Ogni società umana necessita di costumi, norme e leggi per reggersi. In assenza di regole concordate o imposte (anche per via democratica), essa rischia di precipitare nel baratro dell'anarchia e della violenza. Per molto tempo, si è ritenuto che critica sociale e rivendicazione di condizioni esistenziali e lavorative migliori per tutti fossero appannaggio quasi esclusivo dei movimenti della sinistra politica. Tuttavia la distinzione dei fronti si è spesso dimostrata arbitraria: si pensi al ruolo determinante dei sindacati, uniti nel difendere gli interessi dei lavoratori, ma divisi dai colori partitici.
La promozione d'interessi comuni è quindi uno degli scopi della riflessione etica sulla giustizia sociale. Il bene di qualunque essere umano è la meta da raggiungere insieme, al di là delle distinzioni ideologiche e delle appartenenze specifiche. E se nella contrapposizione dei sistemi di pensiero, le Chiese cristiane hanno assunto sovente posizioni contraddittorie, nondimeno la difesa delle classi sociali più deboli è diventato il nuovo denominatore comune. D'altronde, qualsiasi tradizione religiosa in quanto tale non può esimersi dal confrontarsi con la realtà di sfruttamento, ingiustizia e disuguaglianza che – nonostante gli intenti dichiarati – contraddistinguono il nostro vivere quotidiano, in Svizzera come altrove. Perciò, sul piano religioso, si parla di peccato collettivo o di strutture di peccato per definire le situazioni di disequilibrio sociale, di cui sono vittime soprattutto gli indifesi e gli anelli più fragili della catena sociale.
La questione di fondo, a mio avviso, si pone al livello delle prospettive specifiche. Ammesso l'impegno di chiunque nel dare senso alla vita propria e altrui (non solo a fini utilitaristici o immediati, bensì nel pieno riconoscimento della dignità di ogni essere vivente), resta da ammettere che rispetto ai quelli politici, i sistemi religiosi spaziano in genere su orizzonti più ampi, non soltanto materiali, ma pure trascendentali, sfondando nell'ambito del divino. Tutto ciò non attribuisce ai credenti nessun merito particolare, né giustifica eventuali pretese di egemonia. Al contrario, comporta responsabilità accresciute, poiché per loro l'etica non può essere soltanto riflessione teorica o volontà espressa, bensì appello pressante a modificare nel concreto le situazioni d'ingiustizia – nel nome della fede che li anima. In buona sostanza, un credente è tale se imposta il suo esistere in riferimento non solo al bene comune da costruire insieme, ma pure al desiderio divino di condividere con l'umanità intera il medesimo benessere, senza discriminazioni, né arbitrarietà.

Pubblicato il 

05.03.10..

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