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Globalizzare ma non la povertà

di

Beat Allenbach
Dei guadagni stratosferici di manager che offendono il senso di giustizia ho scritto un mese fa. Questi supersalari sono un problema importante, tuttavia non fondamentale per la nostra società. Di centrale rilevanza, per contro, è il potere d'acquisto dei salari di quelle donne e uomini che lavorano in settori a bassi salari e che hanno una formazione scarsa. Tutte le donne, tutti gli uomini che lavorano a tempo pieno dovrebbero guadagnare abbastanza per poter vivere decentemente. La nuova, crescente categoria dei lavoratori e delle lavoratrici che pur lavorando regolarmente non guadagnano abbastanza per poter vivere è una brutta sconfitta per una società che ancora si definisce attraverso il lavoro. Partiti politici, organizzazioni economiche e rappresentati dello Stato dovrebbero far confluire i loro sforzi per trovare delle soluzioni che garantiscano un salario sufficiente a tutti coloro che lavorano a tempo pieno. Non possiamo tollerare l'acuirsi della differenza tra ricchi e poveri a tal punto che una parte della popolazione non possa più vivere del proprio lavoro.
La concorrenza crescente, la globalizzazione, lo spostamento della produzione nei paesi dell'Est imporrebbero, in certi rami, dei salari da fame, si sente dire. Ma vediamo più da vicino la situazione in uno dei paesi poveri, il Bangladesh. Da un'inchiesta del giornalista tedesco Urs Fitze pubblicata sul Tages-Anzeiger di Zurigo risulta che le ditte locali dell'abbigliamento pagano dei salari così bassi che le lavoratrici non riescono a sfamare le loro famiglie benché il costo della vita nel loro paese sia molto più basso che da noi. Responsabili di questa situazione non sembrano essere tanto gli imprenditori locali, quanto le stesse imprese multinazionali come H&M, Carrefour, Wal-Mart. Un imprenditore importante del Bangladesh ha detto che, vista la concorrenza spietata, le multinazionali sono riuscite ad imporre dei prezzi sempre più bassi: cinque anni fa, per una camicia avrebbero pagato tra 7 e 8 dollari, oggi neanche più 5 dollari. Quindi le multinazionali premono sui prezzi da noi come altrove, impediscono l'aumento dei salari bassi da noi come nei paesi poveri. Assistiamo dunque alla globalizzazione dei bassi salari, alla globalizzazione della povertà per una parte della popolazione.
Vogliamo accettare questa evoluzione? No, dobbiamo combatterla! È facile dirlo, più difficile è fare dei passi in quella direzione. Le organizzazioni dei consumatori dovrebbero insistere continuamente presso le ditte multinazionali non solo per bandire il lavoro dei bambini, ma per garantire ai loro fornitori un prezzo equo che permetta di pagare il personale dignitosamente. E le consumatrici e i consumatori? Che evitino prodotti offerti a prezzi stracciati che non possono garantire ai produttori delle condizioni di lavoro accettabili. Inoltre dobbiamo insistere sulla globalizzazione dei diritti dell'uomo, anche nei confronti di paesi potenti e facilmente irritabili come la Cina e l'India. Se vengono rispettati i diritti fondamentali, allora gran parte degli abusi e di concorrenza sleale sono esclusi. Avremmo fatto un passo importante per uno sviluppo più equo e sostenibile.

Pubblicato

Venerdì 2 Giugno 2006

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