La sinistra deve imparare a giocare in squadra: perché se uniti il Partito socialista svizzero (Pss) e i Verdi potrebbero ottenere, dopo le elezioni del 2007, tre consiglieri federali. E rimescolare quindi le carte in un governo che oggi appare decisamente troppo spostato a destra. Questa tesi Hans-Jürg Fehr l’ha espressa con convinzione fin dalla sua nomina a presidente del Pss, avvenuta lo scorso 6 marzo. In questa intervista Fehr spiega come la sinistra, e in particolare il Pss, possano conquistare nuovi elettori per conseguire questo obiettivo ambizioso. Ma prende anche posizione sulle ormai imminenti votazioni federali del 16 maggio. Uscito dall’ombra di chi l’ha preceduto, Christiane Brunner, di cui era vicepresidente prima di assumere la guida del Pss, Fehr sta progressivamente dimostrando in questi due mesi di non essere un politico opaco e spento. È certamente poco spettacolare, ma è anche concreto. È sull’obiettivo che si è posto, essere il primo partito nel 2007, che a conti fatti si valuterà tutta la sua presidenza; intanto però quello del 16 maggio è già uno di quegli appuntamenti che non si possono assolutamente mancare. Hans-Jürg Fehr, oggi il partito che lei presiede, il Pss, è accusato di avere una scarsa capacità di mobilitazione, specie se confrontata a quella dei sindacati. Lavorare per migliorarla è una sua priorità? È una tesi che non condivido pienamente. Certo, ci sono regioni in cui abbiamo una scarsa capacità di mobilitazione. Però ve ne sono altre dove questa capacità è notevole. E poi credo che le cose negli ultimi due o tre anni siano nettamente migliorate. Io non contrapporrei neppure il Pss ai sindacati. D’accordo, c’è un sindacato, il Sei, che ha una notevole capacità di mobilitazione e certamente il Pss non è a quel livello. Ma direi che in confronto agli altri sindacati e agli altri partiti politici abbiamo un’ottima capacità di mobilitazione. In questo periodo in particolare riusciamo a mobilitare molto bene i nostri elettori e a convincerli ad andare alle urne, ed è per questo che vinciamo le elezioni praticamente in tutti i cantoni. Forse, comunque, qualcosa in più lo si potrebbe fare con i nostri iscritti. Il Pss ha un problema paradossale: dovrebbe essere il partito della classe operaia, ma gli operai e le classi sociali che il Pss vorrebbe rappresentare finiscono invece per sostenere altri partiti, spesso l’Udc. È vero che siete diventati il partito del ceto medio? No, non sono assolutamente d’accordo. Siamo sempre ancora il partito dei lavoratori e degli impiegati. Naturalmente le cose negli ultimi 50 anni sono molto cambiate: non c’è più la classe operaia, i classici lavoratori delle fabbriche o dell’edilizia non hanno più il ruolo di una volta. Oggi i lavoratori sono piuttosto degli impiegati, e al loro interno vi sono notevoli differenze di ceto sociale. E molti lavoratori sono stranieri, per cui non possono votare: questo per noi è naturalmente un grosso problema. È però sbagliato dire che gli operai non ci votano: direi che piuttosto è vero il contrario. Tutte le inchieste dimostrano infatti che il Pss ha grossi problemi nell’elettorato che guadagna meno di 3 mila franchi al mese: ma in questo caso non si tratta di lavoratori, bensì di pensionati. Èd è vero che oggi facciamo fatica a convincere gli anziani, che tendono piuttosto verso il nazionalismo dell’Udc: si tratta di persone cresciute con il mito del ridotto svizzero coltivato durante la seconda guerra mondiale e che successivamente hanno custodito l’immagine della Svizzera come un Sonderfall, un paese migliore degli altri, e temono che presto tutto questo possa finire. Oggi il nostro elettorato è piuttosto proprio quello dei lavoratori, di chi guadagna fra i 3 mila e i 9 mila franchi al mese. Cosa può fare il Pss per recuperare il voto dei più anziani? L’Udc ha vinto le ultime elezioni anche grazie alle mattinate con cornetto e caffellatte organizzate da diversi anni per gli anziani… È una domanda interessante perché la situazione è paradossale. La nostra politica concreta, ad esempio ora con l’undicesima revisione dell’Avs, è certamente nell’interesse dei pensionati, in particolare di coloro che non hanno molti soldi. Questo messaggio però non passa: molti anziani sono stati “narcotizzati” a tal punto dal nazionalismo e dalla xenofobia dell’Udc che non si rendono conto che la politica dell’Udc va contro i loro stessi interessi, sia in ambito previdenziale che in quello della salute o della politica fiscale. Ma non credo che con caffellatte e cornetto a lunga scadenza si risolva il problema. Credo piuttosto che il lavoro politico quotidiano sia molto più pagante. In tema di integrazione europea lei ha detto che la via dei bilaterali non porta a nulla e che ci vuole un’adesione all’Ue. Non teme una controreazione popolare? No. Concluderemo presto le trattative sui bilaterali bis e probabilmente ci sarà il referendum. Sarà una votazione difficile, è vero. Ma oggi