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Gli anni della classe operaia

di

Orazio Martinetti
Da DeriveApprodi esce un ponderoso volume* – quasi 900 pagine – con allegato cd sul tema dell'operaismo, esperienza teorico-politica degli anni '60, l'epoca del "neocapitalismo" (o, secondo altri, del "miracolo economico"). La casa editrice romana è da tempo impegnata a rilanciare, anzi a "riabilitare", questo filone di pensiero e di intervento militante nelle file della sinistra italiana, o di quel che ne resta, dopo l'ultima, bruciante sconfitta subìta lo scorso aprile dal Partito democratico e dalle formazioni radunatesi sotto le insegne dell'Arcobaleno.

L'operaismo era praticamente sparito dalla scena politico-intellettuale dopo l'arresto dei suoi principali esponenti il 7 aprile del 1979: la retata ordinata dal giudice Pietro Calogero aveva infatti portato in carcere decine di militanti padovani e romani appartenenti all'area dell'Autonomia con l'accusa di aver «organizzato e diretto una associazione denominata Brigate rosse costituita in banda armata». Il primo a finire in manette fu Antonio Negri, ordinario di Dottrina dello stato all'università di Padova, personaggio affascinante per gli uni, demoniaco per gli altri, sempre tagliente, sarcastico, non privo di venature dannunziane. L'Autonomia venne così decapitata: da quel momento la vicenda divenne giudiziaria e disciplinare. Negri continuò a scrivere anche dietro le sbarre (il libro L'anomalia selvaggia. Saggio su potere e potenza in Baruch Spinoza prende forma a Rebibbia), ma ormai l'eco della sua riflessione raggiungeva solo un gruppetto di irriducibili. L'eredità operaista si disperse così in mille rivoli. Feltrinelli avrebbe poi eliminato dal suo catalogo la collana Materiali Marxisti curata dal Collettivo di Scienze politiche di Padova. Alcuni rientrarono nel Pci e nelle organizzazioni sindacali; altri si gettarono nell'avventura delle radio private e successivamente delle televisioni (e qualcuno finì pure alla corte di Berlusconi); altri ancora lasciarono definitivamente la politica per dedicarsi ad altro.
Molti protagonisti di quella stagione sono ancora in vita, e ancora febbrilmente attivi (Negri su tutti). Ma ormai l'ondata dei sacri furori s'è esaurita, per cui gli storici possono ora ritornare sulla materia con maggior distacco e obiettività. Le ricerche non mancano, e i documenti raccolti e pubblicati da DeriveApprodi sono preziosi perché permettono allo studioso di far capo ad un gran numero di testimonianze e di scritti dell'epoca, riproposti in antologie o su cd-rom.
Perché riparlarne? Perché rievocare quegli anni? Per più motivi. Da un punto di vista intellettuale, l'operaismo degli anni '60 è stato uno dei momenti più innovativi e fecondi nella storia della sinistra italiana, soprattutto extraparlamentare. Elaborazione teorica, ma non solo: fu, come pochi, in grado di cogliere la novità di quel periodo e di trarne continua energia per allargare il raggio d'intervento: le trasformazioni che stavano modificando il paesaggio industriale, l'avvento delle grandi concentrazioni produttive (acciaio, chimica, petrolio), l'arrivo nelle officine di manodopera nuova, proveniente dalle campagne e dal Meridione d'Italia, scarsamente qualificata, duttile e intercambiabile. I sociologi diedero a questa figura il nome di "operaio massa": un lavoratore che non portava con sé né una specifica qualifica, né un patrimonio sindacale riconducibile alla tradizione del movimento operaio. "Teoria" e "prassi" trovarono nella linea indicata da Raniero Panieri e dai Quaderni Rossi, rivista ideata nel 1961, motivi per allearsi e rinnovarsi sulla base delle rivendicazioni che le maestranze andavano esprimendo alla Fiat, al Petrolchimico di Porto Marghera, alla Pirelli, alla Falck.
I Quaderni Rossi, pubblicati tra il 1961 e il 1963, rappresentarono la fucina di questa elaborazione. Il lettore – deluso dallo storicismo allora imperante nel Pci – vi trovava soprattutto una stimolante lezione di metodo: la "conricerca", ossia la collaborazione intellettuali-operai sul terreno concreto dell'organizzazione del lavoro, tra i segmenti della catena di montaggio della produzione fordista. La grande fabbrica aveva di colpo semplificato il conflitto e fatto emergere due polarità: da una parte il capitale, dall'altra gli operai. E questa contrapposizione diventerà il titolo dell'opera più celebre di quell'epoca: Operai e capitale di Mario Tronti, pubblicato da Einaudi nel 1966.
L'esperienza di Quaderni Rossi (cui parteciparono, tra gli altri, Romano Alquati, Vittorio Rieser, Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Franco Fortini) si concluse nel 1963. Ad essa subentrò un altro giornale, più combattivo, più sbilanciato sul terreno politico, Classe Operaia, diretto da Tronti. Panzieri scomparve il 9 ottobre del 1964, all'età di 43 anni. Discepolo di Rodolfo Morandi, traduttore, con la moglie, del secondo volume del Capitale (edizione tuttora in circolazione), Panzieri proveniva da una corrente, la "sinistra socialista", fortemente critica nei confronti del «centro-sinistra» che si andava profilando. Oggi tutti gli storici della vicenda concordano nell'attribuire a Panzieri la paternità dell'operaismo italiano.
Secondo motivo di interesse: le ramificazioni da quel tronco. Furono numerose e, nonostante divergenze e scissioni, anch'esse feconde, soprattutto nel campo dell'analisi sociale, della storiografia e delle indagini etno-musicali. Qui l'opera da pioniere fu svolta da Gianni Bosio (1923-1971), Danilo Montaldi (1929-1975), Stefano Merli (1925-1994), Roberto Leydi (1928-2003), Sergio Bologna (1937). Si trattava, anche in questo campo, di recuperare un giacimento che gli storici tradizionali – molto affezionati ai partiti e ai loro dibattiti interni – tendevano a trascurare, ossia la vicenda, come si disse allora, delle "classi subalterne": il racconto di operai e braccianti, le autobiografie dei militanti di base, i riti di festa e di lutto, i canti popolari, le donne, l'inurbamento dei contadini del Sud. Una ricostruzione dal basso, fondata su testimonianze, interviste, recupero di diari, spartiti e strumenti musicali (l'archivio Leydi è depositato al Centro di dialettologia e etnografia di Bellinzona). Insomma: storia orale, etnografia, antropologia anziché monografie sul sistema dei partiti e profili di leader.
Terzo motivo: la capacità di mettere in campo categorie socio-economiche in grado di cogliere i caratteri della trasformazione. Dall'operaio massa (tipico della grande industria) all'operaio sociale non più legato ad una specifica attività e ad un luogo determinato, dal «lavoratore della conoscenza» attivo nel terziario (servizi, cultura, informazione), laureato ma precario e sottopagato, all'antagonismo radicale delle "moltitudini". Tra i Quaderni Rossi del 1961 e il Lessico postfordista, curato da Adelino Zanini e Ubaldo Fadini nel 2001, corre un filo ininterrotto, che si annoda intorno all'esigenza di connettere il sapere alla produzione, la teoria alle pratiche di vita.
Per anni si è letta questa linea militante attraverso le lenti delle "mele bacate" che ha prodotto, ossia i gruppi armati. Nell'"album di famiglia" di questa tradizione c'è indubbiamente anche molta apologia della violenza, come attestano i documenti redatti, negli anni '70, da Autonomia operaia. Fu uno degli esiti, ma per fortuna non l'unico. Tant'è vero che i principali esponenti di Classe Operaia proseguirono la loro militanza nel Pci (Tronti, Cacciari, Asor Rosa), tagliando i ponti con Negri, Piperno e Scalzone, portatori di atteggiamenti ambigui nei confronti della lotta armata.
Oggi la sinistra – non solo italiana – annaspa come un volatile smarrito, alla disperata ricerca di un appiglio, di una bussola, di una mappa di riferimento. Si è detto che non ha più i suoi "quaderni" (intendendo con questo i Quaderni di Gramsci, ma anche i Quaderni di Panzieri). È vero: troppo presto ha sgombrato soffitte e cantine, buttando via con l'acqua sporca anche il bambino. Operazioni come quelle avviate da DeriveApprodi, in un clima tutt'altro che propizio, invitano ad andare oltre quella intensa stagione senza ripudiarne il lascito: una fase ricchissima di fermenti (basti pensare ai giornali e alle riviste nate in quel giro d'anni, tra la rivolta dei Piazza Statuto del 1962 e l'autunno caldo del 1969) e di vivaci, forse irripetibili iniziative intellettuali.

