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Italia

Gli eroi dimenticati dalla politica

I lavoratori, quelli della sanità in particolare, sono i grandi assenti dal piano nazionale da 209 miliardi per la ripresa del paese

di

Loris Campetti

Centoventicinque. Tante sono le pagine della bozza stilata dal presidente Conte sull’utilizzo dei 209 miliardi di euro destinati all’Italia dall’Unione europea. Si chiama Piano nazionale di ripresa e resilienza, è un fiume di danaro da investire per disegnare l’Italia che verrà dopo la pandemia che ha fatto esplodere tutte le antiche contraddizioni del nostro sistema economico, sociale, culturale, segnato dalle sempre più intollerabili diseguaglianze. Siccome nessuno se la sente di ripetere la più improponibile delle parole d’ordine: “Tutto tornerà come prima”, ci si aspetta una nuova italian way of live, una nuova Weltanschauung, quasi una rivoluzione.

Domanda: si può fare una rivoluzione senza il mondo del lavoro, semplicemente ignorandolo, riducendolo a pura variabile dipendente dell’impresa?

 

Si direbbe di sì, a sbirciare la bozza lunga 125 pagine in cui il lavoro – è il commento di chi come il segretario della Cgil Maurizio Landini quella bozza l’ha letta e riletta – non esiste. I titoli della bozza sono impegnativi: dalla riforma della giustizia a digitalizzazione, innovazione, competizione e cultura, dalla rivoluzione verde alle infrastrutture per una mobilità sostenibile, dall’istruzione e ricerca alla parità di genere, dalla coesione sociale e territoriale all’ultimo capitolo, la salute.

 

Era troppo pretendere che quella bozza fosse discussa con le parti sociali prima della stesura? Era troppo pretendere che il sindacato venisse almeno consultato prima del varo della legge di bilancio (la finanziaria)? Evidentemente era pretendere troppo da chi pensa che il sindacato serva a ratificare e rendere applicabili decisioni prese dall’alto, con un diritto di parola limitato alla sfera salariale, e non certo esteso al disegno di un nuovo sistema di relazioni economiche e sociali. Chi manda avanti la sanità in Italia, se non i lavoratori? Su chi si fonda la lotta alla pandemia se non sui lavoratori della sanità? Se avessero avuto diritto di parola, attraverso chi li rappresenta, avrebbero detto che dedicare appena 9 dei 209 miliardi alla sanità è una provocazione, una cecità totale. Infermieri, medici, portantini, autisti delle ambulanze erano chiamati eroi, ora sono sprofondati nel dimenticatoio della politica. Non viene riconosciuto loro neanche il diritto al rinnovo contrattuale, come capita nella sanità privata.


I padroni, che continuano a chiedere soldi a prescindere da come e se siano stati colpiti dalla pandemia, sono stati salvati insieme alle loro imprese dal sacrificio dei lavoratori e grazie ai protocolli sulla sicurezza imposti con le trattative sindacali.

 

Un’indagine sulle imprese di Reggio Emilia, indicativa per gran parte del Nord Italia, certifica che gli utili sono cresciuti decisamente più dei salari. Però, dicono lorsignori, il governo Conte è colpevole di sprecare danaro per il sostegno delle fasce più deboli della popolazione invece di limitarsi a foraggiare gli imprenditori, mentre la povertà cresce e travolge nuove fasce sociali. La pandemia non è cieca, colpisce innanzitutto i più deboli: quante centinaia di migliaia di disoccupati andranno a ingrossare le fila di chi è già stato appiedato dalla pandemia, quando a marzo si cancellerà il blocco dei licenziamenti?
Fare sindacato dentro una tragedia è impresa benemerita quanto titanica, senza potersi parlare e toccare se non da remoto, con la priorità assoluta di salvare la pelle e il lavoro e il rischio di rinunciare alla qualità della vita e del lavoro.

 

La scorsa settimana c’è stato lo sciopero generale del Pubblico impiego per il rifiuto del governo di incontrare i sindacati, governo che fino all’ultimo avrebbe potuto evitarlo in una situazione d’emergenza. Forse qualcuno ha investito proprio sulla perdita di credibilità del sindacato. Come era facilmente prevedibile anche da chi non fa il sindacalista, lo sciopero ha coinvolto una netta minoranza dei lavoratori interessati, subissato dalle critiche di gran parte della popolazione. Si può forse dare della crumira all’infermiera che sceglie di andare in corsia invece di aderire allo sciopero, quando i morti per Covid sfiorano i 70mila? Dopo lo sciopero il governo ha convocato i sindacati di categoria, un risultato importante, ma arrivato dopo una prova di forza fallita.


Il rischio è che in questo scontro tra titani (meglio sarebbe dire tra totani) si perda di vista il contenuto: le scelte immediate per arrivare vivi alla vaccinazione di massa, chiudendo drasticamente il paese per fermare il virus. E riscrivendo il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per disegnare un nuovo inizio equo e solidale dell’Italia con un’economia socialmente ed ecologicamente sostenibile.

Pubblicato

Giovedì 17 Dicembre 2020

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