sempre più gli svizzeri vedono e capiscono gli svantaggi concreti che ci derivano dalla non adesione all’Ue. Nelle ultime settimane si sono sommati i casi in cui questi svantaggi sono diventati evidenti: controlli doganali più severi, la questione dei dazi doganali sulle riesportazioni, il caos aereo su Zurigo, la lotta al terrorismo internazionale e così via. La gente sente sulla propria pelle questi svantaggi concreti, credo quindi che alla votazione sui bilaterali bis si debba andare decisi, convinti che il risultato sarà senz’altro migliore che in passato. Anche perché non saremo soli a sostenere il sì ai bilaterali, ma avremo dalla nostra parte anche rappresentanti borghesi e dell’economia. Lei ha posto l’obiettivo di fare del Pss nel 2007 il partito più forte del paese. Per raggiungere questo obiettivo farà affidamento soltanto sulla delusione della base dell’Udc? No, conto soprattutto sul nostro potenziale. Sinistra e Verdi, stando a diverse analisi, non hanno ancora raccolto quanto potenzialmente possono raccogliere. Stando alle inchieste fino al 40 per cento dei cittadini svizzeri dice di potersi immaginare di votare un giorno per i socialisti o per i verdi. Di fatto oggi siamo al 32 per cento, per cui abbiamo un potenziale sicuro del 5 per cento almeno che può votare per noi se tutte le condizioni sono riunite. È un 5 per cento che in passato è stato deluso dalla sinistra? Non credo che dipenda solo da noi. Molto dipende anche da come i partiti borghesi, in particolare quelli di centro, si comportano verso di loro. Oggi il Prd incontra così tanta fatica nel rapportarsi all’Udc e si sposta sempre più così a destra che un numero crescente di suoi elettori dice di non più voler votare quel partito. E sono proprio i delusi dei partiti di centro coloro che dicono di potersi un giorno immaginare di votare socialista. Perché questo accada occorre però anche che noi diventiamo più attrattivi conducendo una politica credibile. Hans-Jürg Fehr, il 16 maggio è una data decisiva per la Svizzera? È senz’altro uno dei giorni più importanti del 2004 e forse uno dei più importanti da molti anni a questa parte. Il 16 maggio si deciderà in che direzione andrà la Svizzera. Se ad esempio accettiamo l’undicesima revisione dell’Avs e quindi diciamo sì ad una riduzione delle rendite pari ad 800 milioni all’anno, allora Couchepin potrà tornare alla carica con l’aumento dell’età di pensionamento a 67 anni, perché potrà dire che il popolo è favorevole ad una riduzione delle prestazioni per salvare l’Avs. Oppure se accettiamo oggi il pacchetto fiscale, Merz potrà tornare alla carica con un nuovo programma di risparmi abbinato a nuove riduzioni fiscali per i più agiati. Dalla sconfitta dell’8 febbraio sul controprogetto ad “Avanti” e sul nuovo diritto di locazione la destra appare però un po’ più insicura. Sì. Quella su “Avanti” è stata una vittoria su tutta la linea. Ma più significativa mi pare quella sulla revisione del diritto di locazione. Perché nessuno ci contava, dato che in passato tutte le votazioni simili sono state perse. Questo doppio risultato è stato un colpo duro per la destra. Lo si capisce considerando quanti soldi Economiesuisse sta investendo nella propaganda per il pacchetto fiscale. La destra ha paura di perdere. D’altro lato non dobbiamo dimostrarci sicuri di vincere, perché in questi casi il nostro elettorato tradizionalmente diserta le urne. I prossimi giorni sono decisivi: dobbiamo far capire ai cittadini che non abbiamo ancora vinto, ma che possiamo vincere, nel loro interesse. E l’aumento dell’Iva: a sinistra la si è combattuta per anni come tassa antisociale, ora dobbiamo essere contenti che aumenti? Contenti no. Ma si deve riconoscere che oggi l’Assicurazione invalidità (Ai) ha un grossissimo problema di finanziamento di cui non si vede facilmente la soluzione: un aumento dell’Iva non risanerebbe l’Ai, ne coprirebbe solo in parte il disavanzo. E non ci sono altre fonti per risanarla. Altre ipotesi, come un aumento dei prelievi a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori o un aumento dell’imposta federale diretta, non hanno nessuna chance oggi di trovare una maggioranza. Certo, l’Iva non è la nostra imposta preferita, ma se viene impiegata a difesa delle nostre assicurazioni sociali diciamo di sì perché la causa è giusta. Dopo il 10 dicembre Pascal Couchepin è diventato un alleato della sinistra? In alcuni dossier è senz’altro dalla nostra parte. Penso alla politica estera. In altri settori, invece, come la politica sanitaria o la politica sociale, non è cambiato assolutamente nulla. Lo vediamo ad esempio con l’assicurazione malattia che non è cambiato. In Consiglio federale ha però un altro ruolo: non è più il leader indiscusso perché con Merz e Blocher sono arrivati due vecchi signori che ne mettono in discussione la preminenza.

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07.05.04

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