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Giuliana, i rapitori e Totti

di

Loris Campetti
Ha il volto segnato, un braccio al collo e l’altro che si prolunga oltre la mano con una protesi, il telefono cellulare appiccicato all’orecchio. Parla, Giuliana, risponde in tre lingue a ogni domanda di qualsivoglia giornalista, australiano o svizzero che sia. Quando il suo corpo smetterà di produrre adrenalina forse avrà un crollo. O forse no, Giuliana è una piccola donna di razza montanara, solida, implacabile. Entra il medico dell’ospedale militare di Roma, il Celio, e le fa una sonora ramanzina: è ora che l’ammalata «stacchi la linea». «Effettivamente mi fa un po’ male il polmone – ammette – è meglio che mi calmi». Pier Scolari, il suo compagno diventato involontariamente famoso, chiude almeno per un po’ i collegamenti con il mondo, Giuliana può distendersi e con lei il medico. Il fatto è che ha tanta voglia di parlare, Giuliana, vuole denunciare le menzogne di guerra e di pace: «Fatale incidente? Ma mi faccia il piacere», urla all’ennesimo collega dubbioso. La parola agguato per raccontare quel che succede è un po’ forte, cerchiamo di essere più precisi. Dato che gli americani sapevano, erano stati informati dai nostri servizi segreti della liberazione e del trasferimento in macchina da Baghdad all’aeroporto, dove infatti era in attesa un ufficiale a stelle e strisce di nome Green, capitano Green, come mai a meno di un chilometro dall’arrivo nel luogo dove un aereo attendeva l’ex prigioniera e i suoi liberatori per riportarli a casa, da un mezzo statunitense è partito un inferno di fuoco che ha ucciso Nicola Calipari e ferito Giuliana e l’agente al volante della vettura? Aggiunge Giuliana che, al di là della comunicazione formale all’“alleato” americano di cui non può essere certo lei la fonte della notizia (confermata dagli Usa, peraltro), «per tutta la fase della liberazione ho sentito il rumore di un elicottero sopra la testa», e a Baghdad non girano elicotteri turistici. E aggiunge: «Durante e dopo la sparatoria mi sono tornate in mente le parole dei miei rapitori, “Adesso ti liberiamo, poi però fate attenzione agli americani”. Si, proprio così, “fate attenzione agli americani”». Non è detto che i soldatini americani avessero avuto l’ordine di sparare su quelle persone specifiche, è molto probabile però che i superiori non avessero dato l’ordine di non sparare. In questo caso più che verosimile, è come avere condannato più che al caso al “fuoco amico” liberata e liberatori. Verosimile, perché l’Impero tratta gli alleati da paria e non da pari: devono obbedire e tacere. Obbedire all’imperativo che con i sequestratori non si tratta, che i riscatti non si pagano e vale solo la linea della fermezza. Che chi fa di testa sua ne paga le conseguenze e se quella macchina passa di lì a una certa ora, affari di chi c’è dentro. Probabile, perché le “regole d’ingaggio” sono chiare e ultranote: a Baghdad prima si spara poi si chiede «chi va là» a eventuali superstiti e così si evita di aumentare i marines morti ai posti di blocco, fissi o volanti, che sono già più di cinquecento. Una volta staccata la linea del telefono, Giuliana ci appare provata ma non per questo meno arrabbiata per quel che è successo. Il polmone è un po’ dolorante, certo; la spalla da cui le è stata tolta una scheggia all’aeroporto di Baghdad necessita di un nuovo piccolo intervento; ma quel che brucia di più è «un’altra ferita». Nicola Calipari, il dirigente del Sismi che giorno dopo giorno e pezzetto dopo pezzetto ha costruito il puzzle della sua liberazione, senza mai comparire, nemico di ogni forma di protagonismo, è morto tra le sue braccia. L’ha salvata due volte, prima trattando con una straordinaria professionalità con i rapitori e poi proteggendola con una straordinaria generosità con il suo corpo quando gli americani hanno aperto il fuoco. Nessuna operazione chirurgica potrà far rimarginare questa ferita di Giuliana e ciò giustifica la sua rabbia nel sentir parlare di “fatale incidente”. Qualcuno ha addirittura scritto “scontro a fuoco” per raccontare “un tiro al bersaglio”. Calma Giuliana, adesso riposati perché sarai messa ancora in mezzo, ancor più ferocemente. Racconta un mese di prigionia e il suo