Una guerra nella guerra. È il timore che agita i sonni, non certo tranquilli, del Pentagono, chiamato a far fronte a una resistenza delle truppe irachene superiore alle previsioni, almeno durante i primi giorni dell’offensiva. La guerra temuta è quella che potrebbe scoppiare nel Kurdistan iracheno, qualora il governo di Ankara decidesse di invadere la regione: una guerra fra i curdi iracheni, oggi alleati di Washington nella battaglia contro Saddam Hussein, e le truppe della Turchia, paese pure stretto alleato degli Stati Uniti, anche se attualmente un po’ in disgrazia per non avere obtemperato a tutte le richieste americane, e in principal modo per non avere consentito il passaggio sul suolo turco del contingente di 65 mila uomini inizialmente previsto per invadere l’Iraq dal nord. Perché i curdi d’Iraq, a tale riguardo, sono stati quanto mai espliciti: se entrano i turchi è battaglia. E gli Stati Uniti sono più che mai decisi a impedire che questo avvenga. Il Kurdistan iracheno è stato terreno di caccia dei soldati turchi dalla metà degli anni Ottanta sino al Duemila, quando il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, turco, rinunciò alla lotta armata contro il governo di Ankara, per spostare il proprio impegno sul piano prettamente politico. Ma, anche se non se ne parla, reparti militari turchi sono in pianta stabile nel Kurdistan iracheno dal 1997. Si tratta di alcune centinaia di soldati, attestati su tre posizioni. La più importante è stata la città di Hamadiya, una trentina di chilometri all’interno dell’Iraq. I turchi vi giunsero, e vi rimasero, con il pieno consenso del Partito democratico curdo (Pdk), iracheno, di Massud Barzani che con Ankara aveva un nemico in comune: i curdi turchi del Pkk. Questi ultimi, nel tentativo di crearsi nel retroterra iracheno rifugi sicuri (i famosi santuari) non esitavano infatti ad attaccare anche i curdi del posto che si opponevano alla loro politica. Negli ultimi due anni quella turca ad Hamadiya è stata una presenza discreta, anche se sempre meno giustificata agli occhi del Pdk. È possibile che negli ultimi giorni altri reparti turchi abbiano raggiunto questa regione. Ankara infatti aveva parlato dell’invio di circa 1.500 uomini. Un contingente minimo rispetto alle decine di migliaia di soldati che il governo turco vorrebbe mandare nel nord dell’Iraq e ai quali Washington si oppone nel modo più risoluto. Ufficialmente la Turchia accampa ragioni “umanitarie”. Afferma infatti di volere far fronte all’eventuale esodo di profughi iracheni in fuga dinnanzi alla possibilità di attacchi chimici da parte di Saddam Hussein. In realtà i timori del governo turco, che di certo non si è mai distinto per eccessive preoccupazioni umanitarie nei confronti dei curdi, intende evitare, con una massiccia presenza militare, che il Kurdistan iracheno acceda a una forte autonomia, in grado, in futuro, di costituirsi in un’entità politica attrattiva anche per i curdi di Turchia. Ma le mire che vengono attribuite ad Ankara vanno ben oltre e cioè al controllo delle città di Kirkouk e Mossoul, e più precisamente puntano al petrolio di queste due zone, equivalente a un terzo dell’intera produzione irachena. Questi pozzi sono da sempre rivendicati dai curdi in quanto i loro proventi costituirebbero una forza finanziaria in grado di sostenere la creazione di un vero e proprio Stato indipendente. Proprio per questo Kirkouk e Mossoul non vennero incluse nella zona del Kurdistan autonomo concesso, sulla carta, da Baghdad nel 1975 e furono pure escluse dalla zona protetta creata dall’Onu dopo il 1991, al termine della guerra nel Golfo di Bush padre, restando sotto il governo di Baghdad. Ma se Ankara ha davvero questo obiettivo, che si metta il cuore in pace: gli americani hanno già avvisato la Turchia che quel petrolio rimarrà sotto il loro controllo. Le rivendicazioni turche su queste due città si poggiano anche su motivi storici. Esse infatti erano state concesse alla Turchia con il trattato di Losanna del 1923. Quando però la Gran Bretagna, allora potenza mandataria, si rese conto dell’importanza dei giacimenti di petrolio, fece in fretta a inglobare Kirkouk e Mossoul nel reame iracheno, da