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Grande davvero?

di

Martino Dotta
La sua agonia è durata pochi giorni; ha tenuto mezzo mondo con il fiato sospeso. La malattia prima e poi la morte hanno avuto il sopravvento sulla forte fibra e sulla ferrea determinazione di Karol Josef Wojtyla. È deceduto sabato scorso, alle 21.37, a quasi ottantacinque anni (li avrebbe compiuti il prossimo 18 maggio), attorniato idealmente da decine di migliaia di fedeli accorsi in Piazza san Pietro a testimoniargli il loro attaccamento. Grazie alle televisioni, da ogni angolo della terra, milioni di persone hanno seguito pressoché “in diretta” gli estremi sussulti dell’intensa vita di Giovanni Paolo II. Proponiamo alcuni elementi per un bilancio provvisorio di un pontificato di oltre ventisei anni. Immodestia mediatica Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da eccessi mediatici. I mezzi di comunicazione hanno accompagnato quasi sin dentro le stanze vaticane le battute finali di un’esistenza dai contorni assai ampi. È sconcertante la vera e propria occupazione da parte del Papa delle prime pagine di giornali, televisioni, radio e siti internet, poiché la copertura dell’evento ha raggiunto livelli sinora mai conosciuti. Del Pontefice polacco è stato detto e scritto che «è morto come ha vissuto», almeno da quando è stato eletto il 16 ottobre 1978 successore dell’apostolo Pietro: sotto i riflettori. Al di là dell’affetto e dell’ammirazione per il Pontefice, è un dato che suscita perplessità, considerando il monito evangelico su moderazione e semplicità. Che Giovanni Paolo II fosse un abile comunicatore e quindi capace di ben giostrare con i moderni mezzi dell’informazione massificata è unanimemente riconosciuto, come pure il bisogno crescente del pubblico mass-mediatico di essere costantemente aggiornato anche sulle sue vicissitudini personali. Questo fatto ha senz’altro contribuito a conservargli un volto umano, scalfendo l’aura misterica che ha sempre circondato il Papato romano. In realtà, perlomeno fintantoché è stato nel pieno controllo delle sue facoltà, Wojtyla ha sempre saputo calibrare con misura quanto poteva diventare di dominio pubblico e quanto invece doveva rimanere segreto o noto a pochi. Rispetto ad altri personaggi notori, non è mai stato oggetto di campagne di denigrazione o di scandali, veri o presunti che siano (sugli ecclesiastici hanno sovente molta presa quelli sessuali). È inoltre riuscito a tenere puntata l’attenzione sulla sua persona, a nome della chiesa, dei valori umani e spirituali da essa veicolati e del messaggio cristiano: un risultato invidiabile, sull’arco di cinque lunghi lustri! Ma tutto ha un limite, ed è quello della ragionevolezza, del buon gusto e del pudore, in specie se come vescovo di Roma occupa uno spazio trascendentale. Non aveva forse ricordato Gesù a Ponzio Pilato, che pensava di usare a piacere la sua autorità anche su di lui: «il mio regno non è di questo mondo»? Che resterà di Wojtyla? Rimane da chiedersi che resterà di Giovanni Paolo II, come uomo e come Papa, non appena saranno spente le luci della ribalta su di lui, e terminerà la corsa degli omaggi alla sua memoria. È indubbia l’eccellenza della sua statura morale e la coerenza del suo discorso: in molti hanno affermato, a giusto titolo, che Wojtyla è stato uno degli ultimi emblemi di moralità in un mondo in crisi d’identità. Basti ricordare i suoi costanti richiami al rispetto incondizionato della vita umana in tutte le sue forme (è recente l’ennesima condanna di eutanasia, aborto ed accanimento terapeutico), all’equità sociale (si leggano le sue encicliche sul lavoro e sui rapporti economici) o al rifiuto dell’uso della forza per risolvere i conflitti locali, regionali e internazionali (come fu per le guerre in Bosnia o in Iraq). S’è così trovato in una posizione di figura universale, simile a quella del Dalai Lama o di Nelson