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Gli affari privati dell'esercito svizzero

di

Francesco Bonsaver
Dal 27 gennaio al 1° febbraio ha luogo il World economic forum (Wef) di Davos. Per garantire la sicurezza dei partecipanti da terroristi o manifestanti, sono state mobilitate ingenti forze. Oltre alla polizia, 5 mila soldati svolgeranno il loro corso di ripetizione al servizio del Wef. I costi supplementari di 2,5 milioni di franchi sono assunti dalla collettività. Questa missione è stata autorizzata dal Parlamento nel 2006 per un triennio, giunto alla scadenza quest'anno. È giusto che l'esercito sia impiegato a difesa di un'associazione privata?

Quando nel dicembre del 2006 il Consiglio nazionale doveva decidere se autorizzare l'impiego dell'esercito a tutela del World economic forum (Wef), l'allora ministro competente, Samuel Schmid, sostenne che l'armata nella sua missione ha l'obbligo di attenersi al "principio di sussidiarietà" rispetto alle autorità civili.
Schmid aggiunse che, malgrado il Wef sia un avvenimento organizzato da una fondazione privata, la partecipazione di numerosi capi di Stato impone l'obbligo di garantire la sicurezza da parte della Confederazione. Alla fine, il Parlamento autorizzò a grande maggioranza (109 voti a favore, 45 contrari e 16 astenuti) per tre anni l'impiego fino a 5 mila militari al Wef.
Ideato dal professore Klaus Schwab, il Wef si tiene ogni anno nella rinomata località grigionese dal 1971. Fin dal suo inizio, furono invitate autorità politiche internazionali da affiancare ai rappresentanti delle mille aziende più importanti del mondo. La quota annua d'iscrizione per queste ditte ammonta oggi a 42 mila dollari.
Lo scopo delle riunione nella località retica è di creare i presupposti affinché la leadership economica mondiale possa avere un luogo dove interagire informalmente con la classe politica, «col fine di trovare le migliori soluzioni per entrambi». Fu proprio il presunto ruolo di subordinazione della politica agli interessi dell'economia, a diventare a metà anni novanta oggetto di contestazione da parte di gruppi antagonisti al neoliberismo. Una contestazione che col tempo aumentò di importanza a cavallo tra la fine e l'inizio del nuovo secolo, diventando un vero e proprio movimento popolare. Gli incontri elitari del Wef furono quindi costretti a svolgersi in un contesto di forte assediato dalle masse inferocite.
Le mobilitazioni contro il Wef portarono il governo elvetico a chiedere l'autorizzazione dell'uso dell'esercito per poter liberare la polizia da alcuni compiti, sulla scorta del già citato "principio di sussidiarietà". Un principio sempre più invocato per giustificare l'uso dell'esercito svizzero nel corso dell'ultimo ventennio.
Il crollo della cortina di ferro che divideva l'Europa in due campi nemici (il blocco Nato filoamericano e il Patto di Varsavia dei Paesi filosovietici) privò l'esercito svizzero della sua principale ragion d'essere: la difesa militare del Paese da un possibile invasore.
Nello stesso periodo, un ulteriore duro colpo venne inferto alla credibilità dell'istituzione militare. Nel 1989 l'iniziativa del Gruppo per una Svizzera senza esercito ottenne un inaspettato risultato di voti favorevoli: oltre un milione di persone (35,6 per cento) votarono per l'abolizione di una istituzione, l'esercito, fino a quel momento considerata "sacra".
Questa situazione spinse le forze armate ad avviare delle riforme, allo scopo di trovare nuovi compiti che ne recuperassero l'immagine pubblica perduta. L'ultima grande riforma fu "Esercito XXI", approvata in votazione popolare nel 2003 ed entrata in vigore l'anno successivo. Tra i nuovi compiti, entrò in vigore il concetto d'intervento "sussidiario di sicurezza" evocato per l'impiego dei soldati al Wef.
Ma gli impieghi sussidiari aumentarono, allargandosi anche ad altre situazioni. Dai 56 mila giorni di servizio dei soldati nel 2001 per impieghi sussidiari di sicurezza, si è passati ad una media di 300 mila giornate negli ultimi tre anni. Lo scorso anno furono 430 mila, ma perlopiù riconducibili ai campionati di calcio Euro 08.
Altra novità nel campo dell'impiego sussidiario fu la protezione delle ambasciate (555 militari al giorno mediamente impegnati in questo compito nel 2008).
Nel 2006, il governo decise d'impiegare i soldati alle frontiere, quale misura sussidiaria ai doganieri. Una decisione fortemente criticata da Garanto, il sindacato dei funzionari di polizia e del personale delle dogane. Particolarmente contestato l'impiego di soldati di milizia senza alcuna formazione specifica al compito di doganieri e l'uso di personale a basso costo a discapito di personale civile adeguatamente retribuito. Nella sua presa di posizione, Garanto così si esprimeva: «È inaccettabile che l'esercito alla ricerca di nuovi compiti nel campo della sicurezza interna si allontani sempre più dalla sua vera ragione d'essere».
Contro il crescente impiego di militari con misioni sia di sicurezza o di altre attività sussidiare si è anche espresso negativamente il Gruppo per una Svizzera senza Esercito (Gsse). Quest'ultimo intravede un elevato pericolo nell'uso di truppe militari durante le manifestazioni politiche. Il Gsse ricorda che nella storia del Paese, l'esercito svizzero ha più volte sparato sulla popolazione, causando anche numerose vittime.
Secondo il Gsse, negli ultimi tempi si assiste sempre più ad una malsana confusione di ruoli tra polizia ed esercito. Ne sono stati un esempio i fatti occorsi durante le giornate dell'esercito a Lugano (si veda area del 30 novembre 2007).
Ma non solo la sicurezza interna figura tra i nuovi compiti dell'esercito. Ad esempio, nel 2008 i soldati sono stati impiegati per la Festa federale di Jodel a Lucerna, in cinque gare di sci, al Tour de Suisse di ciclismo e per un campo scout federale.
Oltre al Gsse, sono in molti a domandarsi se per questi impieghi sia necessario avere un esercito di milizia dai costi elevati o se non sia preferibile sostenere quelle strutture civili esistenti in grado di svolgere i compiti in modo professionale.

