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Gli «euri» e noi

di

Cristina Foglia
Con l’arrivo della nuova moneta siamo ancora più fuori dall’Europa. E sempre più insignificanti a livello di immagine. In più ci si mette anche la sfiga. Alla stazione centrale di Milano campeggia la gigantografia di un meraviglioso paesaggio innevato con la scritta «La vera ricchezza della Svizzera». E chi l’ha vista la neve fino a oggi? Sembra quasi un presagio, un messaggio simbolico. Vista dall’alto la bellissima Engadina in questi giorni sembra un cammello vecchio e spelacchiato. Altro che ricchezza. Non erano la ricchezza della Svizzera anche la Swissair e la cioccolata? Non faccio commenti sulla compagnia di bandiera e spero che ritorni a sbattere le ali, nonostante le enormi pretese che si è posta per trarsi dai guai. Sulla cioccolata riporto invece il giudizio lapidario di una consumatrice svizzero-tedesca da anni emigrata in Sicilia. «Non è più buona», mi dice, «cosa ci hanno messo dentro?» e intanto mi allunga una tavoletta di scurissimo cioccolato italiano. Fatto in Liguria, delizioso. Sarà la tintarella violacea della mucca Milka ad aver inesorabilmente rovinato il patrio latte? Sarà la globalizzazione che ha livellato il gusto al minimo comune denominatore degli ovetti sorpresa che si comprano ai bambini? In ogni caso per gli svizzeri gira male. Ho testato il calo di popolarità qualche ora dopo, in un negozietto dove i proprietari e i suoi parenti, tutti al di sopra dei 70 anni cercavano di stabilire il prezzo di una bottiglia di vino in euro. In cinque con in mano convertitori, tabelle, calcolatrici. «Ma come si fa signò? Questi sono li soldi veri!» mi dice l’uomo con la coppola e il pancione che gli spunta da un maglioncino smilzo. Ha in mano un pacchetto di logore banconote da mille. «Io ci ho la quinta ma li calcoli li facevo tutti a mente, centinaia di migliaia di lire, che tutti mi dicevano come fai Mimì? Me lo dice ora quando qui dentro ci sono sei o sette cristiani che vogliono pagare come faccio io se devo perdere mezz’ora per ogni conto?» La nonna, da dietro il bancone, con le trecce bianche puntate in testa urla sdentata «ventimila lire cento euri e 54 centesimi!» «Si dice euro mammà, no euri»! Tutti a perderci la testa. E a ridere amaro. Tranne uno che sornione, con le mani in grembo, chiede spavaldo. «Svizzeri siete? La Svizzera è finita, date retta me signora. Avete votato contro l’Europa, andrete sempre più giù. Io parlo con la gente, lo sento quello che dicono, noi li soldi non ve li portiamo più. Io sono cameriere-banconista (anche proprietario) e ve lo dico. Ricordatevelo quando sarete in basso le vostre banche chi le vuole più? Siete fuori, fuori!». I presenti guardano serio, accennano a un sì con la testa. Istintivamente con la mano in tasca faccio le corna. Fa un certo effetto sentirsi predire le disgrazie, anche economiche. E se avesse ragione? Finiremo come gli argentini, a mendicare davanti agli sportelli il gruzzolo del conto-risparmio? Me lo ricorderò allora il cameriere-banconista con la sua grigia profezia. Una visione che dura pochi secondi. Ecco la nonna. Ha risolto il dilemma del cambio e mi porge orgogliosa «du euri» di resto.

Pubblicato

Venerdì 18 Gennaio 2002

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