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Guatemala, una pace difficile

di

Andrea Tognina
«Nel passato è mancata la simpatia per i lavoratori. La minima rivendicazione di giustizia è stata messa a tacere e punita... Oggi inizia un'epoca di simpatia per l'uomo che lavora… Renderemo tutti gli uomini uguali». Con queste parole il neoeletto presidente del Guatemala Juan José Arévalo aprì nel 1945 un'inedita stagione di democrazia nel paese centroamericano. Un anno prima un ampio movimento popolare aveva costretto alle dimissioni Jorge Ubico, ultimo di una lunga serie di figure dispotiche che avevano retto le sorti del paese.
Tra il 1945 e il 1954 i governi di Arévalo e dell'ex colonnello di origini svizzere Jacobo Arbenz cercarono di trasformare a fondo le strutture politiche e sociali del paese. Un progetto di riforma agraria varato da Arbenz suscitò però le ire del massimo proprietario agrario del paese, la compagnia statunitense United Fruit Company (Ufco). Negli Usa la Ufco contribuì a montare una campagna diffamatoria contro il governo del Guatemala, accusato di simpatie comuniste. Nel 1954 Arbenz fu rovesciato da un colpo di Stato organizzato e finanziato da Washington.
La progressiva chiusura di spazi di partecipazione democratica indusse settori della società a imboccare la via della lotta armata. A partire dal 1960 nacquero varie formazioni guerrigliere, che si federarono nel 1982 nella Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (Urng).
Tra il 1960 e il 1996 il Guatemala fu al centro di una delle guerre civili più lunghe e sanguinose nella storia dell'America latina. Durante il conflitto morirono 250 mila persone, 50 mila scomparvero, 150 mila fuggirono in Messico, un milione lasciò il proprio domicilio. La repressione e la strategia controinsurgente dello Stato guatemalteco raggiunsero il loro apice durante i governi di Romeo Lucas García e Efraín Ríos Montt, fra il 1978 e il 1983, sfociando in atti di genocidio.
La firma degli accordi di pace nel 1996 mise fine al conflitto armato, aprendo prospettive di cambio. A dieci anni di distanza il bilancio appare però modesto. La maggior parte dei responsabili delle violazioni dei diritti umani durante la guerra rimangono impuniti e le forti disuguaglianze sociali alla base del conflitto sono ben lungi dall'essere superate. Secondo stime prudenti, oltre sei milioni di guatemaltechi (circa la metà della popolazione) vivono tuttora in gravi condizioni di povertà, vale a dire con meno di due dollari al giorno. Due milioni e mezzo vivono in condizioni di estrema miseria, potendo contare su meno di un dollaro al giorno. La maggioranza indigena del paese continua ad occupare i gradini più bassi della scala sociale.
A questa situazione estremamente delicata si aggiunge un tasso di criminalità fra i più alti dell'America latina. Il livello di violenza è impressionante: solo nel 2005 oltre 5 mila 300 persone sono morte ammazzate. Particolarmente diffuso è il femminicidio: tra il 1º gennaio e il 15 marzo 2006 è stata registrata una media giornaliera di tre donne assassinate. Omicidi politici e minacce contro militanti per i diritti umani e leader sindacali e contadini sono all'ordine del giorno. La maggior parte dei delitti rimane impunita.
L'incapacità dei governi guatemaltechi di affrontare alla radice i problemi del paese si riflette in un'ampia sfiducia nei confronti della politica. Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano "Prensa Libre", l'87,7 per cento degli intervistati dice di non aver sentito nessun leader politico dire cose che condivide. E questo a un anno e mezzo dalle elezioni che dovranno designare il successore dell'attuale presidente, Oscar Berger, alla testa del paese.
Molti giovani rispondono alla difficile situazione economica e sociale emigrando. Le rimesse degli emigranti rappresentavano nel 2003 l'8 per cento del prodotto interno lordo del Guatemala e la principale fonte di valuta estera. E l'emigrazione potrebbe aumentare con l'imminente entrata in vigore del trattato di libero scambio con gli Stati Uniti. Molti analisti ritengono infatti che i piccoli produttori agricoli del paese non potranno reggere all'impatto della concorrenza nordamericana.

