Procedono speditamente i progetti di fusione intercomunale in Ticino, merito anche dell’impegno e della determinazione dell’On. Luigi Pedrazzini, direttore del Dipartimento delle Istituzioni. Dopo anni e decenni di esitazioni e polemiche, anche nel nostro Cantone la maggioranza dei cittadini e dei rappresentanti degli Enti locali sembra avere capito che la politica del campanilismo o del localismo portata all’estremo non si giustifica più. Anzi che, a lungo andare, non può portare lontano. Questa maggioranza si è resa conto che l’antico motto “l’unione fa la forza” può determinare positivamente il modo di occuparsi del benessere collettivo. Superando gli interessi particolari, per quanto storicamente giustificati e pertanto legittimati anche sul piano culturale e sociale, è ragionevole garantire ai comuni fusionati una migliore stabilità finanziaria e politica. Conti più solidi e un bacino più esteso di potenziali amministratori dovrebbero fornire le condizioni quadro di un futuro più sereno per gli abitanti delle neonate entità comunali. La fondazione della Nuova Lugano ha fornito un impulso significativo a portare in avanti altri progetti d’aggregazione: ce ne sono altri diciassette in corso, nel Cantone. I due più importanti sono quelli che coinvolgono la capitale Bellinzona e la Val Verzasca insieme ai rispettivi comuni limitrofi. Sono progetti ambiziosi. Non c’è che dire: ci troviamo di fronte a un cambiamento di mentalità non da poco. In effetti, la difesa ad oltranza dei particolarismi locali sta cedendo il passo a forme diverse di collaborazione. Si assiste alla fine delle rivalità storiche tra paesi viciniori, oppure tra agglomerati cittadini e regioni rurali o vallerane, o ancora tra i diversi distretti cantonali. È vero che questi antagonismi sono stati spesso sterili e sciocchi: non c’è che da rallegrarsi che volgano al termine. E questo dato si spiega forse anche con la crescente mobilità delle persone: gli spostamenti da un luogo all’altro non costituiscono più l’eccezione, bensì la regola. Siamo convinti che, sul piano delle relazioni interpersonali e tra gli agglomerati, il processo fusionale stia ottenendo buoni risultati. Accanto a questi aspetti positivi, ci sembra però necessario interrogarci su due rischi principali che l’attuale “fusionismo” corre. Il primo è la tentazione tipicamente capitalista del gigantismo; il secondo riguarda la perdita del senso d’appartenenza a un luogo preciso. L’uno comprende considerazioni di carattere economico, l’altro di tipo esistenziale. Ma la maggiore razionalità gestionale non dovrebbe imporsi a scapito della prossimità. C’è da sperare che non si creino nuovi giganti dai piedi d’argilla di biblica memoria. Non so spiegarmi come, ma è l’immagine che mi viene in mente in riferimento al discorso appena fatto.

Pubblicato il 

23.05.03

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