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Guerra discreta ai sindacati

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Cintas è una tra le principali catene di lavanderie americane. È presente in 340 località del paese. Ha clienti importanti, come la catena di caffè Starbucks. Negli ultimi mesi i giornali americani hanno parlato spesso della Cintas. Hanno scoperto che molti dei suoi 17 mila dipendenti sono stranieri. Spesso percepiscono paghe da fame e vorrebbero essere rappresentati dai sindacati per ottenere migliori condizioni di lavoro e di salario. La Cintas è l’ultimo esempio di quanto sia difficile per i sindacati americani penetrare in nuove imprese. I rappresentati dai lavoratori sono praticamente assenti nei settori dove i salari sono più bassi. È il caso delle grandi catene di fast food o di vendita al dettaglio. Nel paese delle libertà, il diritto di sindacalizzarsi è tutt’altro che assicurato per tutti. Da una recente indagine, risulta che oltre 40 milioni di lavoratori americani vorrebbero poter aderire ad un sindacato. Perché non lo fanno? In molti casi semplicemente perché hanno paura. Paura di perdere il posto di lavoro, paura che le fabbriche siano spostate altrove o semplicemente perché non sanno che dove i sindacati sono presenti anche le condizioni salariali e di lavoro sono migliori. L’Afl-Cio, l’organizzazione sindacale mantello che riunisce 13 milioni di lavoratori americani, afferma che un lavoratore sindacalizzato guadagna in media il 26% in più di un lavoratore senza protezione sindacale. Ronnie Pruitt è uno di loro. Ronnie è un edile della regione di Kansas City. Per 10 anni ha lavorato in un cantiere guadagnando 17 dollari all’ora. Era convinto di aver un buon salario fino al giorno in cui, otto anni fa, ha contattato la locale sezione sindacale. Ha chiesto aiuto perché stava cercando un nuovo lavoro. Da allora guadagna 30 dollari all’ora e ha capito che chi è iscritto ad un sindacato non solo guadagna di più, ma, inoltre, può contare sugli altri e – come afferma lui stesso – adesso non si sente più come un tempo «da solo contro tutti». I sindacati non solo hanno ottenuto migliori condizioni salariali per i loro affiliati, ma anche più prestazioni sociali. Negli Stati Uniti chi è sindacalizzato ha più probabilità (75%) di godere di un’assicurazione malattia di chi non lo è (meno del 50%). Il 70% dei lavoratori sindacalizzati ha una pensione di vecchiaia conto il 14% di chi non ha aderito ad un’organizzazione dei lavoratori. Dati alla mano, l’Afl-Cio assicura che dove i sindacati sono più presenti la gente in genere guadagna di più, gode di una maggiore protezione sanitaria, c’è meno criminalità, meno povertà, la gente è più impegnata socialmente e persino le scuole funzionano meglio. Per questo la gente vorrebbe aderire ad un sindacato. Non sempre può farlo. Molti datori di lavoro cercano di impedirlo in tutti i modo. Ricorrono a metodi legali e illegali. Non sono rari casi di datori di lavoro che licenziano lavoratori perché sono iscritti ad un sindacato e impegnati in difesa dei loro diritti. Tre datori di lavoro su quattro assumono spie per scovare e punire chi è impegnato in un sindacato. LaTasha Peterson per anni ha lavorato presso la Smithfield Foods, una società di macello dove i lavoratori hanno cercato negli anni ’90 la protezione dei sindacati. «Guadagnavo il doppio solo per fare campagna contro i sindacati» ha affermato recentemente rivelando la sua attività. Una sua collega Sherri Buffkin aveva l’ordine di licenziare chi sosteneva i sindacati. Molti datori di lavoro cercano come possono di scoraggiare la sindacalizzazione. Il 78% – rilevano i responsabili dell’Afl-Cio – costringe i dipendenti a prendere parte ad un colloquio con il loro superiore per parlare contro i sindacati. Altri obbligano i dipendenti a prendere parte ad assemblee anti sindacali. Per chi non si lascia convincere non mancano le minacce. In caso di mobilitazione, un datore di lavoro su due minaccia i suoi dipendenti di chiamare il servizio d’immigrazione e di naturalizzazione per denunciare dipendenti senza documenti in regola. Il che significa che chi protesta non solo rischia di perdere il posto di lavoro, ma anche di ritrovarsi oltre frontiera. Questo naturalmente è un argomento molto persuasivo, soprattutto per i tanti illegali che lavorano nelle piantagioni, nei macelli o là dove le paghe sono più basse e le condizioni di lavoro più difficili. Un datore di lavoro su due invece minaccia di trasferire altrove la produzione se i sindacati vincono le elezioni ed entrano ufficialmente in fabbrica. Da notare – rilevano i sindacati – che la minaccia è messa in atto solo nell’1% dei casi. Invece, sempre più datori di lavoro trasferiscono all’estero la loro produzione per effetto della globalizzazione. Il settore manufatturiero americano ha perso quasi tre milioni di posti di lavoro da quando George Bush è andato al potere poco meno di tre anni fa. Adesso anche il settore terziario comincia a trasferire servizi all’estero, per esempio in India dove le paghe sono più basse. I sindacati cercano come possono di influenzare i politici in parlamento e, soprattutto da quando Bush è andato al potere, di impedire il passaggio di leggi e proposte che peggiorano le condizioni di lavoro o i diritti dei lavoratori. I sindacati da tempo cercano sempre nuove idee e nuovi modi per rafforzare la loro posizione. Per migliorare la loro incisività a livello politico hanno adesso promosso una nuova forma di sindacalizzazione. In questi giorni hanno annunciato la creazione dell’organizzazione “Working America”. «Ci sono milioni di persone che vorrebbero partecipare agli sforzi dell’Afl-Cio in difesa della giustizia sociale. Questa gente vuole aver voce in capitolo e lavorare per far cambiare le cose. Working America darà loro questa opportunità» ha precisato John Sweeney, il presidente dell’Afl-Cio, anticipando l’arrivo della nuova organizzazione cui potranno aderire tutti coloro che pur non facendo parte di un sindacato ne condividono gli ideali e sono interessati a mobilitarsi per realizzarli.

Pubblicato

Venerdì 5 Settembre 2003

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