Deposte le armi

Ronaldo lavora come guida per una scuola di lingue a Quetzaltenango, la seconda città del Guatemala. Nel tempo libero si occupa di formazione politica in una sezione della Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca (Urng), formazione guerrigliera convertitasi in partito politico dopo la firma degli accordi di pace nel 1996.
Fra il 1991 e il 1996 Ronaldo ha combattuto nelle file della guerriglia. «La mia partecipazione alla guerra dipese dalla situazione politica del paese, soprattutto dalla feroce repressione nell'area rurale all'inizio degli anni Ottanta. A quell'epoca mio padre era un leader contadino. I militari lo arrestarono e lo torturarono per 15 giorni. Noi non sapevamo dove si trovasse, se fosse vivo o morto». Il padre di Ronaldo ebbe la rara fortuna di sopravvivere alle torture. La sua vita rimaneva però in pericolo. Decise perciò di rifugiarsi in Chiapas (Messico) con la sua famiglia. «Impiegò due anni per riprendersi dalle conseguenze delle torture e trascorse 18 anni della sua vita nell'esilio messicano». Al momento della fuga Ronaldo aveva 7 anni. Fin da ragazzo partecipò al lavoro clandestino della Urng fra i rifugiati guatemaltechi. A 18 anni decise di passare di nuovo la frontiera e di entrare nella guerriglia. «Furono anni duri, in cui patii la fame, il freddo, in cui persi molti compagni e compagne. Ma vissi anche un'esperienza di solidarietà intensa».
Dopo la firma degli accordi di pace, Ronaldo prosegui l'attività politica nella Urng. Oggi, oltre che occuparsi del rafforzamento delle strutture di partito in un municipio nella cintura urbana di Quetzaltenango, è delegato del dipartimento al congresso nazionale della Urng e fa parte di un'organizzazione di ex-combattenti. Gli chiedo quali siano le sue aspettative per le elezioni politiche del 2007. «Non mi aspetto molto», ammette. «La sinistra è divisa. La Urng è un partito piccolo e povero, che non ha i mezzi per pagare spot radiofonici e televisivi. I militanti devono lavorare per vivere e possono fare opera di propaganda solo nel tempo libero. Alcuni ex-compagni sono talmente assorbiti dalla lotta per la sopravvivenza che non possono investire altre energie nel partito». D'altro canto, la destra rimane forte, in un paese tradizionalmente dominato dalle oligarchie economiche e militari. «Per questo vincere le elezioni non è la nostra priorità. Prima dobbiamo rafforzare la nostra presenza nei municipi, rendere più solida la nostra base. È una strategia a lungo termine, di presa del potere dal basso».

Tre volte vittime

«Come donne contadine, povere e indigene siamo vittime di una discriminazione multipla», osserva Aurora, una donna minuta e pacata dai marcati tratti somatici maya. «Siamo vittime del patriarcato, del capitalismo e del razzismo». Aurora ha combattuto nella guerriglia. Ora dirige Amarc, un'organizzazione femminile nel municipio di Colomba, nel Guatemala occidentale. Una delle maggiori preoccupazioni di Amarc è la violenza intrafamiliare. In un paese fortemente impregnato di machismo, gli abusi fisici e psicologici contro le donne sono un problema quotidiano. «Molte donne, per proteggere i propri bambini, sopportano le botte e le grida. Noi insegniamo loro a prendere coscienza della situazione e a porre dei limiti, se necessario denunciando l'aggressore», dice Aurora. Amarc offre consulenza giuridica alle donne che decidono di sporgere querela al Ministero pubblico. «Nella nostra esperienza, il Ministero pubblico tende a favorire la riconciliazione. Nei dieci casi di denuncia che abbiamo seguito nessun aggressore è finito in carcere. La denuncia ha però contribuito a frenare l'aggressione». D'altro canto Aurora osserva che spesso gli uomini sono anch'essi delle vittime. «L'alcolismo sta quasi sempre alla base del problema. Si tratta di persone malate. A loro offriamo dei corsi, li aiutiamo a risolvere problemi che spesso risalgono all'infanzia, quando furono a loro volta oggetto di violenza». Il lavoro di Amarc non si limita però a questo. L'organizzazione si occupa anche di educazione e salute. «Fra le donne nell'area rurale c'è un alto tasso di analfabetismo, perché i padri garantiscono l'educazione solo ai figli maschi. E manca un'educazione specifica alla salute per le donne. In questo ambito le politiche del governo sono molto carenti». Durante gli scorsi mesi, Amarc ha prestato la sua assistenza anche alle vittime dell'uragano Stan. «Soprattutto i primi mesi sono stati molto difficili, perché l'aiuto governativo ha raggiunto solo le zone prossime alle città. Se nelle zone rurali è giunto qualcosa lo si deve quasi esclusivamente alle organizzazioni non governative».
In generale, Aurora guarda con una certa disillusione ai dieci anni trascorsi dalla firma degli accordi di pace. «Gli accordi non sono stati messi in pratica. La sinistra, la Urng, la società civile hanno perso la capacità di esercitare pressione sul governo. Ci dicono che viviamo in una società democratica e rappresentativa, ma molti di noi vendono il proprio voto per 100 quetzales, per una maglietta, per un pasto».

