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Paradisi fiscali

Gucci in uscita, miliardi in entrata

Utili record nel 2018 per la Luxury Goods International di Cadempino, che dopo aver goduto di trattamenti di favore lascia il Ticino e licenzia

di

Federico Franchini

Oltre 2,5 miliardi di franchi. Un utile netto così, in Ticino, non si era mai visto. E, probabilmente, mai più si vedrà. I risultati registrati nel 2018 dalla Luxury Goods International (Lgi) di Cadempino – la società che gestisce i marchi del lusso del gruppo francese Kering – hanno dell’incredibile. Giganti farmaceutici e delle materie prime a parte, non vi sono altre aziende in Svizzera che possono vantare tali performance. Gli utili della Lgi, però, passano ogni anno inosservati. Non fanno clamore e non si trovano nelle cronache finanziarie. Il dato va cercato nei bilanci della Kering Luxembourg, la società del Granducato che controlla l’azienda ticinese.Questi profitti abnormi vanno oltre la semplice notizia. La cifra record racconta, parla, si erge a simbolo della più che ventennale presenza del gruppo in Ticino: un Cantone diventato discarica di guadagni prima di essere abbandonato in fretta e furia come un frutto avariato. Dietro a questi 2,5 miliardi di franchi, vi sono persone. Essenzialmente, due categorie di persone. Gli azionisti e i manager, quelli che accumulano i margini incredibili del settore lusso e che, per i loro obiettivi di profitto, aprono-chiudono, spostano-disfanno, ottimizzano. E poi vi sono i lavoratori di ogni livello, dagli interinali della lo-gistica al personale amministrativo, che oggi vivono il dramma umano dello smantellamento in atto. Dietro a questi miliardi, a questa incredibile macchina da soldi che è (stata) la Lgi, vi è tutta una storia.

 

Fiduciari e politici di fiducia

 

Una storia che comincia ad inizio 1997, quando l’allora Gucci Sa, oggi Lgi, s’installa a Cadempino. Nel comune luganese abita Adelio Lardi, un fiduciario esperto di fiscalità: sarà lui a creare l’architettura societaria e ad amministrare tutte le società del gruppo create in Ticino. In quegli anni, a Bellinzona, alla guida del Dipartimento finanze ed economia, siede invece Marina Masoni. Con la sua politica tutta sgravi fiscali, l’allora consi-gliera di Stato, oggi alla testa di TicinoModa, avrà un ruolo decisivo nell’insediamento di Gucci nel Cantone. Parallelamente, lo studio della famiglia Masoni fattura le pratiche notarili che fornisce alla società. E per non farsi mancare nulla, Paolo Brenni, legale dello studio, co-gnato di Marina Masoni, entra subito nel Cda della società e, anche se il suo compito opera-tivo risulta del tutto marginale, ci rimane fino ad oggi. Questa simbiosi fra stregoni del fisco, politici e amministratori locali ha di sicuro contribuito a consolidare la presenza della Gucci in Ticino. Tant’è che quando il marchio italiano, assieme ad altri come Balenciaga, Bottega Veneta o Ysl, finisce nelle mani del miliardario francese François-Henri Pinault, il ruo-lo della Lgi diventa sempre più importante.

 

Parigi - Cadempino – Milano

 

A Parigi le tasche si gonfiano, ma i profitti atterrano in Svizzera dove la Lgi è il perno di un sofisticato sistema d’ingegneria fiscale. In sostanza da Cadempino si acquistano i prodotti ideati e lavorati in Italia e Francia per poi, dopo averli fatti transitare dai magazzini ticinesi, rivenderli alle boutique del mondo intero. Giocando sui prezzi d’acquisto (bassi) e di vendita (alti) ecco che gli utili sono convogliati in Ticino, dove la società ha concordato un tasso d’imposizione dell’8%. Negli anni, i profitti di Lgi hanno continuato a cresce-re, soprattutto da quando, nel 2014, è stato inaugurato il me-gacentro logistico di Sant’Antonino. Dal 2006, più di dieci miliardi di franchi sono stati contabilizzati in Ticino. Profitti netti ma artificiali, benché reali nelle tasche di patron Pinault e dei suoi manager lautamente retribuiti. Il tutto per la gioia di alcuni Comuni e per il Cantone di cui Kering era diventato il principale contribuente. La nostra storia potrebbe finire qui, ma prende un’altra pie-ga un giorno di novembre del 2017. Gucci finisce nel mirino della Guardia di finanza e della Procura di Milano che le contesta di non aver dichiarato ricavi miliardari. In sostanza gli utili realizzati da Gucci in Ticino andavano tassati in Italia, dove ha sede il management, si svolgono le riunioni operative e le attività direttive. Per chiudere il contenzioso, Kering decide così di firmare un accordo che preve-de una multa di 1,25 miliardi di euro. È lo scorso 9 maggio.