rapporto con i rapitori. Se per lei quei trenta giorni sono stati terribili, per i sequestratori non dev’essere stato un pranzo di gala avere a che fare con una prigioniera come Giuliana, che li incalza: perché io? pensate che tutti gli stranieri siano uguali e nemici? se togliete di mezzo quelli come me, chi racconterà le condizioni di vita della popolazione civile sotto le bombe e l’occupazione? io una spia? andate a leggere quello che ho scritto contro la guerra. Dove non è arrivata Giuliana siamo arrivati noi, con centinaia di migliaia di persone in piazza, sit-in, fiaccolate, assemblee, gigantografie in tutti i comuni. E ancora, i giornali e le tv dei paesi arabi, le organizzazioni musulmane in tutto il mondo: liberatela. «Sai che non ho ancora visto le foto del corteo? Perché non mi porti una cassetta con il girato fatto dai registi amici del manifesto?». Eppure, come sempre succede nel rapporto tra carcerieri e carcerati, un dialogo si è infine instaurato durante il rapimento. Sempre per capire che testa ha Giuliana, sapete cosa ha risposto a un suo carceriere, incredulo per aver visto in televisione il suo calciatore preferito, Francesco Totti, della sua squadra del cuore, la Roma, mentre indossava una maglietta con la scritta “Liberate Giuliana”? Ha risposto così: «Ma io sono della Juventus». Non sempre i prigionieri hanno ragione, la interrompo e lei sorride: «In qualsiasi parte del mondo vai, quando dico di essere italiana mi sciorinano la formazione di tutte le squadre di calcio che io neanche conosco. Comunque, quello lì mi ha parlato di una partita che si sarebbe giocata a Madrid e mi ha detto che lui avrebbe fatto il tifo per il Real. Ma con chi giocava, non lo so». Lo so io, giocava con la Juve e ha vinto per 1 a 0. La partita si è giocata un paio di giorni prima della liberazione. Eppure, il solo aver raccontato di un dialogo con i suoi rapitori ha fatto gridare allo scandalo: eccoli là quelli di sinistra, intelligenza con il nemico. Oppure, quando lei protesta per dover fare la doccia con l’acqua fredda, «io che ho la cervicale», tutti addosso: ma che confidenze con il nemico... Guai se Giuliana racconta i suoi conflitti con i sequestratori ma precisa di essere stata trattata bene, e parla di «persone normali», apriti cielo: il nemico è un mostro, dev’essere un mostro con il coltello tra i denti. Se non lo racconti così vuol dire che sei fatta con la stessa sua pasta. E se, una volta che il governo italiano ti ha fatto liberare dai suoi uomini dei servizi, dopo che un uomo buono ci ha lasciato la vita, dopo che magari si è dovuto pagare un riscatto, tu continui a parlar male del governo che non ritira le truppe d’occupazione dall’Iraq, allora la domanda è d’obbligo: ne valeva la pena? Non basta. Passato il momento della solidarietà, anche la stampa “indipendente” e quella “democratica” cominciano a chiedersi: forse Giuliana si è mossa in modo avventuroso a Baghdad: perché è uscita dall’albergo? perché è andata a parlare con i profughi di Falluja? Certo, poteva restare nella sua stanza a leggere le veline delle truppe d’occupazione e nessuno l’avrebbe rapita. «Io embedded?», e si incazza di nuovo. Fortuna che il telefonino adesso è spento. Riposo e silenzio stampa fino all’operazione. Non sarà stato un agguato premeditato ma un omicidio, di sicuro, sì. Dire questo significa finire nel mirino della destra – e non solo. Per un fatto molto semplice: sull’altare del rapporto con l’alleato americano si può pagare qualsiasi prezzo. Ma deve fare attenzione, il governo Berlusconi, a non esagerare, a non legittimare le voci odiose che accusano i servizi segreti e lo stesso Nicola Calipari di scarsa professionalità, di aver tentato di svignarsela dall’Iraq senza sicurezze, di non aver portato Giuliana in ambasciata invece che in aeroporto. Tra parentesi, lo stesso ministro degli esteri e vicepremier Fini è stato costretto a dire che andare in ambasciata sarebbe stato un suicidio, dovendo attraversare quartieri e strade altamente pericolose. Infine, Giuliana liberata da un sequestro senza senso si chiede, riflettendo sul suo lavoro di frontiera in Iraq, mettendosi a rischio per denunciare gli effetti di una guerra sbagliata sulla popolazione civile: ne valeva la pena? Nel suo lungo e appassionato racconto sul manifesto di domenica scorsa, Giuliana metteva in luce la difficoltà di comunicazione con i rapitori, lei voleva raccontare il bagno di sangue di Falluja intervistando i profughi ma loro «non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità. “Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?”. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l’Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni. Ora mi chiedo. È un fallimento questo rifiuto?». Per come conosco Giuliana, presto potrebbe persino incazzarsi per essersi fatta questa domanda. Già un lettore del manifesto ha risposto con una lettera a questa sua domanda: «Non so in Iraq, ma per noi qui in Italia il tuo lavoro e il tuo racconto servono, ci fanno capire la guerra e le ragioni per battersi per la pace». Altri spari sulla giornalista e sull'eroe scomodo Licenza d’uccidere per i militari americani, impunità per chi tra loro commette crimini e omicidi. Ovunque un militare statunitense ammazzi qualcuno non potrà essere processato se non da un tribunale Usa. L’unica novità, dopo il Cermis, dopo mille casi analoghi di omicidi, o stupri come quelli commessi ad Aviano o in altri luoghi italiani dominati da basi, polizie e intelligence Usa, è che nel caso dell’omicidio di Nicola Calipari e del ferimento di Giuliana Sgrena e di un secondo agente alla commissione d’indagine americana parteciperà anche un osservatore italiano. Alla commissione, non al processo se mai ce ne sarà uno. E ci chiamano antiamericani, se chiediamo (noi come i servizi segreti della Repubblica) di fare piena luce sull’omicidio, di comportarsi da Paese autonomo, libero, pur nel rispetto delle alleanze internazionali. Se critichi il governo Bush è come se ordinassi di aprire il fuoco sul popolo americano. Un’infamia, non la prima. Anche se critichi il governo Sharon finisci nel libro nero dell’antisemitismo. Adesso ci accusano – Giuliana, il manifesto, chi chiede il ritiro delle nostre truppe dall’Iraq – di voler spezzare i rapporti con il paese che «ci ha liberati dal nazi-fascismo». Ma l’arroganza del governo americano è tale da costringere persino il vicepremier Gianfranco Fini a contestare le ridicole ricostruzioni dell’“alleato” e il premier Berlusconi a rimandare al mittente il primo rapporto su quello che chiamano «fortuito incidente» targato Usa, irricevibile. Vuole un barlume di verità, Berlusconi, lo vuole in tempo utile per giocarselo alle elezioni mentre i suoi aprono il fuoco dell’insulto e del discredito su Giuliana e il manifesto e l’opposizione sociale e politica al completo. Fin qui, non ci sarebbe nulla di nuovo rispetto a una storia di sessant’anni di relazioni subalterne dell’Italia agli Stati uniti che ha visto solo alcuni piccoli gesti d’orgoglio, come nel caso di Sigonella, ai tempi di Bettino Craxi. Ora c’è un aggravante. Non solo si spara – anche metaforicamente – sulla giornalista liberata perché non accetta di prostrarsi al cospetto del governo e di rivedere le sue posizioni sulla guerra: si spara su chi ha perso la vita per salvare Giuliana e un po’ di dignità del nostro paese. Se Giuliana è colpevole di aver fatto la giornalista in guerra e per di più non “embedded”, Nicola è accusato, e non solo da destra, di non aver agito professionalmente, di essere stato imprudente, di non essersi messo – lui e la giornalista liberata – nelle mani degli americani. Di aver seguito una linea sbagliata nei sequestri, la linea che privilegia la vita sul presunto onore e sulla maledetta fermezza. È la linea italiana, francese, europea e ci spiegano che è sbagliata e poco rispettosa dei diktat del padrone americano. Nicola Calipari è stato prima chiamato eroe, ma è un eroe scomodo perché incarna la contraddizione italiana e va sepolto in fretta in nome del rapporto con l’“alleato” d’Oltreatlantico. C’è una sola morale da trarre, ed è quella suggerita da un’indagine seria realizzata martedì tra gli italiani. I quali sono infuriati con il governo degli Stati uniti e chiedono – lo chiede il 70 per cento degli intervistati, giovani e vecchi, di destra e di sinistra – che l’Italia ritiri le sue truppe dall’Iraq.

Pubblicato

Venerdì 11 Marzo 2005

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