Un aiuto dal Sei

Oswaldo Saquich è segretario generale della Union de trabajadores de Quetzaltenango (Unione dei lavoratori di Quetzaltenango), una federazione sindacale nata nel 1986, nel clima di parziale apertura democratica durante il governo di Vinicio Cerezo. Lo incontro nella Casa del pueblo (casa del popolo), un ampio edificio costruito dieci anni fa su iniziativa del Comitato Guatemala di Zurigo e con il sostegno del Sindacato svizzero dell'edilizia e industria (Sei). Nel patio si vedono poche persone, i locali sono quasi deserti. «Uno dei grandi problemi che dobbiamo affrontare è il tasso molto basso di organizzazione sindacale», si difende Oswaldo. «Inoltre negli ultimi anni le privatizzazioni hanno disarticolato molti sindacati». E con la perdita di affiliati sono scese anche le quote sociali. «In passato abbiamo ricevuto aiuti finanziari da varie organizzazioni sindacali, tra cui il Solifonds svizzero. Ora però dobbiamo cavarcela con le nostre forze e già quasi non riusciamo a sostenere i costi di gestione dell'edificio».
In realtà, fin dall'inizio la Casa del popolo ha avuto difficoltà a trovare una propria collocazione nel tessuto sociale della città. Sorta come luogo di incontro e di lavoro di sindacati e di organizzazioni della società civile, al termine di 36 anni di guerra e repressione, la casa ha scontato forti dissidi tra le realtà che la dovevano animare. «Per me l'esperienza della Casa del popolo di Quetzaltenango è l'esempio di un "aiuto allo sviluppo" mal concepito», osserva la svizzera Barbara Müller, che lavorò come volontaria alla costruzione dell'edificio. «Abbiamo creato uno spazio, ma forse mancava la coesione sociale necessaria per sfruttarlo appieno».
Oswaldo, pur ammettendo che la situazione è difficile, mette in evidenza anche i risultati ottenuti negli ultimi anni: «Abbiamo lavorato molto per organizzare i lavoratori del settore informale, come i venditori di strada, i taxisti, i controllori negli autobus. E già si vedono alcuni progressi: i taxisti di Quetzaltenango hanno ora un'area di sosta fissa, i venditori un luogo dove guadagnarsi onestamente la vita. Certo, si tratta di un processo lungo e difficile».
Una grosse nube nera si staglia però all'orizzonte. «Con l'entrata in vigore del trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, le tensioni nel mondo del lavoro sono destinate a crescere». Per questo Oswaldo pensa che sia necessaria una svolta. «Il successo della sinistra in altri paesi latinoamericani ci dà speranza», dice sorridendo, mentre si mette in posa per una fotografia di fronte all'immagine del Che.

Pubblicato

Venerdì 16 Giugno 2006

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