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Fuori controllo: intervista al consigliere nazionale Franco Cavalli sugli aumenti dei costi della salute

di

Silvano De Pietro
È davvero impressionante come i costi della sanità in Svizzera continuino ad aumentare di anno in anno, senza che nessuno sia finora riuscito a porvi rimedio. La stessa consigliera federale Ruth Dreifuss ha dovuto ammettere che, da questo punto di vista, la legge sull’assicurazione malattia (Lamal) ha mancato l’obiettivo. Tra le tante proposte avanzate di recente, a livello politico spiccano quelle della stessa ministra della sanità in vista della revisione della Lamal; quelle del Plr, che vuole «subito una riforma concreta del sistema sanitario»; quelle del Ps, raccolte in un’iniziativa popolare che andrà in votazione probabilmente tra un anno; e quelle dell’Udc, che ha annunciato di voler lanciare una propria iniziativa popolare. Gli assicuratori, invece, propongono in sostanza premi corrispondenti al rischio, quindi basati su criteri puramente assicurativi e non sulla solidarietà (per cui gli anziani, per esempio, dovrebbero pagare di più). Le idee della signora Dreifuss – in particolare quella dell’impiego della riserva di 500 milioni di franchi a disposizione dei cantoni, per ridurre i premi delle famiglie a basso reddito con bambini – sono state in parte sconfessate dal Consiglio federale. Per cui la tenace ministra socialista si appresta, il prossimo 22 maggio, a presentarne una nuova versione che, secondo indiscrezioni, dovrebbe prevedere una riduzione del finanziamento (da 300 a 240 franchi all’anno) dei premi dei bambini; un coordinamento nazionale della pianificazione ospedaliera dei cantoni; un limite imposto ai premi delle famiglie proporzionalmente al loro reddito e la soppressione parziale dell’obbligo di contratto tra assicuratori e prestatori di servizi sanitari (come vorrebbe il Consiglio degli Stati). Contraria sarebbe invece la ministra della sanità all’introduzione di una franchigia proporzionale al reddito, come chiede il Plr. Su tutte le proposte della consigliera federale Ruth Dreifuss ha preso posizione proprio questa settimana (purtroppo dopo la stampa di questo numero di “area”) l’Unione sindacale svizzera in una conferenza stampa che si è tenuta ieri a Berna. Da parte sua, l’Udc vagheggia una sanità a tre velocità, (per i poveri, con meno prestazioni e premi più bassi; per il ceto medio, con un’assicurazione complementare; e per i ricchi, con prestazioni di punta finanziate da un’assicurazione privata). Il Ps annuncia invece di volere, con la sua iniziativa «La salute ad un prezzo abbordabile», battersi decisamente per una sanità che garantisca le stesse prestazioni a tutti e che venga finanziata con premi assicurativi proporzionali al reddito. E mentre i politici discutono, capita sempre più spesso di scoprire che singole «casse malati» hanno l’acqua alla gola. L’ultimo, clamoroso caso è quello della Supra; e i giornali prontamente hanno ripreso a parlare di di ulteriori aumenti dei premi. Per tentare di capirci qualcosa, abbiamo intervistato il consigliere nazionale socialista Franco Cavalli Onorevole Cavalli, l’impressione sempre più prevalente è che i costi della sanità siano ormai fuori controllo. È così? Indubbiamente, i costi della sanità stanno aumentando molto più rapidamente del prodotto interno lordo. E questo, soprattutto per due ragioni. Una è l’enorme crescita del costo dei medicamenti, nell’ordine del 10-15% annuo. È una tendenza presente in tutti i paesi occidentali, in gran parte perché l’industria farmaceutica sostituisce i vecchi medicinali con farmaci nuovi, che magari non sono molto migliori ma costano dieci volte di più. L’altra ragione è il trasferimento dell’attività sanitaria dal settore ospedaliero a quello ambulatoriale: mentre nel primo i costi sono sotto controllo grazie ad un sistema applicato un po’ dappertutto in Svizzera, nel settore ambulatoriale non c’è assolutamente nessun controllo, per cui i costi stanno esplodendo. Oltretutto, la crescita dei premi delle «casse malati» è molto superiore all’aumento dei costi, perché i premi riproducono in modo perverso i problemi dei costi. In particolare, il passaggio dal trattamento ospedaliero a quello ambulatoriale pesa molto di più sull’assicurazione malattia, perché la cura dei pazienti in ospedale viene pagata per metà dalle assicurazioni e per metà dai cantoni, mentre la stessa cura fatta ambulatorialmente viene pagata al 100 per cento dalle assicurazioni. Questo trasferimento è di per sé positivo per il paziente, dato che fino a poco tempo fa lo si teneva in ospedale per molte cure che oggi si possono praticare in ambulatorio, ma è disastroso per le assicurazioni e per gli assicurati perché viene meno il sussidio statale del 50 per cento. Ma non dovrebbe essere soprattutto la concorrenza, introdotta dalla Lamal, il primo fattore di contenimento dei costi? Perché allora non funziona? Quello, secondo me, è sempre stato un pio desiderio. La concorrenza non ha mai portato