A sentire il presidente americano George Bush non c’è ricetta migliore della privatizzazione. Nella sua amministrazione si è insinuata da tempo l’idea di privatizzare la Social security, una specie di Avs, creata nel lontano 1935 dal presidente Franklin D. Roosevelt dopo la grande depressione. Quanta strada riuscirà a fare questo progetto è presto per dirlo. Dopo lo scoppio della bolla speculativa, il cittadino medio americano ha capito che in borsa si può guadagnare, ma anche perdere in poco tempo tutti i risparmi di una vita. Questo ha ridotto ulteriormente il già scarso interesse per una gestione privata dei soldi destinati col tempo a garantire una rendita di vecchiaia. Tanto più che per il momento la Social security gode di ottima salute. Le casse sono stracolme di riserve e sono questi soldi (oltre mille miliardi di dollari) a stuzzicare l’appetito di chi amministra capitali. È comunque vero che la popolazione invecchia. Se nel 1955 a fronte di ogni pensionato c’erano otto persone attive, adesso siamo scesi a 3,3 e nel 2042 ci saranno solo due lavoratori per ogni anziano, assicurano i contabili. Facile capire che le riserve col tempo sono destinate a calare. Si stima comunque che solo a partire dal 2018 le entrate non basteranno più a coprire le uscite e si dovrà cominciare ad attingere dalle riserve. Poco dopo essere arrivato alla Casa Bianca, Bush ha cominciato a parlare di riforma della Social security. Non è un mistero per nessuno che il presidente americano vuole privatizzare questo pilastro, che attualmente garantisce una rendita a 46 milioni di anziani e invalidi. L’importo è piuttosto modesto. Un pensionato riceve mediamente 875 dollari e una coppia 1'483 dollari al mese. Complessivamente la spesa ammonta a 450 miliardi di dollari all’anno. Bush vuole offrire la possibilità ai giovani di gestire in modo autonomo i loro contributi. «Oggi, i giovani che lavorano e che versano i contributi alla Social Security potrebbero benissimo mettere i soldi sotto il materasso tanto è basso il rendimento che ottengono. C’è il pericolo che i rendimenti scendano ulteriormente – persino sotto zero – se non si interviene con una riforma», ha assicurato Bush annunciando nel 2001 la creazione di una commissione ad hoc con l’incarico di formulare proposte concrete di riforma. Le idee sono arrivate pochi mesi dopo, compresi tre modelli di privatizzazione, ma da allora la riforma non ha più fatto concreti passi avanti. Nel giro di poco tempo la situazione interna americana è completamente cambiata e altri problemi sono diventati più urgenti e attuali. C’è stato l’11 di settembre con le sue conseguenze interne ed internazionali. C’è stata la recessione economica che ha provocato la perdita di milioni di posti di lavoro. In borsa è scoppiata la bolla speculativa e molte società importanti sono fallite perché erano solo castelli di carta. Molti americani che avevano investito i loro risparmi in borsa nella speranza di garantirsi una vecchiaia serena hanno perso tutto o quasi. Solo chi aveva una casa propria è riuscito ad evitare il peggio, perché il mercato immobiliare è rimasto saldamente attivo. Dal canto suo, lo Stato che nel 2001 era ancora in attivo adesso ha conti che segnano rosso profondo. Il deficit è stato provocato prima di tutto dai regali fiscali concessi da Bush, cui si sono aggiunti i costi per il dopo 11 settembre e le operazioni militari condotte in Afghanistan e in Iraq. In questa situazione è più difficile mettere in discussione i cardini della Social security, un sistema di cui gli americani vanno pur sempre molto orgogliosi. Questa rendita era stata voluta dal presidente Roosevelt per alleviare le dure conseguenze della crisi del ’29 che aveva lasciato molti anziani sul lastrico. Per molti pensionati, vedove e invalidi questa rendita è indispensabile per poter andare avanti e soprattutto per non finire in povertà. Negli ultimi due anni è stato più difficile parlare di privatizzare la Social security anche perché la gente si è resa conto di quanto sia rischioso investire in borsa. Basta guardare cosa è successo alle casse pensioni private. Se tre anni fa sembravano in ottima salute, adesso molte hanno l’acqua alla gola e non sono in grado di garantire gli impegni presi. Queste casse, alimentate dai datori di lavoro, assicurano una pensione non indicizzata ai lavoratori. Si tratta molto spesso di una conquista ottenuta dai sindacati al tavolo delle trattative. Molti lavoratori sono consapevoli che le loro prestazioni rischiano di essere inferiori alle aspettative. Molti fondi sono sottodotati (il buco sarebbe di oltre 350 miliardi di dollari) proprio adesso che la domanda di prestazioni cresce per effetto dell’invecchiamento dei lavoratori. È il caso per esempio delle grandi fabbriche di automobili americane, come Ford o General Motors, che hanno sempre più lavoratori in pensione e meno dipendenti attivi. Il crollo della borsa ha penalizzato però severamente i lavoratori che non godono di una pensione di vecchiaia, ma che individualmente alimentano dei fondi, i cosiddetti 401 (k), per maturare delle prestazioni al momento di andare in pensione. Molti lavoratori hanno puntato tutti i risparmi in borsa, spesso acquistando un solo titolo, come è stato il caso dei lavoratori della Enron che col crollo del titolo hanno perso tutte le loro speranze di una rendita di vecchiaia. In questo clima di incertezza è più difficile per il presidente americano far avanzare l’idea di privatizzare la Social security. La gente si rende conto proprio nei momenti di incertezza economica come sia importante avere un’entrata sicura e costante. È poi consapevole di quanto sia difficile gestire bene le somme risparmiate, perché bisogna rivolgersi ad un esperto, che non solo costa, ma che oltretutto non sempre è affidabile, come hanno dimostrato gli scandali degli ultimi anni, quando alcuni “esperti” proponevano di puntare su un determinato titolo pur sapendo che era altamente a rischio. Per il momento quindi gli anziani americani possono dormire tranquilli. Ma fino a quando?

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19.09.03

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