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Georgiani stretti tra due fuochi

di

Fabia Bottani
La "Rivoluzione delle rose", del 2003, aveva fatto sperare la popolazione georgiana. Molti avevano creduto che il tempo della disoccupazione, dei bassi salari, della fiscalità ingiusta, delle esportazioni bloccate da Mosca fosse ormai agli sgoccioli. Ma con il passare del tempo le proteste di piazza contro l'operato del presidente Saakhashvili hanno più volte dimostrato che quella rivoluzione sia stata una rivoluzione mancata. Lo scorso novembre le proteste furono tanto sgradite al presidente da esigere elezioni anticipate  così da prendere in contropiede l'opposizione e dar prova  del suo potere. Elezioni che, domenica scorsa lo hanno riconsacrato. Il capo delegazione degli Osservatori dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), l'americano Alcee Hastings, ha benedetto il voto definendolo un successo per la democrazia. L'opposizione ha invece denunciato brogli elettorali ed è scesa nelle strade a manifestare.
Una denuncia condivisa anche dal consigliere nazionale zurighese Andreas Gross, che negli scorsi giorni era in Georgia proprio nelle sue vesti di osservatore. «La Georgia è un paese particolarmente seguito dalla Commissione di monitoraggio del Consiglio di Europa (cui appartiene, ndr) al punto da essere oggetto di discussioni durante tutte le sue riunioni bimestrali» dice Gross ad area che lo ha incontrato per cercare di capire se e che cosa non è funzionato in queste elezioni.

