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La mano invisibile

Gli interessi del mercato non sono quelli della popolazione

di

Silvano Toppi

Due scatole piene di incongruenze è quanto la politica economica ci lascia a fine anno sotto l’albero di Natale. Tutto è mercato, nient’altro che mercato, il mercato è razionale perché tende sempre all’equilibrio tra domanda e offerta. Lo Stato non deve  immischiarsene. È con questi principi  dati per certi e assoluti che si è appena affossata, ad esempio, la proposta di un intervento pubblico riequilibratore affinché almeno una parte degli appartamenti costruiti diventino accessibili a quelle economie domestiche costrette a falcidiare un terzo del proprio reddito per avere un tetto.

 

La macroscopica incongruenza sta nel fatto che il mercato dell’alloggio è oggi l’esempio economicamente più lampante dell’irrazionalità e degli squilibri del mercato e delle sue devastanti speculazioni. Se funzionasse il principio dell’equilibrio tra domanda e offerta non avremmo nel Luganese ottocento appartamenti sfitti e, nonostante l’elevata concorrenza, nessuna tendenza ad una riduzione degli affitti. Non è però l’incongruenza maggiore. Ne abbiamo inanellate una sfilza.

 

Dalle conseguenze nefaste del mercato finanziario-monetario che hanno richiesto interventi equilibratori di Confederazione e Banca Nazionale. Alla messa in concorrenza delle casse malati come strumento di mercato per ridurre i costi (ciò che non è avvenuto, anche per carente intervento pubblico). Alla progressiva concessione al mercato della politica energetica, toccasana per ridurre le tariffe (ciò che non è avvenuto; si è invece dovuto ricorrere a un sostanziale sussidiamento delle aziende elettriche per proteggerle dal mercato). Alla destrutturazione della Posta, sottraendola ai criteri di agenzia pubblica e imponendole aspirazioni di mercato libero in affari, in nome dell’efficienza economica (e si sa com’è finita).

 

All’agricoltura che, caso inverso, se la lasci al mercato senza più le ferree e costose dande dell’intervento pubblico, può chiudere bottega. La conclusione, con questi pochi esempi dell’anno, è che il mercato nient’altro che il mercato è l’equivalente del versetto biblico “tutto è vanità, nient’altro che vanità”. Vanità nel senso di irrazionalità umana.
A fine anno ci si dirà anche con il solito Pil se il 2018 è stato buono oppure stia soffrendo. Come mai un numeretto così rozzo e arbitrario, che ruota attorno ad una virgola, è riuscito ad avere così tanta importanza, tanto da condizionarci tutti? La ragione della sua importanza non va ricercata tanto nella sua fondatezza tecnica-scientifica, quanto piuttosto nell’essere un mezzo molto potente di egemonia politica.

 

Il Pil non è nato per indicare il benessere dei cittadini o le attività utili e sane per la società o l’ambiente, ma per quantificare il volume delle transizioni monetarie che avvengono su merci e servizi nell’arco di un determinato periodo. La corrispondenza tra gli interessi della popolazione e quello dei mercati non è però assiomatica e men che meno automatica. Un economista l’ha definito «idolo bugiardo». Un altro «lavatrice statistica» che serve ad accompagnare «la furia inarrestabile del mercato» (Hirschmann). La conclusione è che bisognerebbe darsi da fare per sfidare questa logica del Pil, demitizzarlo, detronizzarlo. Come operazione culturale necessaria, sia perché se cede anche solo di uno zero virgola  è pretesto per contestare richieste salariali o provvedimenti ambientali-climatici (come abbiamo visto negli scorsi giorni), sia soprattutto perché bisogna passar di lì se si vuole un reale processo di trasformazione economica e sociale.

Pubblicato

Giovedì 20 Dicembre 2018

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