana di Camp Derby, tra Pisa e Livorno, il cuore della logistica bellica statunitense in territorio italiano. Ci saranno dai disobbedienti al Movimento antagonista toscano, alla rete Lilliput. Se a Livorno rischia di impaludarsi la fedeltà americana del governo Berlusconi, bisogna trovare altri porti. E così si scopre che da oltre un mese, semiclandestinamente, le navi civili statunitensi sotto contratto militare (Dipartimento della Difesa, con varie agenzie) hanno fatto scalo di frequente lungo la rotta turca o egiziana nei porti di La Spezia, Napoli, Salerno e Gioia Tauro. E scatta l’allarme, e si viene a sapere, sempre grazie a una straordinaria collaborazione tra militanti sindacali e militanti pacifisti che una società privata italiana, la Grimaldi, (tra i maggiori gruppi mondiali di trasporto marittimo), attraverso una sua controllata che è l’Industria Armamento Meridionale si è aggiudicata un contratto trimestrale di 5,8 milioni di dollari, all’interno del programma di supporto civile del Military Sealift Command. Finalità dell’appalto, il nolo di una nave roll-on/roll-off (traghetto) per il trasporto di cargo militare. Il movimento non si ferma, cerca e trova alleanze inedite, collaborazioni, informazioni e sostegno. La Cgil sta svolgendo un ruolo fondamentale di collegamento e collante tra le varie anime del pacifismo italiano e lavora alla costruzione di una risposta sindacale europea contro l’eventuale guerra del Golfo 2. Ma prima di indire lo sciopero generale contro la guerra, dice il segretario generale Gugliemo Epifani, bisogna fare l’impossibile per evitarla. Lo hanno capito in tanti in Italia che in gioco, insieme alla vita di migliaia di civili innocenti, c’è la dignità di un popolo e la sua autonomia e indipendenza dai padroni del mondo. Chi non ci crede venga in Italia e guardi le finestre di tutte le nostre città, da dove sventolano le bandiere arcobaleno della pace. È bastato il passaparola per ridare colore a un paese che stava ingrigendo.

Pubblicato

Venerdì 7 Marzo 2003

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