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Gli smemorati del Belpaese

di

Dino Nardi
Vivendo in Italia per alcune settimane in estate, ho potuto ascoltare per strada, nei bar e su molti mezzi di trasporto pubblici i più svariati commenti, quasi mai positivi, sugli immigrati, anche da parte di insegnanti della scuola dell'obbligo. Pure sui giornali, sia nazionali che locali, in occasione di fatti di cronaca che vedevano coinvolti gli immigrati, ci si è lasciati andare in commenti e considerazioni analoghe o, in quelli di matrice cattolica o di sinistra, in disquisizioni sociologiche.
Pur essendo nato e cresciuto in Lucchesia, sono figlio di emigrati in Svizzera e, dopo essermi ricongiunto con i genitori, ci vivo ormai da quarant'anni. Come emigrato, sono stato anch'io oggetto di spiacevoli episodi xenofobi nei primi anni del mio soggiorno e, come operatore sociale, sono stato poi testimone di moltissimi casi di soprusi a danno dei miei connazionali, quando in Svizzera "emigrato" era sinonimo di "italiano"  e qualche locale pubblico appendeva sulla porta il cartello "Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani".
Quindi, quanto sta accadendo oggi in Italia con l'immigrazione è per me molto avvilente, ma anche  un dejà vu, compreso il fatto (ricordato dallo storico Franco Cardini in un recente intervento su Il Tirreno) che i più razzisti e xenofobi si annidino proprio tra il proletariato, quotidianamente a contatto con gli immigrati, nell'abitato e sul lavoro. D'altra parte, era facile non essere razzisti e xenofobi in Italia restando esterrefatti nel vedere le immagini e le storie che la tv trasmetteva, negli anni '50 e '60, di quanto accadeva negli Stati Uniti e in Sud Africa tra bianchi e neri. Ed era altrettanto facile dare "una connotazione profondamente negativa al razzismo e alla xenofobia" nelle famiglie e nelle scuole (come ricorda ancora Cardini) quando l'Italia non conosceva ancora l'immigrazione straniera. Anche se quanto accadeva in quegli anni nel triangolo industriale del nord Italia, con l'immigrazione interna dal sud, era una prima avvisaglia degli umori popolari nei confronti dello "straniero" alle nostre latitudini.
Un altro dejà vu, è stata la nascita anche in Italia (come avvenne in Svizzera già negli anni '60 con la destra nazionalista di James Schwarzenbach) di un movimento politico come la Lega Nord, che deve le sue fortune elettorali al saper cavalcare i sentimenti razzisti e xenofobi di molti italiani. Anche da noi, oggi,  si può affermare «aspettavamo delle braccia, sono arrivati degli uomini», come disse a quell'epoca Max Frisch. Con una differenza rispetto al popolo elvetico:  la nostra storia è stata impregnata di emigrazione, spesso poco gradita dalle popolazioni autoctone; inoltre, se oggi l'Italia è diventata la "Merica" per tanti altri disperati del mondo, è anche grazie alle rimesse in valuta pregiata di milioni di emigrati italiani. Esattamente quello che fanno oggi gli immigrati in Italia, criticati da chi vorrebbe investissero i risparmi nel nostro Paese.
È quindi un vero peccato che gli italiani abbiano dimenticato, o addirittura i più giovani non conoscano, quella che è stata la nostra storia e che, in certa misura, è ancora attualità. Visto e considerato che nel mondo ci sono circa quattro milioni di emigrati italiani e che ogni anno più di cinquantamila connazionali vanno a lavorare all'estero. Ed è un vero peccato che non si faccia tesoro della nostra esperienza di emigrazione per facilitare al massimo il processo d'integrazione dei nostri immigrati che, in gran parte, saranno presto i genitori di futuri cittadini italiani.
L'italiano può quindi permettersi tutti i difetti di questo mondo, tranne essere razzista o xenofobo.

Pubblicato

Venerdì 3 Dicembre 2010

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