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Fuori dall’ospedale, ma anche dalla società

di

Claudio Origoni

Quando ancora insegnavo mi capitava spesso, di mattina, di incontrare su una delle scale che portano al palazzo scolastico un matto. Un matto: proprio così. Un matto nel senso di una persona estrosa, di quelli che una volta erano detti “artisti”.


Il matto – non ho mai saputo come si chiamasse – , sessant’anni suppergiù, magro come un chiodo, i pantaloni al polpaccio sorretti da un paio di bretelle viola e la camicia vistosa, mi si parava davanti in cima alla scala impedendomi il passaggio. Poi, quando riteneva di essere sufficientemente vicino mi diceva con estrema serietà: “Vedi, tu, se devi fare 6 per 4 fai 6 per 4 uguale 24 ed è finita lì, giusto?” “Giusto.” “Io invece devo fare 6 + 6 + 6 + 6 e non devo sbagliare a sommare sennò poi mi mancano le dita per completare il calcolo.” Finita la frase, mi lasciava insalutato ospite e partiva con una certa urgenza verso il grande magazzino, dove comperava la sua confezione multipla di bibite: otto o dieci lattine di birra come se dovesse attraversare ogni giorno un suo piccolo deserto urbano.


Mi sono sempre piaciuti i matti perché sono persone libere: dirette e libere come i bambini, quelli veri, che hanno sempre e soltanto per la testa domande inevase e nessuna risposta.


C’è una che, come quello delle caselline, vive da anni all’Ospedale Neuropsichiatrico. È da una vita che gira per il parco del nosocomio vestita elegante e intonata: gonna lunga e cappellino. E ogni volta che la incrocio non perde occasione di chiedermi un favore, lo stesso favore, da sempre. Cioè di spedirle una certa lettera che reca sempre in borsetta. È una lettera d’amore della quale mi ha fatto leggere alcune righe. È una cosa a suo modo patetica e struggente, che però non è mai stata imbucata. Anche stavolta le ho promesso che sarei passato alla posta, poi ancora una volta sono partito dal Neuro a mani vuote.


Il Neuro, che oggi si chiama Organizzazione Sociopsichiatrica Cantonale, come molti sapranno è a Mendrisio. Confina con il Liceo, con la Scuola Media e con la Scuola per gli Apprendisti. Dispone di un ampio parco verde aperto al pubblico.


Con gli anni il Neuro è diventato una struttura aperta. Basaglia ha fatto scuola anche a Mendrisio. Basaglia, per chi non lo sapesse, è il medico che per primo concepì e mise in atto la riforma della cura psichica in Italia proponendo una terapia che andasse oltre la logica manicomiale, favorendo l’integrazione sociale del malato. In realtà l’integrazione ancora non è stata realizzata. Direi anzi che invece è nata una nuova ghettizzazione: una ghettizzazione di altro tipo per cui, pur stando fuori dall’ospedale, i pazienti psichiatrici continuano a vivere ai margini del sociale. Passano tutto il giorno da una panchina all’altra chiedendo un obolo per soddisfare le loro piccole grandi dipendenze. Pur continuando a esercitare il loro fascino di capolavori inutili come li definì Giorgio Manganelli, ma senza poter guarire mai quella ferita profonda dell’anima che è la malattia mentale.

Pubblicato

Mercoledì 16 Dicembre 2015

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