da nessuna parte, in questo mondo, ad una diminuzione dei costi della salute. La concorrenza può servire un po’; ma in un mercato come quello sanitario, che è retto dall’offerta e non dalla domanda, la concorrenza serve relativamente a poco. Tant’è vero che negli Stati Uniti, dove la medicina è basata solo sulla concorrenza, si spende ancora il 50% in più di quanto spendiamo noi. Quindi, i costi si possono contenere non tanto con la concorrenza, ma con sistemi di controllo degli aumenti. In effetti, solo i paesi scandinavi e l’Olanda, che hanno sistemi di controllo abbastanza rigidi e diretti dallo Stato, sono riusciti contenere l’aumento dei costi della medicina. Anche da noi, come detto, i costi non aumentano più, anzi tendenzialmente diminuiscono dove ci sono sistemi di controllo, cioè negli ospedali. Però gli assicurati potrebbero cambiare assicurazione, scegliendo quella meno cara. E invece stentano a farlo. Perché? Perché è relativamente complicato; e la gente ha sempre poca simpatia per le cose burocratiche. D’altra parte, tutti si rendono conto che le «casse malati» inizialmente più convenienti, nel giro di un anno o due, come sta capitando adesso con la Supra, devono aumentare i premi più delle altre casse. Le soluzioni miracolose, evidentemente, non ci sono per nessuna «cassa malati». Oltretutto, penso che il processo di concentrazione continuerà, e a lunga scadenza rimarranno solo tre o quattro grandi assicurazioni malattia. E questo è positivo? Ci potrebbero essere degli aspetti positivi, dato che le grandi «casse malati» dovrebbero, almeno in teoria, poter controllare più facilmente i costi, perché hanno del personale, per esempio medici, in grado di aiutarle. Le piccole assicurazioni non sono invece assolutamente in condizione di stabilire se un costo è sensato oppure no. Ho però l’impressione che si creerà piuttosto una situazione di oligopolio, dove le assicurazioni si metteranno d’accordo tra di loro. Io penso che a lunga scadenza l’unica soluzione sia la «cassa malati» unica a livello federale: un processo, questo, che verrebbe molto favorito dall’accettazione della nostra iniziativa popolare sulla quale si voterà a metà dell’anno prossimo. Però c’è anche l’Udc che pensa di lanciare un’altra iniziativa per contenere l’esplosione dei costi, proponendo un modello «a tre pilastri», che di primo acchito può sembrare efficace. Perché per la sinistra questo modello non è accettabile? L’Udc ha dimostrato ancora una volta che, da una parte, capisce poco di queste cose, e dall’altra cerca soluzioni antisociali. Hanno indicato tre o quattro cose che verrebbero tolte dall’assicurazione di base; ma basta fare un facile calcolo per vedere che queste cose non porterebbero mai ad una diminuzione del 20% dei premi. Quindi, è semplicemente polvere negli occhi. D’altronde è evidente che se s’introduce il principio di tre assicurazioni diverse – di cui, quella di base sarebbe ridotta all’osso e quindi riservata solo ai poveri; una complementare per il ceto medio; e una privata per i ricchi – ciò significherebbe introdurre tre tipi di medicine diverse. Anche qui, l’esempio degli Stati Uniti dimostra che questo porterebbe a delle differenze nell’aspettativa di vita; cioè il sistema dell’Udc, una volta consolidato (togliendo prestazioni di base assolutamente essenziali), porterà a far sì che i poveri vivranno ancora meno di quanto vivono adesso e la differenza nell’aspettativa di vita, già nettamente a favore dei ricchi, sarà ancora più grande. Come capita in tutti i paesi che hanno applicato questo sistema, dove la differenza nell’aspettativa di vita tra chi ha di più e chi ha di meno continua a crescere. Che cosa propone invece il Ps? Quali sono, cioè, le caratteristiche principali della sua iniziativa? Innanzitutto, per quanto riguarda il finanziamento, bisogna ricordarsi che buona parte della popolazione svizzera soffre per i premi e perché i ricchi da noi pagano per la salute dozzine di volte meno di quanto capita all’estero, dove la sanità è finanziata in modo progressivo dalle imposte. Noi abbiamo i premi uguali per tutti, che favoriscono in modo incredibile i ricchi. Quindi, noi vogliamo innanzitutto i premi proporzionali al reddito, perché così l’80% della popolazione svizzera pagherebbe meno di quanto paga oggi. Per quanto concerne il contenimento dei costi, la nostra iniziativa prevede la pianificazione federale della medicina di punta, dove oggi ci sono degli sperperi enormi; il coordinamento obbligatorio delle pianificazioni cantonali, che oggi non sono coordinate e generano uno spreco di miliardi; il controllo dei prezzi anche per le medicine; il controllo di qualità obbligatorio; e la possibilità di diminuire, dove ce ne siano troppi, il numero dei medici. Queste sono le cinque misure essenziali che porterebbero sicuramente a mettere sotto controllo l’aumento dei costi, o quanto meno a far sì che non crescano più di quanto cresce il prodotto interno lordo.

Pubblicato

Venerdì 17 Maggio 2002

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