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Il caso

Giornalisti Rsi in prestito al Governo, monta la protesta ma l’accordo non si può disdire prima del 2028

Ecco i dettagli della problematica Convenzione sottoscritta nel 2019 e applicata per la prima volta durante la pandemia. Maurizio Canetta: «Nessun ruolo di portavoce delle istituzioni»

di

Federico Franchini

Di fronte al dibattito sui sette giornalisti della Rsi prestati allo Stato maggiore cantonale di condotta (Smcc) per la gestione della crisi del Covid-19, abbiamo deciso di saperne di più. Su nostra richiesta, il direttore Maurizio Canetta ci ha inviato una copia della convenzione che siamo così ora in grado di commentare. I dettagli finora non erano noti: si rimandava sempre al comunicato stampa del marzo 2019 che indicava, come unico interlocutore, il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Diciamo subito che il dietrofront chiesto da più parti appare impossibile: la convenzione, entrata in vigore nel marzo 2019, ha una durata di dieci anni e può «essere disdetta dalle parti con un anno di preavviso dalla scadenza, al più presto il 28 febbraio 2028».

 

Il documento precisa poi alcuni punti ribaditi in questi giorni e sottolineati anche dalla presa di posizione dell'azienda di Comano. Il personale distaccato è impiegato tramite la protezione civile (di qui il linguaggio militaresco della convenzione: militi, corsi di ripetizione, entrata in servizio eccetera). Viene inoltre precisato che «la Rsi continua evidentemente ad assolvere i suoi doveri di informazione e approfondimento giornalistico attraverso i consueti vettori seguendo le proprie Direttive editoriali» e che «tale compito non potrà essere svolto dal personale impegnato allo Smcc». Una distinzione netta che in realtà non c'è stata: in questo periodo i giornalisti in questione hanno lavorato per la cellula di crisi e anche per le redazioni delle cronache regionali che della stessa crisi hanno continuato a riportare. Certo, non il medesimo giorno ma in quelli successivi sì: ciò pone alcuni interrogativi e dà adito a perplessità.


Giornalisti che si fanno portavoce delle istituzioni che loro stessi dovrebbero vigilare? Le regole imporrebbero una separazione dei ruoli tra giornalismo e comunicazione/propaganda e tra quarto potere e autorità: in questo caso, dove sta il confine? Oltralpe, dove si è forse più sensibili a queste questioni, dei rischi di tale accordo – un unicum in Svizzera -, se ne è dibattuto a lungo in queste settimane. In Ticino il dibattito si è acceso solo in questi giorni. Questo malgrado il primo articolo sulla vicenda a firma Gerhard Lob fosse apparso su il Caffé il 19 aprile. Un silenzio sottolineato anche da Aldo Sofia in un editoriale pubblicato da La Regione il 4 maggio e rotto poi dall'intervento dell'Associazione giornalisti ticinesi (Atg) che ha invitato la Rsi «a soppesare la pertinenza di questa convenzione in vista di futuri e eventuali simili impegni». A ruota sono poi giunte alcune prese di posizione politiche (I Verdi e il Ps) e della Corsi (Società cooperativa per la Rsi, che rappresenta gli utenti di lingua italiana della radiotelevisione di servizio pubblico in Svizzera). In una nota pubblicata ieri il Comitato del Consiglio regionale della Corsi ha infatti chiesto «una verifica sull'opportunità di rinunciare a una simile convenzione, dal momento in cui la sua esistenza (…) può far sorgere interrogativi sull'effettiva autonomia informativa della Rsi».Un'autonomia che sembra mancare soprattutto nei confronti di un'autorità: la Polizia.