Andreas Gross come si è svolto il suo periodo di osservazione in Georgia? Cosa significa "osservare" delle elezioni?
Il mio lavoro di osservatore è iniziato qualche giorno prima del week end elettorale. Da mercoledì fino a venerdì ho avuto due riunioni della durata di dieci ore ciascuna in cui ho incontrato rappresentanti di ong, giornalisti, tutti i candidati alle elezioni ed esperti inviati dal Consiglio d'Europa già diversi mesi fa con il compito di viaggiare in tutto il paese così da avere una fotografia il più reale possibile di quanto stesse accadendo nel periodo pre-elettorale. Dopo questa prima fase di riunioni, nella serata di venerdì sono partito alla volta della costa sul mar Nero per osservare i manifesti elettorali, l'atmosfera respirata nelle strade,  nelle riunioni… Poi il giorno stesso delle elezioni il lavoro è iniziato molto presto verso le sette di mattina per seguire tutto lo svolgimento del voto fino alla chiusura dei seggi, alle ore 20. In seguito ho assistito alla conta dei voti fino a mezzanotte.
Che cosa ha visto che "non le è piaciuto"?
Le mie critiche sono la conclusione di un'analisi profonda di tutti i dati in possesso. Analizzare un'elezione non significa semplicemente osservare soltanto il giorno dell'apertura dei seggi bensì osservare mesi e mesi prima del giorno del voto. Le mie critiche sono dunque meno il frutto di conteggi matematici quanto piuttosto il risultato di un processo di scambio di opinioni tra osservatori, tra esperti, tra gli attori coinvolti.
Nel giorno del voto, domenica, vi sono comunque state scorrettezze organizzative secondo lei?
Il giorno del voto è stato organizzato in modo professionale: nei locali di voto che ho personalmente visitato ho assistito a un buon lavoro. Irregolarità vere e proprie sono state minime, dell'ordine di cinque o sei voti su un totale di mille. Ma come detto le elezioni sono un processo e il giorno del voto corrisponde al 10 per cento di tale processo. Se il restante 90 per cento è "di parte", il risultato finale non potrà certamente essere buono e imparziale ...
Insieme a lei erano presenti anche osservatori dell'Ocse che hanno espresso un giudizio molto positivo sullo svolgimento del voto. Sono osservatori "ciechi"?
I metodi di lavoro degli osservatori dell'Ocse e il nostro sono assai diversi. Loro si spostano in un determinato paese solo durante qualche giorno. Noi, invece, abbiamo degli esperti che viaggiano nel paese durante diversi mesi per conoscere tutto il territorio, incontrare candidati e popolazione.
Pensa che se il capo delegazione Ocse non fosse stato statunitense e amico di Saakhashvili, l'Ocse avrebbe espresso un giudizio diverso sullo svolgimento delle elezioni?
Hastings è un americano, è di parte. È un uomo che non si è nemmeno preso la briga di andare in Georgia per ascoltare la gente, tutti i candidati né tanto meno ha osservato realmente il contesto georgiano. Lui è semplicemente un grande amico di Saakashvili. Lasciare questa persona a capo della delegazione Ocse è un gesto irresponsabile da parte dell'Assemblea dell'Ocse. Ora non so dire se l'avviso dell'Ocse sarebbe stato del tutto diverso se al posto suo ci fosse stato qualcuno di un'altra nazionalità. Di certo avremmo avuto un giudizio più sfumato e meno "geostrategico". Il principio della democrazia esclude qualsiasi azione basata unicamente su interessi geostrategici.
In queste elezioni se da un lato gli Usa hanno fatto sentire la propria voce, dall'altro Mosca non è stata zitta criticando infatti lo svolgimento delle elezioni…
Mosca si è mostrata molto critica nei confronti del giudizio espresso dall'Ocse, ma la sua critica è certamente di tutt'altra natura rispetto alla mia. Ancora una volta si tratta dell'espressione di un'opinione basata non su buone intenzioni democratiche ma su interessi geopolitici, strategici. Mosca è a priori ostile all'Ocse...
In questo contesto quale margine di manovra ha l'opposizione per contrastare realmente questa "non democrazia"?
L'opposizione ha ben poco spazio, l'opposizione è piuttosto vittima di uno squilibrio delle parti presenti nel Paese. E lo squilibrio è grande, basta proprio guardare il voto di domenica: la legittimità di un'elezione è sempre misurabile attraverso il grado di accettazione del risultato… e se la maggioranza è scontenta, non siamo certo confrontati alla democrazia.
A nome del Consiglio d'Europa, si potrà fare qualche cosa per contribuire a fare giustizia?
Nel corso della prossima riunione tratteremo la questione e sono certo che ci saranno conseguenze negative soprattutto per l'immagine di Saakashvili nel suo paese e nel mondo.
Malgrado i fatti di domenica lei ha comunque affermato che il potenziale georgiano di far emergere la democrazia è molto più elevato rispetto a quello degli altri paesi dell'ex Urss…
Assolutamente. E lo si è visto nel 2003 quando la cosiddetta Rivoluzione delle rose riuscì a spodestare l'allora presidente Schewarnadze. Il potenziale della società georgiana di fare un'elezione democratica dunque esiste, mentre nulla di simile è accadute in altre ex repubbliche sovietiche, tantomeno in Russia. Addirittura questo potenziale in Georgia è quasi paragonabile a quella della Turchia dove lo scorso giugno si sono svolte delle elezioni dieci volte più democratiche di quelle dello scorso week end in Georgia. 
Lei ha avuto modo di discutere con la popolazione. Le proteste di oggi sono le stesse che già si alzavano prima della rivoluzione delle rose?
La popolazione di oggi ha gli stessi bisogni di allora con la sola differenza che oggi si sente del tutto delusa e frustrata: dalla Rivoluzione delle rose non ha avuto ciò che sperava. I cittadini georgiani si sentono come in un "sandwich": schiacciati da una parte dal potere russo e dall'altro da quello americano. Noi come europei abbiamo il diritto di fare uscire la popolazione da questa duplice pressione che rappresenta una vergogna per la democrazia. Se la democrazia è discreditata dalle grandi potenze, dicono i georgiani, allora preferiamo ancora l'autocrazia.

Pubblicato

Venerdì 11 Gennaio 2008

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