 

La grande fuga

 

Il 22 maggio, due giorni dopo la votazione che di fatto sancisce la fine dei regimi fiscali speciali alle multinazionali in Svizzera, arriva l’annuncio: Kering tra-sferirà 400 posti di lavoro della logistica dal Ticino all’Italia. In ottobre, quando erano già stati annunciati i tagli di 150 persone nel settore amministrativo, il gruppo aveva però scritto che «le attività logistico-distributive non saranno impattate dal nuovo modello organizzativo». In real-tà, quello che va in scena è uno smantellamento. Dopo averlo sfruttato per bene, il gruppo scappa in fretta e furia dal Ticino privando la collettività dei circa 50 milioni di franchi annui che garantiva al fisco. Non era una scelta obbligata: si poteva restare qui, rispettando le nuove nor-me fiscali e gli accordi stipulati in Italia, trasferendo realmente i manager in Svizzera e rispar-miando sul nuovo centro di Novara, sui costi di trasferimento e sui piani sociali. Invece è come se da Parigi fosse giunto l’ordine di abbandonare il Ticino a soli cinque anni dall’inaugurazione del centro di Sant’Antonino. Oggi gli stessi marchi del grup-po prendono le distanze dalla Lgi. Nel 2017 e nel 2018 sono state costituite le società Ysl Switzerland, Balenciaga Switzerland e Gucci Retail, con l’obiettivo di riprendere dalla Lgi il ramo d’attività della vendita al dettaglio in territorio svizzero. «Uno scorporo all’insegna della nave che affonda» si mormora tra chi conosce il settore. A tal proposito è significativo che Adelio Lardi non sieda nel Cda delle neoco-stituite società. Un segnale che potrebbe significare una presa di distanza da parte della multina-zionale francese. In questi movimenti societari va segnalata anche la chiusura, lo scorso aprile, della Luxury Goods Services, creata nel 2010, e che di fatto serviva ad assumere i top manager fittizia-mente trasferiti in Ticino. Manager che, come svelato da varie inchieste giornalistiche, veni-vano poi pagati a Panama da una società del Lussemburgo, la Castera Srl. Il tutto a vantaggio di Kering che così facendo ha ridotto i costi aziendali legati ai manager che, come i calciatori, vogliono essere pagati al netto d’imposte. Dalla nostra analisi dei bilanci della Castera emerge che nel 2018 vi è stato un si-gnificativo aumento delle spese per i salari: 78 milioni di euro rispetto ai 12 milioni dell’anno prima. È probabile che si tratti delle somme versate dal gruppo al Ceo di Gucci Marco Bizzarri al fine di sanare la sua posizione fiscale in Italia. Milioni che invece di essere pagati offshore a manager evasori avrebbero po-tuto essere utilizzati per perse-guire obiettivi di responsabilità sociale e sostenibilità a beneficio dei dipendenti e collaboratori in Ticino. Già, perché a fare le spese di questa fuga al si salvi chi può di Kering dalla Svizzera sono i collaboratori e i dipendenti, che in questo dibattito sono rimasti senza voce e hanno dovuto subire le continue menzogne dei dirigenti. Nel giro di qualche mese si è smantellato quanto costruito nell’ultimo quarto di secolo dimostrando che non c’era nessuna vera e duratura creazione di valore, nessun radicamento sostenibile nel territorio. Nessun effetto Kering, insomma, se non quello di uno zuccherino fiscale che dall’anno prossimo non ci sarà più.

 

Pubblicato

Domenica 1 Settembre 2019

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