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Gesù bambino fra rifugiati e Nem

di

Martino Dotta
Le statuine del presepe fanno ovunque bella mostra nelle vetrine e nei reparti dei negozi, nei luoghi pubblici e ovunque ci sia il passaggio assicurato di gente. San Giuseppe, la Madonna, il Bambino, l’asino ed il bue e tanti altri personaggi tradizionali o no si trovano accanto ad alberi di Natale, offerte promozionali d’ogni genere (l’occasione è ghiotta per chiunque desideri “vendere” qualcosa), messaggi augurali e quant’altro ancora ispira la fantasia umana. Al di là del loro significato religioso, queste statuette fanno ormai parte del paesaggio natalizio e nessuna persona saggia se ne scandalizza. Oppure qualcuno ha protestato presso la direzione di un centro commerciale o di un emporio, dell’Amministrazione comunale o cantonale, perché è stato allestito un presepio ed esso urta la sensibilità laica che contraddistingue la società odierna? A me non consta. Tutt’al più è capitato, negli ultimi anni, che in una qualche scuola docenti troppo zelanti abbiano negato a bambini ed allievi di gustare il magico richiamo delle figurine colorate in questione. Con molta probabilità, sono giudicate dal tono cristiano eccessivamente esplicito e quindi inadatte ad un’educazione che si vorrebbe “politicamente corretta” e pluralista. In realtà, a mio avviso, posizioni del genere non sono – come invece pretendono – manifestazioni di neutralità religiosa, bensì indici di una schizofrenia di fondo, latente nel nostro sentire comune. Il presepe come veicolo commerciale non disturba; se diventa strumento didattico, a quanto pare sì. Secondo me, il vero problema è l’ambiguità che rischia di stringere tutti quanti noi, non tanto di fronte alla strumentalizzazione ai fini del commercio di quelle figurine di gesso, legno o plastica, quanto rispetto alla loro forza evocativa. Sta nel fatto di non rendersi conto che esse non soltanto ricordano una storia di sofferenza e di speranza, vissuta nella Palestina occupata dai romani duemila anni fa (di per sé degna di considerazione, anche in una prospettiva atea o agnostica), bensì continuano a raccontare vicende di dolore. Anzi, esse stesse le contengono nella loro struttura molecolare, specialmente se provengono da paesi (come la Cina), che oltre a farsi beffe della dignità umana, si dichiarano contrari a qualsiasi discorso religioso. Ciò non disturba nessuno? In apparenza no, nemmeno le “coscienze sociali” di alcune catene della grande distribuzione o di determinate multinazionali. Tale equivoco si esprime inoltre in alcune scelte politiche, com’è stato il caso recente della scellerata riforma della Legge federale sull’asilo. Ho già avuto modo di denunciare, anche da queste colonne, l’attitudine egoistica che simili decisioni nascondono. Di sicuro, sono opzioni poco lungimiranti, come i tagli statali al sociale ed alla cultura. Ad ogni buon conto, quest’anno, dovremo cercare Gesù Bambino tra richiedenti l’asilo e Nem, tra emarginati e disperati d’ogni genere: per credenti e no, è l’emblema del reietto che interpella non solo benpensanti e conformisti. Buon Natale, barboni!

Pubblicato

Venerdì 23 Dicembre 2005

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