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Germania ad alta conflittualità

di

Enrico Navarra
Pochi se ne sono accorti, ma ormai la Germania ha superato Italia e Francia, paesi dove la conflittualità sociale ha lunga tradizione, per il numero complessivo di ore di sciopero annuali. Un dato questo che è specchio della trasformazione in corso in una nazione dove la pace sociale era fino a pochi anni fa il bene più caro ai governanti. Negli ultimi mesi la Germania ha vissuto ondate di scioperi che hanno coinvolto più o meno tutti i settori: dalle ferrovie, alla sanità, dall'edilizia al comparto metalmeccanico. Ma a farsi notare per asprezza sono state anche le lotte nel servizio pubblico, settore in cui l'amministrazione federale, i Länder e i comuni da alcuni anni a questa parte hanno dato vita ad una campagna di ristrutturazioni senza precedenti. L'agenzia federale del Lavoro ha calcolato che dal 1991 ad oggi nel settore pubblico in Germania sono andati persi oltre due milioni di posti su un totale di sei: un'operazione di demolizione senza pari in tutto il vecchio continente.


Gli scioperi del 2006 in questo senso sono serviti a frenare un poco il processo ma non a invertire la tendenza. Due anni fa la lotta contro l'aumento della settimana lavorativa da trentotto a quaranta ore a salario invariato, che portò ad agitazioni di massa da parte dei lavoratori pubblici per diversi mesi, finì con un sostanziale pareggio nei Länder occidentali, dove venne introdotta la settimana di trentanove ore con un minimo incremento salariale, ma con l'introduzione strisciante delle 40 ore in molte amministrazioni dei Länder orientali.
Adesso i datori di lavoro del settore pubblico sono tornati alla carica, approfittando del rinnovo contrattuale di un milione e mezzo di dipendenti federali e comunali. Mentre il sindacato del terziario Verdi chiede un aumento dell'8 per cento, le amministrazioni offrono un incremento del 5 per cento, legato però alla vecchia richiesta delle quaranta ore settimanali a Ovest, lasciando aperta la possibilità di arrivare addirittura a quarantadue a Est. La risposta del sindacato è stata durissima, già dopo il fallimento della prima tornata di incontri sono partiti i primi scioperi di avvertimento su grande scala. Nei giorni scorsi dal Nord al sud della Germania, netturbini, tranvieri, maestre d'asilo, ma anche infermieri e poliziotti hanno incrociato le braccia, paralizzando in molti casi città come Colonia, Stoccarda e Saarbrücken.
Per l'inizio della prossima settimana è fissato un nuovo giro di colloqui tra il sindacato e i datori di lavoro, ma al momento non si intravede nessuno spiraglio per un accordo. È evidente come il ministro federali degli Interni Wolfgang Schäuble e i responsabili dei comuni puntino a chiamare in causa dei mediatori. Si sono già fatti i nomi dell'ex governatore democristiano del Baden-Württemberg Lothar Späth e dell'ex borgomastro socialdemocratico di Hannover Herbert Schmalstieg. L'inizio di una mediazione tra le parti sociali, infatti, per la legge tedesca, mette fine temporaneamente alle agitazioni sindacali e questo per Schäuble e per i comuni equivarrebbe ad una boccata d'ossigeno. Il sindacato Verdi ha già fatto sapere di non essere interessato ad una mediazione e, almeno per il momento, può puntare sulla simpatia dell'opinione pubblica. Le cifre sull'andamento dei salari negli ultimi cinque anni sono ormai sotto gli occhi di tutti. Il valore reale degli stipendi dei lavoratori dipendenti, pubblici e privati, è calato, infatti, di oltre il 3 per cento, mentre i profitti delle aziende, pubbliche e private, sono saliti in media del 12 per cento. Meglio di tutti se la sono passata i manager delle grandi aziende, molte delle quali a partecipazione statale: i loro onorari nello stesso periodo di tempo sono lievitati del quarantaquattro per cento. Guarda caso proprio la categoria di persone cui appartiene il boss delle Poste Klaus Zumwinkel, accusato in questi giorni di aver evaso il fisco per qualche milione di euro, trasferendo i suoi capitali in Liechtenstein.
Si può capire quindi che di questi tempi siano in molti in Germania ad affrontare i disagi legati agli scioperi senza lamentarsi più di tanto, con in mente, magari, la speranza di un briciolo di equità sociale in più.

Faccio utili record e licenzio
La Bmw presenta un attivo di 3,7 miliardi di euro e taglia 8100 posti

Quella di tagliare posti di lavoro, nonostante i bilanci in attivo, sembra diventata ormai una pratica scontata per le grandi aziende tedesche. Da Deutsche Telekom alla Siemens, da Deutsche Bank alla Henkel l'elenco delle vittime delle continue ristrutturazioni è lunghissimo. Si parla di oltre 60mila posti di lavoro persi solo nell'ultimo biennio. L'ultimo caso di un'azienda che, pur avendo moltiplicato i profitti, è ricorsa a licenziamenti di massa è quello della casa automobilistica bavarese Bmw che ha annunciato nei giorni scorsi il taglio di 8'100 posti in tutto il mondo, di cui ben 7'500 in Germania. Il colosso automobilistico di Monaco di Baviera nel 2007 ha fatturato un attivo di ben 3,7 miliardi di euro, un risultato eccellente che dovrebbe essere la premessa, se non di nuove assunzioni, quantomeno di massicci investimenti nella ricerca e in altri settori strategici. Invece niente, la direzione di Bmw si è limitata a dividere la torta tra gli azionisti e ha pensato bene di "ristrutturare per continuare ad essere competitiva rispetto alla concorrenza internazionale". Anche nelle formulazioni linguistiche, oltre che nelle soluzioni individuate, i top manager tedeschi non dimostrano maggiore fantasia dei loro colleghi stranieri.
L'annuncio di Bmw ha suscitato un, per altro limitato, sussulto d'indignazione nel mondo politico. Il ministro federale del lavoro, Olaf Scholz, ha parlato di una «decisione assurda e incomprensibile», il leader bavarese del sindacato dei metalmeccanici Ig Metall, Werner Neugebauer, ha definito i licenziamenti «un'indecenza», ma a riportare tutti alla realtà ci ha pensato il presidente degli industriali tedeschi, Dieter Hundt, il quale ha ricordato a politici e sindacalisti che «queste sono le regole del gioco nel mondo globale». A credere che la Germania sia rimasta un'isola di "economia sociale di mercato" nel mare neoliberista ormai è rimasta solo la signora Merkel.

Pubblicato

Venerdì 7 Marzo 2008

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