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L'editoriale

Giustizia di classe

di

Claudio Carrer

“Ho una grande rabbia dentro. Sento di avere la forza per andare avanti. Tutto quello che abbiamo fatto per decenni deve lasciare il segno in Italia e nel mondo”; “Non ci faremo portare a spasso al guinzaglio come cagnolini, ma reagiremo”; “Siamo piegati dal dolore e dall'amarezza ma non ci siamo arresi, non è nella nostra indole. La nostra è una lotta che viene da lontano e abbiamo il dovere morale di continuarla”.
Se Romana Blasotti Pavesi (85 anni, cinque familiari ammazzati dall’amianto di Stephan Schmidheiny, nella foto), Bruno Pesce e Nicola Pondrano (una vita intera dedicata alle battaglie sindacali, sociali e legali al fianco delle vittime dell’Eternit) riescono a reagire così a un’offesa come quella inferta mercoledì scorso dalla Corte di Cassazione ai loro morti e ai loro concittadini di Casale Monferrato, vuol dire che il 19 novembre 2014  è stata sì scritta una pagina nera per la giustizia e per i diritti dei lavoratori, ma si è anche aperta una nuova fase della lotta iniziata quarant’anni fa.


All’inizio anche a Casale, quando al fronte c’era solo il sindacato, le battaglie in difesa del diritto alla salute dei lavoratori della Eternit venivano viste con sospetto, da un lato perché all’epoca era socialmente accettato che un operaio potesse morire di lavoro per contribuire allo sviluppo economico e dall’altro perché ogni istanza proveniente dal mondo operaio era per definizione sbagliata agli occhi delle classi sociali più elevate. Poi però, con l’estensione del dramma dalla fabbrica all’intero territorio e anche grazie all’opera di figure simbolo come quelle citate, la lotta, prima per la messa al bando dell’amianto e successivamente per la bonifica del territorio, per la ricerca e per la giustizia, è diventata la lotta di una comunità intera.


Guardando al fronte della giustizia, se è stato possibile celebrare il processo Eternit è grazie al coraggio e alla determinazione delle donne e degli uomini di Casale, come hanno riconosciuto gli stessi magistrati torinesi. Coraggio e determinazione ancora intatti e che, anche con l’aiuto delle istituzioni e del legislatore, dovranno contribuire a compiere un altro passo in avanti affinché mai più nessun giudice dica che «il diritto viene prima della giustizia». Perché il diritto deve avere la giustizia come obiettivo. E non una giustizia di classe come quella che ha guidato la mano dei giudici della Cassazione, non una giustizia che usa il diritto per inchinarsi ad un potente miliardario e per prendere a calci le vittime di reati atroci.

Pubblicato

Domenica 23 Novembre 2014

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