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G8 voi, sei miliardi noi

di

Loris Campetti
“Voi G8 noi 6 miliardi”. Era lo slogan che rimbalzava dallo striscione di testa a migliaia di magliette alla manifestazione “no global” di Genova. Era il 21 di luglio del 2001, Carlo Giuliani era stato ammazzato dai tutori degli 8 Grandi mezza giornata prima. Il senso e i rapporti di forza non sono cambiati, 4 anni dopo, a Gleneagles, in Scozia e i problemi aperti, irrisolti, si sono aggravati. Da un lato i potenti della terra che pretendono di governare un mondo a cui stanno appiccando il fuoco, dall’altro i popoli, vittime di un comando cieco. Lo sanno, i potenti, che rappresentano solo se stessi, lo sanno di avere contro tutti coloro che subiscono le conseguenze di politiche liberiste, dissipatorie, privatistiche e guerrafondaie. Per questo, dopo Genova hanno deciso di incontrarsi in luoghi isolati, blindati, dove decidere indisturbati il destino di 6 miliardi di umani, davanti a una tazza di tè giunto direttamente dalle ex colonie. Ma siccome non danno pace al mondo, non trovano pace e il tè rischia di andargli di traverso. Non basta la strategia degli arresti preventivi a tenere lontana la protesta. Comunque si concluda il vertice scozzese, il G8 è finito, non ha futuro. Lo dice con parole come sempre chiare il burattinaio George W. Bush: gli interessi dell’America vengono prima delle esigenze della Terra, prima del buco dell’ozono, prima della fame africana. Se pensate – voi G7 di complemento – a politiche ambientali e a sostegni alla povertà che metterebbero in discussione il nostro modello di vita, l’american way of life, vi illudete. Te lo do io Kyoto. Al contrario, per mantenere il livello di vita americano è necessario bruciare tanta energia che va presa là dove c’è, con ogni mezzo. La guerra è preventiva, e infinita. Così, insieme al petrolio si continuerà a bruciare la democrazia, in casa e in trasferta. I G7 di complemento protestano, Blair si offende perché la sua devozione all’Impero è ricambiata a suon di sberle. Sarebbero anche preveggenti, i teorici degli aiuti al continente che muore, tanto cantati nei Live8 quanto bistrattati a Washington: sanno che nei prossimi anni un quarto delle riserve petrolifere verrà dall’Africa e mettono avanti le mani. L’unica speranza di vita per tutti e ciascuno viene dall’opposizione sociale di massa alla prepotenza della globalizzazione neoliberista, che affama i popoli e brucia l’atmosfera. Viene dalla capacità di salvaguardare i beni comuni, l’acqua e la democrazia. Non è facile costruire un modo di vivere, produrre, consumare, relazionarsi, diverso da quello nostro, occidentale e capitalistico. Anzi, è complicatissimo. Ma è inevitabile, per ragioni di sopravvivenza. Non abbiamo molto tempo a disposizione per provarci.

Pubblicato

Venerdì 8 Luglio 2005

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