I bravi soldati a difesa del Wef
Spray al pepe, lacrimogeni militari e armi cariche col colpo in canna. Sono così equipaggiati i soldati di milizia impiegati durante il Forum di Davos

Sono ticinesi la gran parte dei 4 mila 500 soldati impiegati al Wef. Sono agli ordini del divisionario Roberto Fisch, responsabile della Regione territoriale 3. Provenienti da vari corpi, sono soldati di milizia chiamati a svolgere il corso di ripetizione in questa singolare operazione. Alcuni sorvegliano delle strutture strategiche (elettricità, acqua, ecc) mentre altri sono impegnati nel controllo delle persone nei posti sensibili (blocchi stradali sulle vie di accesso o all'interno di Davos).
area ha raccolto alcune testimonianze su  come sono stati preparati i soldati per queste operazioni e lo spirito con cui le affrontano. Durante l'istruzione ricevuta nei giorni precedenti all'inizio del Wef, sono stati loro proiettati dei filmati sul possibile "nemico" che potrebbero incontrare. In primo luogo i gruppi autonomi attivi durante le manifestazioni zurighesi del 1° maggio, poi l'esercito dei clown durante le sue manifestazioni tese a ridicolizzare le forze armate, e per concludere una carrellata dei cortei noglobal delle precedenti edizioni del Wef. Alcuni reparti sono poi passati alle esercitazioni pratiche, dove il ruolo del manifestante "aggressivo" era interpretato dai poliziotti. Le regole di ingaggio per i soldati, ossia il comportamento da tenere nel caso di eventuali scontri con dimostranti, prevedono in primo luogo l'abbandono del terreno quando è possibile, lasciando il campo libero ai poliziotti.
Nel caso non vi fosse il tempo per andarsene, le regole stabiliscono vari gradi d'intervento sull'impiego delle armi in dotazione. Il primo grado prevede il ricorso allo spray al pepe 2000, un modello molto più potente rispetto a quello in vendita. Secondo i medici, questo tipo di spray se usato a corta distanza può portare a danni permanenti all'occhio. A dipendenza del compito loro assegnato, alcuni militari, quelli di milizia compresi, prestano il servizio di guardia con il caricatore pieno inserito nell'arma ma senza aver eseguito il movimento di carica. Questa decisione era stata presa nell'autunno dello scorso anno dall'allora ministro Samuel Schmid dopo 8 casi di esplosione accidentale di proiettili durante i turni di guardia.
Nel caso del Wef, spiegano le autorità militari ad area, le disposizioni rimangono le stesse: niente movimento di carica. Con una precisazione: essendo una mobilitazione d'impiego sussidiario alle forze civili, è la polizia a decidere in ultima istanza se la manovra di carica debba essere o meno attuata. Ed infatti, domenica scorsa, un soldato di milizia ha fatto fuoco innavertitamente, per fortuna senza causare feriti.
I nostri interlocutori attualmente in servizio a Davos, confermano che solo alcuni soldati addetti a particolari compiti hanno ricevuto l'ordine di avere il colpo in canna. Il problema, sottolineano, è che dei soldati di milizia non sono dei professionisti adeguatamente preparati a reagire in determinate situazioni. Le reazioni di alcuni soldati di milizia durante l'istruzione, del tipo «macché spray, gli sparo secco al primo che rompe», non sono proprio sinonimo di garanzia di serietà e di capacità dimantenere il sangue freddo nei momenti di tensione.

Edizione "eccezionale" del Forum: una buona notizia

Alla 39esima edizione del World economic forum (Wef) ci sono delle assenze di rilievo rispetto agli anni precedenti. La banca americana Lehman Brothers ad esempio, miseramente fallita nel settembre 2008, non presenzia più al club esclusivo delle mille aziende più importanti al mondo per cifra d'affari. Ma è in buona compagnia. All'appello mancano altri pezzi da novanta dell'economia perché vittime, o corresponsabili, della più grossa crisi finanziaria dal 1929. Proprio "Ridisegnare il mondo del dopo crisi" è l'ambizioso titolo della riunione 2009. Se la risposta adeguata possa venire da chi la crisi l'ha di fatto provocata sembra essere una domanda che i leaders economici non si pongono, forse convinti che solo da loro possa venire la soluzione migliore.
Ad affiancare i leaders economici nella scelta della migliore idea per la popolazione mondiale, sono presenti una quarantina di capi di stato, il doppio delle edizioni precedenti. Tra i politici di spicco, ci sono la canceliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro russo Vladimir Putin, l'inglese Gordon Brown e quello cinese Wen Jabao. Secondo il grand patron del Wef Klaus Schwab, la riunione di quest'anno è ancor più eccezionale dell'edizione 2002, quando il Wef traslocò a New York dopo gli attentati dell'11 settembre: «In quell'occasione sapevamo bene cosa ci aspettava nel futuro: una stretta delle politiche di sicurezza e una riduzione delle libertà individuali. Nella crisi attuale, ignoriamo cosa succederà». Sapere che il futuro è ignoto a chi ha portato il mondo ad una crisi globale di enormi dimensioni, può essere considerata una buona notizia.


Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2009

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