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Giovani, non c'è solo il lavoro

di

Can Tutumlu
“Era meglio una volta!”. Quanto spesso ci è capitato di sentirlo dire. Il 1. maggio è anche l’occasione per fare dei bilanci e cercare di capire se era davvero meglio una volta. Si dice che non ci sono più lavori stabili, certezze di guadagno, “schemi di vita” sicuri entro cui i giovani lavoratori possono muoversi. Ed è vero, nella maggioranza dei casi. Ma come vivono i giovani questa situazione di precarietà? Ne abbiamo parlato con Alfredo Bodeo, psicologo clinico, che ci ha proposto alcuni spunti di riflessione. «Essere nostalgici non è una buona cosa, forse oggi bisogna imparare ad affrontare la realtà con maggiore fantasia e creatività, ma sempre nel limite del possibile. La realtà di oggi chiede di essere capaci di rimettersi un pochino in discussione, forse anche un po’ troppo a volte, per affrontare quelle che tutti chiamano nuove sfide», puntualizza lo psicologo. “Nuove sfide”, “dinamismo”, “flessibilità” tutti termini ai quali i giovani del giorno d’oggi si sono abituati a furia di sentirseli ripetere. Stili di vita con i quali, volenti o nolenti, molti hanno imparato a convivere. Ma non a sufficienza a detta di molti esperti di economia. Sarebbe proprio questo il motivo per il quale l’economia dell’Europa, il Vecchio continente, cresce a ritmi così blandi rispetto agli emergenti asiatici e ai cugini statunitensi. Flessibilità (ma anche precarietà) del lavoratore sarebbe così uguale a maggiore ricchezza per tutti. Una facile equazione tutta ancora da dimostrare però. «La società chiede sempre più elasticità, sempre più flessibilità però si fa poi fatica a capire da che parte sta. Spesso sta da una parte sola, quella del lavoratore. Questo è un po’ preoccupante», fa notare Bodeo. Una situazione che angoscia soprattutto i genitori legati ancora al concetto del “fai fatica ma dopo sei tranquillo”. Concetto sconosciuto ai figli e che si è tramutato nel “fai fatica ora, ne farai anche dopo ma cerca la tua soddisfazione”. Insomma una sorta di modus vivendi all’insegna della precarietà ma che sempre più giovani cercano di associare anche alla ricerca di un benessere che va al di fuori della sfera lavorativa. «In passato le grandi imprese chiedevano fedeltà ai propri impiegati e in cambio della fedeltà organizzavano tutto, addirittura il tempo libero, le vacanze. Volendo un po’ esagerare si potrebbe dire che la vita diventava quasi di proprietà dell’impresa per cui si lavorava. Oggi sempre più le ditte tendono a chiamare solo su chiamata, lavori pagati quasi a cottimo, per ora o prestazione. Lavori in cui magari si può guadagnare bene per un breve periodo, ma poi si può restare per lunghi intervalli inattivi. Intervalli che richiedono la capacità di sapersi reinventare», dice Bodeo che segue anche giovani che questa capacità l’hanno perduta o non l’hanno mai imparata, disoccupati di lungo periodo che non sono riusciti a piegarsi alla logica della flessibilità e che le autorità non sanno come seguire. Punirli per la loro mancanza? Assisterli? Destinarli all’assicurazione invalidità? «Le persone che escono dal mondo del lavoro a volte hanno solo bisogno di un periodo di staticità, di uscire dal dinamismo richiesto, nulla di più», ci spiega lo psicologo. Ma per fortuna c’è anche l’altra faccia della medaglia, quella che i genitori rinfacciano ai figli di “vederla solo voi”. Per molti giovani infatti è positivo poter cambiare, fare diverse attività e magari più formazioni nel corso della vita, anche se è impegnativo e può essere vissuto male. «Non ho mai pensato di restare nello stesso posto di lavoro tutta la vita», ci ha detto Fabia, 27 anni (vedi articolo sotto). Atteggiamenti che i genitori fanno fatica a condividere perché ai “loro tempi” le cose non stavano così. Avevano sì la sicurezza di un posto di lavoro ma anche una sorta di asservimento ad esso. Il lavoro nobilita, vero, ma per i giovani del giorno d’oggi la vita che va oltre alle 8 o 9 ore di lavoro è altrettanto importante. E lottano per conquistarsi delle libertà sul posto di lavoro che per i genitori, giovani di altri tempi, erano inimmaginabili. «Non so se si tratta di un cambiamento strutturale dei giovani, quello che noto è piuttosto l’angoscia dei genitori per la precarietà dei loro figli. Ma loro, i figli, sono cresciuti con questa sorta di instabilità e sapranno cavarsela nonostante queste insicurezze», conclude ottimista Alfredo Bodeo. ***** Fabia ha 27 anni, da ieri è “a casa”. Dopo 3 anni di lavoro nel campo dei media, si trova ora nella condizione di doversi cercare una nuova occupazione. «Essere disoccupato non è ben visto» «Sai ero partita con l’idea di fare 2 anni di stage, di imparare un mestiere ma ero anche convinta di non restare tutta la vita nello stesso posto di lavoro – dice tranquilla–. Quando avevo detto