Mandela. Ciononostante, si sa che nella società della comunicazione gli indici d’ascolto non sempre vanno a braccetto con l’intimo consenso e, nel caso d’indicazioni comportamentali, con l’accoglienza profonda di un insegnamento. Lo scollamento più stridente dell’intero Pontificato wojtyliano è stato nel campo della morale sessuale individuale e familiare, persino tra le cerchie cattoliche apparentemente più vicine alle sue convinzioni. Per carità! La storia (non solo della chiesa) continuerà a riferire di lui, dei suoi scritti, dei suoi appelli accorati, dei suoi gesti plateali. Ne sono esempi gli incontri interreligiosi d’Assisi, le visite alla sinagoga di Roma o al Muro del Tempio di Gerusalemme, ai musulmani di Casablanca, Sarajevo, Beirut o Damasco, nonché gli incontri di statisti del calibro di Ronald Reagan, Mikhail Gorbaciov, Fidel Castro, Vladimir Putin o George W. Bush. Quella stessa storia non dovrà pure riconoscere ch’egli è stato spesso una “voce nel deserto”, drammaticamente inascoltata? Come da vivo, anche da morto magari sarà ancora acclamato per il coraggio nel denunciare le ingiustizie, ammirato per il vigore nel domandare pace e rispetto della dignità di individui e popoli, oppure sarà di nuovo causa di fastidio per le sue prese di posizione. Ma il ricordo di lui non finirà vergato sugli annali storici, splendido e senza effetto, innocuo come una statua di gesso? Non paiano eccessive le interrogazioni: il destino dei grandi del mondo è sempre controverso e la loro fortuna sovente effimera. In una prospettiva credente, è nella debolezza umana che si manifesta la potenza divina: per i cristiani, la croce di Gesù dovrebbe essere l’unico termine di paragone ed il solo criterio di giudizio, non il successo e l’autorità. Un’eredità complessa In tutta onestà, il bilancio in chiaro-scuro che si può fare del Papato di Giovanni Paolo II non riguarda solo la sua persona, il notevole impatto mediatico di cui ha goduto o il ruolo istituzionale che ha avuto nella chiesa cattolica e al di fuori di essa. A lui sono stati attribuiti meriti (probabilmente anche indebiti) per la caduta della Cortina di Ferro, che per decenni ha spaccato l’Europa e l’intero pianeta. A mio avviso, è nel significato corporativo del Papa che l’eredità di Wojtyla risulterà pesante e complessa. Il suo agire è coinciso spesso con la pratica del colpo al cerchio e del colpo alla botte, in particolare circa il dissenso interno e l’effettiva apertura ai non-cattolici e ai non-cristiani. Se ha contribuito a ridare lustro all’orgoglio cattolico, non è però riuscito a compattare le fila dopo i disorientamenti provocati dal Sessantotto e dalle riforme del concilio Vaticano II: sono stati per lui assai brucianti lo scisma tradizionalista di mons. Marcel Lefebvre e il mancato riavvicinamento con gli ortodossi. Paradossalmente, la forza del suo modo di “marcare presenza” nell’aeropago mondiale ha tradito la difficoltà di gestire un’organizzazione ormai divenuta multicolore e mastodontica, qual è la chiesa cattolica del XXI secolo. Tra i compiti inderogabili del nuovo staff vaticano dovrebbero figurare pertanto: il ripensamento dei rapporti dei cristiani con la realtà, in rapidissima trasformazione, delle collettività umane (da accogliere come un autentico interlocutore e non come uno scolaretto da istruire); la riconsiderazione dell’accentramento di potere in un’unica persona (il Papa è forse l’ultimo sovrano assoluto in carica, un dato problematico alla luce del Vangelo e degli sviluppi sociali contemporanei); la rivalutazione della base, attribuendo un profilo più basso alla gerarchia (la chiesa non è formata dal solo Papa o dai vescovi). Non potrebbero essere dei (piccoli) contributi per modificare nel senso della modestia le relazioni interpersonali, familiari ed internazionali?

Pubblicato

Venerdì 8 Aprile 2005

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