Basta un gradino e il mondo ti diventa inaccessibile. Non è sempre stato così per Gesina Brouwer, una vitale e determinata signora di Locarno che un giorno la malattia ha costretto su una sedia a rotelle cambiandole completamente il suo approccio con la quotidianità. La sua è una storia di ordinaria discriminazione, conseguenza delle tante piccole (e meno piccole) barriere, ai nostri occhi il più delle volte invisibili. La andiamo a trovare nella sua casa dove una rampa ti introduce al suo interno. Un appartamento, il suo, di un palazzo ristrutturato con l’attenzione dovuta a chi non cammina sulle proprie gambe. Un piccolo “privilegio” che cessa quando la signora Gesina varca la soglia del suo palazzo: fuori dalla sua casa la discriminazione l’aspetta dietro l’angolo. «Confesso – ci racconta – che prima della malattia, non mi sono mai resa conto di quanti problemi possa incontrare una persona portatrice di handicap. Poi succede che un giorno, per un motivo o per un altro, ti ritrovi sulle tue spalle quella condizione che fino allora avevi ignorato, apri gli occhi e ti rendi conto che la città, gli spazi in cui vivi non hanno previsto la presenza di persone come te. Tutto è pensato solo ad uso esclusivo dei normodotati». Nessuna traccia di autocommiserazione nelle parole della signora Gesina Brouwer, ma solo il forte desiderio di non arrendersi di fronte alle restrizioni di uno spazio urbano allestito con misure miopi. Olandese di origine, è arrivata in Svizzera che era una ragazza. Una famiglia da allevare da sola dopo la successiva separazione dal marito. «Ho sempre lavorato – racconta – e le difficoltà della vita non mi hanno mai spaventato. Non mi sono mai arresa perché sono sempre stata convinta che qualsiasi difficoltà si possa superare. Trent’anni fa ho cominciato a soffrire di una forma degenerativa di artrosi, poi - negli ultimi anni – di gravi problemi ai reni. Da qui un’operazione, nel 98, con complicazioni e conseguente amputazione della gamba che mi hanno costretta su una sedia a rotelle. Le mie giornate sono limitate da tre dialisi la settimana, massaggi e cure dettate dalla mia condizione di invalida. Ma potrei condurre una vita relativamente autonoma se non mi ritrovassi continuamente ostacoli, per me, insormontabili». La signora Gesina vive in Città vecchia e ha tutto a portata di mano: gli alimentari, l’Ospedale a due passi da casa, ma… c’è un “ma”, ossia gli accessi. «È assurdo – ci dice – che quando vado in banca l’impiegato debba servirmi all’esterno, sotto gli occhi di tutti; non posso entrare dal macellaio perché si rifiuta di mettere una piccola rampa di legno. A lui e ad altri commercianti ho chiesto gentilmente che provvedessero ma ogni volta sollevavano scuse pretestuose del tipo: “la rampa potrebbe far inciampare le persone” ecc. Poveretti, ho pensato, questi normodotati, hanno le gambe sane, vista buona ma bisogna tutelarli! Certo che il mondo sembra fatto alla rovescia… Solo il verduraio mi è venuto incontro con grande sensibilità. Sto parlando di esercizi privati ma l'indignazione monta quando penso che non posso entrare neanche in Municipio. Ho protestato, mi hanno ascoltata ma finora non hanno fatto niente. Il paradosso però l’ho sperimentato in Ospedale: ho dovuto chiedere aiuto anche per recarmi alla toilette riservata agli invalidi perché la porta era così pesante che non riuscivo ad aprirla. Un giorno ho aspettato per più di dieci minuti, stavo malissimo fino a quando non sono esplosa e ho fatto una scenata! E mi scusi se le parlo della postazione della carta igienica: imprendibile! Il water è così basso che quando ti siedi le ginocchia ti arrivano alle orecchie…» Qui la signora Gesina ride, per poi subito infervorarsi. «Bisogna parlare di queste cose di cui i normodotati, fortunatamente, possono disinteressarsi ma quando anche l’atto più scontato diventa problema ecco che cominci a pensare…» E quali pensieri le attraversano la mente? «Pensieri arrabbiati. Ho constatato sulla mia pelle che siamo considerati cittadini di terza classe che non possono accampare diritti e, soprattutto, non possono parlare. Se poi lo facciamo, non veniamo ascoltati». Gesina chiede di essere indipendente, vorrebbe che la gente si scuotesse e capisse che l’invalidità è un’incognita che non deve essere rimossa: un incidente, una malattia e ti ritrovi dall’altra parte della barricata. «Il brutto – continua – è che si costruiscono ancora nuovi edifici, supermercati, banche, ignorando completamente la nostra condizione. O, se veniamo presi in considerazione, lo si fa con superficialità. Un altro esempio? La nuova Migros di Locarno possiede un ascensore che arriva solo al primo piano: perché non fino al secondo, visto che ha due piani? Inoltre anche lì devo farmi accompagnare perché la maniglia dell’ascensore è posta così in alto che non riesco ad arrivarci». Accessibilità, la parola-chiave dell’iniziativa popolare per l’eliminazione delle barriere e in favore degli invalidi. «Quell’iniziativa bocciata dall’egoismo collettivo – commenta la signora Gesina –. Hanno forse avuto paura che togliessimo qualcosa? Non capisco. Chiediamo di essere indipendenti il più possibile, di pesare il meno possibile e non ci viene concesso. Vorrebbero metterci da parte, confinarci nelle nostre case per non turbare il quieto vivere della comunità. Ma io non mi tiro indietro. Lo devo a me stessa, alla mia voglia di vivere che neanche l’invalidità è riuscita ad intaccare».

Pubblicato il 

19.09.03

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