questo a mio padre era rimasto a bocca aperta. La sua reazione era stata del tipo: hai un bel posto di lavoro e tienitelo stretto». Desiderio per i figli condiviso da molti genitori ma che al giorno d’oggi risulta sempre più difficile da realizzare. «Per i miei il lavoro è, possibilmente, per tutta la vita nello stesso posto. Finisce solo un’esperienza lavorativa, nulla di più. Ho 27 anni in fondo, non voglio farmi delle paranoie per questo. Alla peggio posso permettermi, con i miei risparmi, 6 mesi in cui cercare altre cose. Un po’ però mi da fastidio – confessa Fabia –. Non è che starò a casa tutto il giorno a fare niente, è un’occasione per fermarmi un attimo e pensare a come voglio continuare, leggere libri che ho nel cassetto da troppo tempo, di pensare un po’ di più a me. Con gli orari di lavoro che avevo non riuscivo a combinare molto al di fuori, questo mi faceva soffrire». Un modo di affrontare i cambiamenti che le nostre società basate sul lavoro non sembrano però pronte ad accettare. «Non voglio farmi influenzare dagli altri – continua Fabia – ma se tutti ti chiedono “e ora cosa farai?” alla fine non puoi non pensarci. Ultimamente parlo solo di lavoro, sono un po’ stufa. Ho finito di lavorare, stop. Cosa faccio ora? In un modo o in un altro è una domanda che salta fuori. Ho riscritto il mio curriculum vitae, in francese anche, perché magari vado a Losanna a lavorare, c’è lì il mio ragazzo. Gli ho mandato il curriculum per farglielo correggere, lo assillo per farlo in fretta e lui mi dice di non stressarmi, ha ragione. D’altro canto mia mamma ieri mi ha detto “cosa aspetti a mandare via il curriculum?” I miei genitori sono angosciati. Lo so che ho diritto alla disoccupazione, ma non è benvisto essere disoccupati». «Lavorare per vivere e non il contrario» «I miei genitori vivono per lavorare. Ma per me non deve essere così, i soldi mi servono per stare bene e basta. Magari lavori per un periodo, fai un po’ di soldi e poi ti prendi un periodo di congedo, io farei così», dice Fabrizio, studente del liceo 1 di Lugano, che si gode il sole primaverile con alcune compagne di classe. «Quanto vorremmo guadagnare per stare bene? Non so, sì forse 3 o 4 mila franchi al mese sarebbero sufficienti per me, l’importante per noi è vivere bene», risponde sorridente Martina. «Diciamo così perché non abbiamo ancora delle responsabilità, forse ad avere una famiglia a cui badare si comincia a ragionare in modo diverso», interviene Elisa che fino ad allora era rimasta silenziosa. «Forse è vero, magari se mi rifanno la domanda fra 30 anni dirò che il lavoro è la cosa più importante della vita, che bisogna studiare, poi avere un lavoro sicuro per poter mettere su famiglia, ma adesso non la penso così, e poi chi si vuole sposare?», dice sorridendo Fabrizio. «Certo che l’idea del lavoro per tutta la vita non ci piace per nulla, pensa fare sempre la stessa cosa!», esclama Nadine rivolgendosi agli amici. Idea che non piace a nessuno dei ragazzi presenti. «Io non so se continuerò la scuola, l’anno scorso non ho passato la classe, mi piacerebbe fare l’animatrice. Magari in Sud America, sarebbe bello. A furia di parlare di queste cose con mia mamma un po’ l’ha capita. Non voglio vivere male solo per fare soldi o per diventare qualcuno», dice Martina. Il gruppo di studenti è convinto, sono tutti d’accordo con Fabrizio: «non vogliamo vivere per lavorare ma vogliamo lavorare per vivere». Alice e Lara già lavorano invece. Anche loro raccontano che con i genitori non è sempre facile. «I nostri genitori ci appoggiano» «Hanno vissuto realtà diverse e non sempre le loro esperienze sono d’aiuto per i nostri giorni – dice Lara –. Ad esempio io ho cambiato idea parecchie volte su quello che volevo fare nella vita. Sto facendo questo lavoretto per guadagnare un po’ ma studio anche, voglio fare la massaggiatrice». «Anche io non intendo fare questo lavoro tutta la vita, sto facendo una formazione artistica al Csia, spero che poi riesco a trovare un lavoro che mi piace, magari anche fuori dal Ticino», interviene Alice che stava servendo un gelato a una cliente. «C’è una cosa che però ci tengo a dire. Per mia mamma credo che non è facile lasciarmi carta bianca, lo vedo che a volte ha paura. Però lei mi ha sempre appoggiato e questo mi fa stare tranquilla e mi permette di provare a trovare la mia strada», precisa Lara. «Anche per me è così – ribatte Alice –, i miei genitori mi hanno sostenuto sempre nelle scelte che ho fatto. Però è difficile fargli capire che non si può fare uno studio e poi pensare di essere a posto per tutta la vita. E poi io non voglio neppure che sia così, nella vita mi piacerebbe fare diverse esperienze, imparare cose nuove. Certo però che un po’ di sicurezza fa sempre bene»

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Venerdì 30 Aprile 2004

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