essa creato e strettamente controllato. Vale qui la pena aprire una breve parentesi. All’epoca a Londra la carica di ministro delle colonie era coperta da Winston Churchill. Questi, per fermare una rivolta curda, non esitò a propugnare l’uso di gas venefici argomentando d’essere «fortemente a favore del loro utilizzo contro tribù non civilizzate». Ma al di là di rivendicazioni che oggi appaiono, oltre che anacronistiche, del tutto irrealizzabili, la Turchia ha invece nelle sue mani una carta che potrebbe giocare per giustificare un intervento armato. Essa le viene fornita da quella della minoranza turcomanna, che abita nel nord dell’Iraq, a fianco dei curdi, e che ha già chiesto la protezione turca. Non si sa esattamente quanto siano i turcofoni della regione. A seconda delle fonti il loro numero varia da due milioni a poco meno di cinquecentomila. Consci di poter contare sull’appoggio di Ankara, hanno già promesso di imbracciare le armi e di dar inizio alla guerra civile se i curdi dovessero impadronirsi di Kirkouk e Mossoul. Tanto che il governo turco ha chiesto che nel nuovo Iraq i turcomanni figurino “popolo costituente” alla stessa stregua dei curdi. Ma anche i curdi non si presentano come un fronte realmente compatto, divisi come sono da una secolare tradizione clanica e che ora si rispecchia nella divisione fra il Partito democratico curdo (Pdk) e l’Unione patriottica curda (Upk). Entrambi possono dirsi rappresentativi della lunga lotta sostenuta contro Baghdad. Il Pdk , fondato nel 1946 da Moustapha Barzani, padre dell’attuale leader, Massoud, è insediato nelle regioni settentrionali vicine alla Turchia. Le altre zone sono sotto il controllo dell’Upk, nata nel 1975, e diretta da Jalal Talebani. I due movimenti hanno conosciuto momenti di aspro conflitto. Dopo gli accordi del 1992 per il controllo in comune del Kurdistan autonomo da Baghdad, scatenarono, nel 1994, una guerra egemonica nel corso della quale entrambe le parti non esitarono a chiedere aiuto alla Turchia. Fu solo dopo quattro anni e tremila morti che gli americani costrinsero Pdk e Upk a porre fine al conflitto. Oggi, dopo avere formalmente rinunciato alla creazione di un Kurdistan indipendente, affermano di battersi per un Iraq federale, multipartitico e democratico. Va da sé che Ankara non nutre alcuna fiducia in queste rinunce e teme sempre che dalle regioni montagnose del paese curdo iracheno si scateni la scintilla indipendentista capace di tornare a infiammare i curdi turchi nel miraggio di un Kurdistan finalmente unito. Un Kurdistan che in realtà nessuno vuole, a partire da Stati Uniti e Gran Bretagna, per non parlare degli altri due paesi direttamente interessati, e cioè Iran e Siria, che pure ospitano minoranze curde. In quest’ottica, Barzani e Talebani collaborano con gli americani e si preparano a svolgere un ruolo importante, sia nella lotta contro gli iracheni, allorché i combattimenti di terra si estenderanno anche nel Nord iracheno, sia nella futura costituzione di un nuovo Iraq. Già da settimane, d’altronde, forze speciali americane e inglesi sono attive nel Kurdistan, con l’appoggio delle milizie curde del Pdk e dell’Upk. Con gli americani, ma sempre pronti a combattere contro i turchi. In un’intervista di alcuni giorni fa al New York Times, Massoud Barzani è stato chiaro: «L’ingresso di truppe turche, sia unilateralmente, sia nel quadro di una coalizione, sarebbe totalmente inaccettabile». E alla domanda: ma sarete pronti a resistere militarmente, il capo del Pdk ha risposto: «Né il popolo, né peshmergas (combattenti) accetteranno d’essere messi in catene». Ora come ora, i patti di alleanza e di cooperazione fra le due maggiori fazioni curde irachene paiono reggere. Nell’intervista al Nyt, Barzani ha ricordato che Pdk e Upk hanno creato un comando comune a Kirkouk, che questa città come Mossoul appartiene a tutti i curdi, aggiungendo però anche che il futuro di queste città verrà deciso più tardi, in quanto si tratta di “una questione strategica”. E potrebbe essere questo più un messaggio indirizzato agli americani, che non all’alleato curdo, Talebani.

Pubblicato il 

28.03.03

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