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Guardata a vista: il mandato pubblico della Bds implica vigilanza maggiore

di

Generoso Chiaradonna
Le dinamiche sono chiare. Un dirigente, il vice direttore Betschart, e l’ex vice presidente del consiglio d’amministrazione, Tuto Rossi (nel frattempo ha rinunciato volontariamente all’esercizio della professione forense ed è stato destituito dalla carica di amministratore dal Consiglio di Stato), hanno approfittato della loro funzione per effettuare affari in proprio. Questo, come è stato chiaramente esposto durante la conferenza stampa dall’avvocato John Noseda, legale dell’istituto di credito cantonale, in violazione di tutte le norme interne della banca. A dir la verità un’autorizzazione esisteva. Era quella concessa a Bertschart dalla vecchia direzione della BancaStato il 2 dicembre 1997. Solo verbalmente, però. In base a questa «autorizzazione», si sono create le premesse per eludere tutti i controlli e le restrizioni previste dalle circolari interne. Se a questo si aggiunge il «patrimonio» di fiducia che avevano i due esponenti presso la stessa banca (Betschart era noto per aver scoperto una malversazione simile, ai danni della BdS, nel corso del 1997) e le falle colossali del sistema informatico, il cerchio si chiude e si arriva al buco milionario scoperto. Una serie di sfortunate coincidenze, quindi, che hanno prodotto in pochi mesi (fino a marzo di quest’anno le operazioni sui derivati erano avvenute con le coperture e garanzie usuali) il buco colossale di oltre 21 milioni di franchi. Ferme restando le responsabilità penali individuali che la magistratura dovrà accertare, la vicenda mette in evidenza anche aspetti etico-morali. Il Partito socialista, in una nota, «esprime preoccupazione per le circostanze in cui il pesante ammanco si è prodotto»; in particolare ritiene che «la precarietà degli strumenti di controllo, costituisca una condizione insostenibile per una gestione sicura, e si sorprende che pur a conoscenza di tale situazione, gli organi della banca abbiano autorizzato senza procedere a più puntuali ed approfonditi controlli». «Si augura – continua il comunicato del Ps – che l’episodio costituisca serio motivo di riflessione sull’impostazione, gli obbiettivi generali, le modalità e gli strumenti di controllo dell’attività dell’Istituto, nell’interesse della banca, dei risparmiatori e soprattutto del mandato pubblico che le è conferito e agli imprescindibili obblighi etici e morali che ne discendono». «Non si deve minimizzare» Adriano Agustoni, vice presidente del Ps, ci dichiara: «L’episodio è di grave malversazione e non va affatto minimizzato, neanche dal punto di vista del rimpallo delle responsabilità tra vecchia e nuova dirigenza. 21 milioni di franchi di perdite sono tanti, anche se verrano coperti dalle riserve (utili capitalizzati), lo Stato verrà comunque privato di risorse importanti». La Banca dello Stato è una banca particolare, con un preciso mandato pubblico e chi è chiamato a gestirla e controllarla deve farlo con una diligenza maggiore. Lo stesso Agustoni in riferimento al fatto che episodi simili sono possibili dappertutto e che anzi sono avvenuti in altri istituto di credito con sistemi di controllo all’avanguardia, ci dice che «non ci consola affatto sapere che ciò poteva accadere o è accaduto altrove, presso altre banche, a noi interessa che la Banca dello Stato venga gestita, magari sacrificando un po’ di redditività, ma senza concedere sconti sul piano morale e non ci si può quindi barricarsi dietro le lacune del sistema informatico». Questa brutta vicenda ha creato un danno d’immagine enorme alla banca e alla sua credibilità. Ricostruirla in breve tempo sarà un lavoro lungo e difficile. A ciò sarà chiamato non solo l’attuale management, ma anche l’intera classe politica per rilanciare un istituto fondamentale per l’economia locale.

Pubblicato

Venerdì 19 Ottobre 2001

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