Va notato, ad esempio, che i nominativi candidati a questa missione «vengono ratificati dal Consiglio di Stato, dopo valutazione da parte della Polizia». Un potere di discernimento che pone già qualche perplessità: su che criteri si basa la valutazione delle forze dell'ordine non è dato a sapere. Così come non è dato a sapere quali criteri definiscano la situazione di crisi. Nella convenzione si stabilisce, come noto, «in caso di eventi particolari l'Smcc, per quanto riguarda l'ambito della comunicazione, si può avvalere della collaborazione della Rsi». Cosa significhi appunto «eventi particolari» non è esplicitato. Una guerra, una pandemia, una catastrofe, una crisi politica, le proteste di piazza? Chi lo sa?! La questione è delicata; l'unica certezza è che «il personale del Distaccamento Rsi è chiamato in servizio dal Servizio comunicazione della Polizia cantonale». La Polizia cantonale e il suo responsabile della comunicazione Renato Pizolli – da cui dipende anche la comunicazione dell'Smcc - hanno un ruolo preponderante nell'operatività dell'accordo Rsi/Governo: i giornalisti, si legge, «supportano e consigliano il responsabile della comunicazione del Smcc» e «fungono da persona di contatto tra l'Smcc e la redazione e comunicano le informazioni secondo quanto indicato dal responsabile della comunicazione Smcc».

 

Fornire informazioni supplementari è vietato «se non esplicitamente concordato con il Responsabile della comunicazione dell'Smcc». Ed è sempre quest'ultimo che decide «la cadenza dell'informazione» e che «vigila sull'applicazione di questo mandato» informando, per il tramite del Comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi, Maurizio Canetta e Norman Gobbi. Insomma, una comunicazione in mano poliziotta che non può non preoccupare.

 

 

L'INTERVISTA

Tre domande al direttore Rsi Maurizio Canetta


Signor Canetta, come valuta il dibattito che vi è stato in merito a questa collaborazione? Se lo aspettava?
È una discussione legittima e certamente utile. Nessuno si aspettava naturalmente una situazione di questa dimensione, drammaticità e durata, che ha richiesto una mobilitazione di forze ed energie enormi. Il tema dell’indipendenza giornalistica è centrale e sia la convenzione sia la pratica non hanno mai scalfito la libertà di azione e di espressione dei nostri giornalisti né di quelli arruolati nella protezione civile né quella di tutte le altre redazioni. Ne abbiamo ovviamente discusso all’interno, abbiamo un parere della conferenza Ssr dei caporedattori dell’informazione, che conferma questo. L’accordo è stato accompagnato a suo tempo da un comunicato stampa, non ci sono quindi elementi non trasparenti. D’altra parte l’accordo prevede esplicitamente che giornaliste e giornalisti della Rsi continuino ad agire secondo le direttive editoriali dell’azienda e, ovviamente, quando svolgono un ruolo non svolgono l’altro.

 

Capisce chi pensa che sia problematico che dei giornalisti Rsi si facciano in qualche modo portavoce delle istituzioni (pur essendo impiegate dalla protezione civile nell'attività in questione?
Capisco, perché il tema è delicato. In ogni caso il compito di colleghe e colleghi è stato quello di preparare i messaggi televisivi, radiofonici e destinati ai media sulla base delle esigenze di informazione alla popolazione. Nessuna consulenza su come orientare l’informazione o la comunicazione, nessun ruolo di portavoce delle istituzioni, perché altri hanno svolto quel ruolo e sono i volti che siamo stati abituati a vedere in questi mesi. Abbiamo messo a disposizione competenze secondo regole ben definite per diffondere in modo professionale i messaggi sulla necessità di stare in casa, di rispettare le norme di igiene e profilassi, che tra l’altro la Rsi è tenuta a diffondere secondo l’articolo 4 della legge radio Tv. Si tratta quindi di un compito che non contempla decisioni o interventi di alcuna natura su colleghe e colleghi dei media. È un contributo alla informazione capillare alla popolazione su punti essenziali in un momento di crisi gravissima, che colleghe e colleghi hanno svolto con coscienza e competenza, lavorando altrettanto bene quando sono stati nelle rispettive redazioni, dove sono sempre stati inappuntabili.

 

Cosa ne pensa del fatto che l'accesso all'informazione e le domande poste dai giornalisti Rsi siano accolte e filtrate da colleghi di redazione?
Non è così, nessuno delle colleghe e dei colleghi ha mai filtrato domande o regolato l’ accesso all’informazione. Questo è compito di altre persone all’interno dello Stato Maggiore di condotta.

Pubblicato

Giovedì 7 Maggio 2020

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