Semi che germogliano ancora

Alcuni semi, tra quelli sparsi dall'operaismo, hanno dato frutti anche nella Svizzera italiana. Si aggancia a questa tradizione ad esempio la traiettoria di Christian Marazzi, come lui stesso riconosce nell'intervista rilasciata a Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero per il libro Gli operaisti, DeriveApprodi, 2005, pp. 223-234. «Ho l'impressione – dice ad un certo punto Marazzi – che l'operaismo, quella generazione ma anche tutti i giovani che sono cresciuti negli ultimi vent'anni dentro questo corpo teorico, abbia dato dimostrazione di avere una certa lucidità nell'analizzare il postfordismo, la new economy, la finanziarizzazione ecc.». Altri contributi di Marazzi si trovano nel Lessico postfordista citato (le voci "globalizzazione" e "panico") nonché nel volume a più mani Guerra e democrazia (Manifestolibri, 2005). Anche il sociologo Sergio Agustoni si è formato all'interno di questa cornice, soffermandosi soprattutto sui flussi migratori: si veda il saggio «Operaio multinazionale e capitale internazionale: la Svizzera» compreso nella raccolta L'operaio multinazionale in Europa (Feltrinelli, 1974). D'altro canto, non è casuale che la recente mobilitazione alle Officine Ffs Cargo di Bellinzona abbia riacceso lo spirito di militanza proprio tra gli ex-operaisti, a lungo rimasti silenti dietro le quinte: segno che quell'"esperienza di pensiero", come la definisce oggi Tronti, è ancora in grado di produrre categorie utili per leggere e interpretare la modernità (o postmodernità) capitalistica.

Pubblicato

Venerdì 11 Luglio 2008

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