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Siria

Guerra che segna la fine di un sogno

Con l’offensiva turca contro i Curdi in Siria la sopravvivenza dell’esperienza rivoluzionaria e democratica del Rojava è a rischio: il parere di Sami Zubaida

di

Giuseppe Acconcia

Con l’operazione “Sorgente di Pace”, avviata lo scorso 7 ottobre, le autorità turche potrebbero ridisegnare i confini della Siria settentrionale e ridefinire le alleanze geopolitiche tra i principali Paesi che hanno interessi nella regione dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Siria di Bashar al-Assad all’Iran di Hassan Rouhani. Sono lontani i giorni delle sanzioni russe contro la Turchia di Erdogan dopo l’abbattimento del Sukhoi russo Su-24 da parte dell’aviazione turca al confine tra Turchia e Siria nel novembre del 2015.

 

Le tensioni hanno da tempo lasciato spazio a un ampio accordo politico e diplomatico tra Ankara, Mosca e Teheran che ha permesso la conclusione dei lavori del gasdotto Turkish Stream e rafforzato a Damasco il regime di Bashar al-Assad, alleato di ferro del governo iraniano. Abbiamo parlato delle conseguenze geopolitiche del  devastante attacco turco in Rojava per creare una “zona di sicurezza”, del futuro del conflitto dopo la recente tregua, annunciata da Ankara in seguito all’incontro con il vicepresidente Usa Mike Pence, e degli interessi dei Paesi limitrofi con il docente di Storia del Medio Oriente all’Università Birkbeck di Londra, Sami Zubaida.

Siamo alla terza fase dell’avanzata turca in Rojava, dopo l’annuncio della creazione di una “zona cuscinetto” nel Nord della Siria nel 2015 e l’operazione “Ramoscello di Ulivo” che nel 2018 portò all’occupazione turca della provincia curdo-siriana di Afrin. Siamo ora testimoni di una vera e propria annessione da parte turca delle province curde di Kobane e Jezira nella Siria del Nord?
Le autorità turche vogliono controllare le province curde, ripopolarle con rifugiati arabi in modo da ridimensionare la rilevanza dei curdi. Questa è la stessa strategia che hanno sempre usato nelle province curde turche. Si tratta ormai di una forma collaudata di controllo della minoranza curda.


Lo scorso 22 ottobre il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan si sono incontrati a Sochi anche per discutere il conflitto in Siria. Saranno i militari russi a prendere il posto dell’esercito degli Stati Uniti che ha lasciato le Unità di protezione maschili e femminili (Ypg/Ypj) al loro destino?
La priorità dei russi è di assicurare il controllo del territorio siriano nelle mani del presidente siriano Bashar al-Assad. Le autorità russe hanno tutta l’intenzione di raggiungere un compromesso con la Turchia di Erdogan affinché venga accettato il controllo sul Paese da parte di al-Assad, anche nelle province curde.


Le truppe di al-Assad si sono dirette verso Kobane e le province curde per rimanerci indefinitamente?
L’obiettivo di al-Assad è controllare l’intero territorio siriano, fino a questo punto ci è riuscito soprattutto grazie all’aiuto essenziale dell’esercito russo.


Può il sogno del Rojava dell’uguaglianza tra uomini e donne, di ecologia e autonomia democratica, teorizzate da Abdullah Ocalan, di un Kurdistan autonomo senza confini anche in assenza di uno stato, rimanere in vita dopo gli attacchi turchi?
Ne dubito purtroppo. Se il sogno del Rojava sopravviverà sarà in maniera ridotta rispetto ad oggi. Se Damasco imporrà il suo controllo sulle province curde del Nord della Siria, i riferimenti al Rojava resteranno solo formalmente.


Negli ultimi giorni sembra che Trump voglia lasciare sul campo in Rojava 200 soldati statunitensi. Perché gli Stati Uniti hanno prima sostenuto la coalizione internazionale contro lo Stato islamico (Isis) nel Nord della Siria e poi abbandonato i curdi, i loro alleati principali, alla loro sorte?
Gli Stati Uniti non hanno una politica estera coerente. Si tratta di decisioni arbitrarie. Le decisioni di Donald Trump non derivano da calcoli razionali. Le sue decisioni cambiano in base al giorno della settimana. Anche le sue idee cambiano radicalmente. Trump fa il bello e cattivo tempo, si contraddice continuamente. Ci sono molti elementi perché ci sia un conflitto tra la Turchia, alleato della Nato, e l’amministrazione Usa. Al momento la Casa Bianca sta concedendo a Erdogan tutto quello che vuole. Per esempio, il cessate il fuoco significa che i curdi sono obbligati a mettere in pratica gli obiettivi di Erdogan senza che l’esercito turco debba combattere per farlo.


Perché le reazioni iraniane e dei curdi iracheni all’invasione turca del Rojava sono state così tiepide?
Se al-Assad prende il controllo del Rojava, di questo beneficerà anche l’Iran. A quel punto Teheran avrà continuità territoriale nel suo controllo geopolitico dall’Afghanistan fino alla Siria, al Libano, arrivando al Mediterraneo. Le autorità curde irachene sono sempre state in opposizione al progetto del Rojava e altamente dipendenti dalla Turchia. La popolazione curda irachena invece è molto preoccupata per quello che sta avvenendo in Rojava.


L’attacco risponde a dei calcoli di Erdogan in politica interna per riconquistare il consenso dei nazionalisti turchi?
Sì, è un calcolo elettorale e per il sostegno popolare. Combattere il separatismo curdo è popolare in tutto lo spettro politico turco, incluse le opposizioni. Risponde all’idea di mantenere l’integrità territoriale turca e a qualsiasi ansia di un suo disfacimento. D’altra parte, con la vittoria di al-Assad in Siria, l’autonomia del Rojava rappresentava un’anomalia. Tuttavia, qualsiasi soluzione sarebbe potuta venire da negoziati e non da attacchi armati, improvvisi e devastanti come quelli di cui siamo purtroppo testimoni.

Pubblicato

Giovedì 24 Ottobre 2019

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