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Gli ultimi di Fukushima

di

Martin Fritz
Da oltre sette settimane gli "eroi di Fukushima" lottano per cercare di contenere i danni di uno dei più gravi incidenti nucleari della storia. Ma questi eroi non sono tutti uguali tra loro, poiché appartengono a differenti livelli della scala sociale dell'industria dell'atomo giapponese.

Una scala sui cui gradini più alti siedono i manager, molto ben pagati e al riparo dalle radiazioni, visto che dopo il disastro si tengono alla larga dalla zona di interdizione di 20 chilometri. Ai livelli intermedi si collocano invece gli uomini della Tepco (il gestore della centrale) e alcuni impiegati delle società partner del gruppo: operano infatti in una centrale di comando protetta da uno spesso strato di piombo nelle vicinanze del reattore numero uno. Ai piedi della scala si trovano invece quei lavoratori che appartengono al cosiddetto proletariato dell'atomo, perché sono loro che si assumono quasi interamente il rischio di contaminazione. Nell'area della centrale gli uomini della Tepco si vedono così raramente, che ironicamente vengono chiamati "Okyaku-san" (ospiti).
Le differenze tra lavoratori sono enormi anche dal punto di vista del grado di sindacalizzazione. I 38mila collaboratori delle 258 ditte che appartengono al gruppo Tokyo Eletric Power Company (Tepco) sono tutti nel sindacato aziendale, ma in molte società minori non esiste alcuna forma di organizzazione sindacale. L'esercito di lavoratori temporanei non è invece rappresentato da nessuno. Negli anni Novanta vi fu un tentativo di organizzare i lavoratori dell'atomo in un sindacato, ma l'iniziativa fu fatta fallire per mano di gangster i cui mandanti non sono ancora noti oggi.
Già in condizioni normali i lavoratori temporanei sono la fanteria dell'industria atomica: nel 2009 rappresentavano l'88 per cento degli 83mila lavoratori impiegati nei 18 impianti nucleari giapponesi. Almeno stando ai dati forniti dall'autorità per la sicurezza. Presso l'impianto di Fukushima l'89 per cento dei 10'303 impiegati erano irregolari. Secondo ricerche della rivista giapponese Friday anche tra gli "eroi" vi sono molti lavoratori inesperti ingaggiati su chiamata. Uomini e donne che non hanno altra scelta che accettare il lavoro offerto. «Se dicessi di no non otterrei più alcun posto», spiega uno di loro.
Prima di essere mandati al fronte, frequentano un corso di formazione di quattro giorni, in cui vengono loro impartite le nozioni di base sulla fissione nucleare e sulle unità di misura della radioattività Sievert e Becquerel. Al termine dello stesso si sottopongono a un esame in cui devono ottenere almeno 90 punti su 100. Dopodiché sono "pronti" a svolgere le mansioni più pericolose, fino al raggiungimento di un'irradiazione, considerata ancora sopportabile, di 250 millisivert . Il tutto per un salario giornaliero che varia dai 109 ai 163 franchi svizzeri.
La forbice tra impiegati fissi, lavoratori temporanei e a giornata si è sempre più allargata a partire dall'inizio degli anni Novanta. La percentuale d'impiegati che beneficiano ancora di scatti salariali per anzianità sono sempre di meno.
È per questo che i giovani studenti giapponesi sognano di diventare impiegati fissi presso Mitsubishi, Panasonic o Toyota, dove i sindacati hanno ancora un peso. Anche se Toyota e gli altri negli anni Novanta dirottavano molti collaboratori verso società affiliate per ridurre la massa salariale. L'affare è così lucrativo che persino grandi gruppi (come Canon per esempio) per certi periodi hanno impiegato migliaia di "lavoratori in prestito apparente". Toyota ottiene enormi utili anche grazie al fatto che la produzione delle sue limousine di lusso viene in parte esternalizzata a società affiliate come la Kanto Auto Works.
Dopo che il lavoro temporaneo è stato liberalizzato in tutti i settori, un terzo dei giapponesi è precario: ottiene lavoro (a ore o a giornate) tramite agenzie di collocamento e in media guadagnano il 60 per cento di quanto prende un impiegato fisso che svolge le stesse mansioni.
Quando durante la crisi finanziaria nell'autunno 2008 decine di migliaia di lavoratori temporanei vennero lasciati semplicemente in strada, si è assistito per la prima volta dopo decenni in Giappone a una protesta di salariati. Al grido di slogan del tipo "Alzatevi e cambiate la società", migliaia di lavoratori temporanei hanno marciato per le strade di Tokyo e di altre quaranta città. Improvvisamente questi sconfitti della società non hanno più accettato di essere bollati come dei falliti. «Non ottengo un posto di lavoro e fatico a trovare casa», si lamentava una donna. «Mi si dice spesso che è colpa mia. Ma non è così semplice». Le proteste sono state organizzate da piccole organizzazioni indipendenti che offrono ascolto ai lavoratori temporanei.
Dopo gli Stati Uniti, il Giappone è il paese del gruppo dei sette stati più industrializzati al mondo (G7) con il maggior numero di poveri. Non conosce uno stato sociale come viene inteso in occidente. Chi lavora con una percentuale inferiore al 75 per cento, non ha nessun diritto al contributo per l'assicurazione malattia e la pensione. Solo chi ha lavorato per almeno un anno nello stesso posto ha diritto ad un'indennità di disoccupazione. E solo per sei mesi. Un lavoratore temporaneo su quattro che viene licenziato non ha più una famiglia che lo possa accogliere e finisce in strada. L'aiuto sociale viene dato solo in casi eccezionali se una persona è ritenuta abile al lavoro.
Lo Stato non fa quasi nulla per la formazione continua: un secondo mercato del lavoro non esiste. I critici parlano di una "società scivolosa": chi cade non si rialza più. Dieci milioni di giapponesi guadagnano meno di 1.800 franchi al mese. Per molti questi soldi bastano solo per due pasti al giorno: un'assicurazione malattia non possono permettersi di pagarla. Migliaia di senzatetto trascorrono la notte negli stretti box degli Internet point. Queste condizioni hanno contribuito nel settembre 2009 a uno storico cambio di governo. Il Partito liberaldemocratico al potere dal 1955 ha subito una pesante sconfitta. Il Partito democratico, sostenuto dalle organizzazioni sindacali, ha convinto gli elettori promettendo di fare una politica per la società e non per l'economia. Ma contro i potenti burocrati dei ministeri, i veri signori del Giappone, il nuovo governo non è riuscito a imporsi. Molte riforme sono rimaste ferme. Il lavoro temporaneo non è stato limitato e i salari minimi non sono stati aumentati. L'assegno per i figli introdotto nell'aprile 2010 già in autunno potrebbe sparire.
Lo storico contemporaneo Sven Saaler, dell'università Sophia di Tokio, analizza: «Si tratta di un governo socialdemocratico senza socialdemocratici».



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Venerdì 6 Maggio 2011

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