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Nicaragua

Funesto anniversario della Rivoluzione Sandinista

di

Gianni Beretta

Sarà un triste 40° anniversario quello della Rivoluzione Popolare Sandinista, che il 19 di luglio 1979 rovesciò con un’insurrezione armata la tirannica dinastia dei Somoza. Con il “fu” comandante guerrillero Daniel Ortega ancora saldamente al potere in Nicaragua, dopo aver represso nel sangue la prima ribellione dei millennials (tropicali) del pianeta, scoppiata il 18 aprile dello scorso anno e costata dai 325 ai 550 morti a seconda che le stime provengano da organismi per i diritti umani internazionali (espulsi dal paese) o nicaraguensi (dichiarati illegali); con un numero imprecisato di feriti e almeno 650 detenuti; oltre a 60mila persone che dal settembre scorso si sono via via rifugiate soprattutto nel vicino Costa Rica. Numeri da capogiro per un paese che conta appena 5 milioni di abitanti.

 

Una rivolta spontanea partita dalle università che aveva sorpreso tutti, dentro e fuori del Nicaragua, ma che covava da tempo; condotta con un uso virtuoso delle reti sociali e che si è rapidamente guadagnata il sostegno della gran parte della popolazione con azioni di disobbedienza civile, barricate e oceaniche manifestazioni.


Eppure la resistenza non è mai venuta meno. Nonostante la dittatura orteguista operi una feroce persecuzione con la militarizzazione di fatto del paese; il varo di leggi “antiterrorismo”; la cancellazione di ogni libertà d’espressione e una vera e propria caccia alle streghe per scovare quegli studenti costretti alla clandestinità.
Ma non si possono comprendere gli eventi di quest’ultimo anno in quel paese senza rimontare agli accadimenti interni al Frente Sandinista dall’indomani della traumatica sconfitta elettorale del 25 febbraio 1990 (ad opera della moderata Violeta de Chamorro).

 

La desandinizzazione
L’Fsln si divise rapidamente in due: da una parte coloro che intendevano battersi per tornare al governo alle elezioni successive; dall’altra quelli che invece pianificarono un ritorno al potere a tutti i costi, per non mollarlo mai più.
Prevalsero questi ultimi, con Ortega alla testa che via via depurò il Frente (una vera e propria “desandinizzazione” da un certo livello in su) da quei dirigenti di partito e del passato governo rivoluzionario (oltre che degli esponenti della cultura in blocco) che volevano preservare la connotazione plurale e democratica del sandinismo. Ne diventò così il padrone assoluto, da primus inter pares quale era stato dei nove membri dell’antica Dirección Nacional.
Contemporaneamente strinse dall’opposizione uno sciagurato patto di potere e di legittimazione reciproca esclusiva con l’oligarchia nostalgica del somocismo (che dal ’97 governò per due mandati); e che estrometteva ogni altro partito loro antagonista; a destra come a sinistra. Fino a che, con paziente abilità e una legge elettorale su misura, riuscì a tornare alla presidenza nel 2007. Per proclamare l’avvio di una “seconda fase della rivoluzione” che doveva rivelarsi (e non poteva essere altrimenti) un colossale inganno.

 

Il patto con i neoliberisti
Il “rifatto” capo di stato praticò da subito una salda alleanza con l’imprenditoria privata garantendole esenzioni fiscali, pace sociale e i salari minimi più bassi del Centro America. Attuando dunque lui per primo politiche neoliberiste; insieme alla ratifica del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti (Cafta); fino a periodiche negoziazioni con il Fondo Monetario Internazionale: compresa l’ultima, fatale, sul sistema pensionistico; convertitasi nella goccia che lo scorso anno ha fatto traboccare il vaso della sommossa.
Non solo: per ingraziarsi i favori dell’ex nemico giurato interno della passata rivoluzione, lo scomparso cardinale Miguel Obando y Bravo, Ortega e sua moglie si fecero da lui risposare in chiesa; cancellando incredibilmente poco dopo la legge sull’aborto terapeutico.


In questo modo il sempiterno candidato dell’Fsln si fece rieleggere per altre due volte, con brogli e violando la costituzione che ne impediva la ricandidatura. Fino a un controllo totale dei poteri dello stato: reprimendo ogni dissenso nella capitale Managua con ricatti nel settore pubblico e l’impiego di squadracce di picchiatori (i paramilitari di oggi che generando il caos hanno saccheggiato supermercati e simulato attacchi a sedi della polizia). Mentre nelle campagne l’esercito piegava ogni protesta delle popolazioni rurali (anche con l’eliminazione fisica) contro le facili e laute licenze a stranieri per deforestare e sfruttare miniere (in barba alla salvaguardia dell’ambiente).


L’unica opposizione che il regime non poté neutralizzare, perché di massa, è stata quella dei contadini colpiti dal folle progetto del canale interoceanico (negoziato a costo della sovranità nazionale con un impresario cinese nel frattempo fallito) che prevede estese espropriazioni delle loro terre e che nessuno sa che fine farà.


Nelle ultime elezioni del 2016 Ortega (con le urne andate clamorosamente deserte) è giunto persino a candidare la consorte Rosario Murillo a vicepresidente. Oltre a consolidare lo status di diversi dei loro figli nei gangli vitali del sistema. Tranne una: Zoilamerica, rifugiatasi all’estero per aver a suo tempo denunciato gli abusi del patrigno Daniel (coperti dalla madre) quando era minorenne.


Alla storica base popolare del Frente sono stati riservati solo interventi assistenzialistici: lamine di zinco per rifare i tetti di case fatiscenti, animali da cortile e poco più. Venuti meno anch’essi quando il rubinetto venezuelano si è irrimediabilmente chiuso. E con il 75% della popolazione tuttora condannata all’economia informale.


Sta di fatto che questa politica del “piede in tutte le scarpe” ha propiziato al Nicaragua una crescita economica del 4,5% annuo. Ma a favore del clan della coppia presidenziale, che nel mezzo di una fitta rete di corruttele si è semplicemente sommato come nuovo soggetto all’altrettanto beneficiata oligarchia locale. Nessun cambio strutturale è stato realizzato in 11 lunghi anni, come ci si sarebbe aspettati da un governo che si dichiara “socialista, cristiano e solidale”. Salvo il ritorno alla salute pubblica gratuita; ma con l’altrettanto gratuito diritto all’istruzione inficiato dai piani educativi dell’esoterica vicepresidente.


Oggi Ortega, “normalizzata” la situazione, simula una disponibilità al negoziato con la fin troppo eterogenea opposizione riunita nella Alianza Civica. Che si è nel frattempo divisa: con gli studenti e la società civile organizzata da una parte a sollecitare una svolta, esigendo giustizia per le vittime ed elezioni anticipate libere e verificate; e l’impresa privata dall’altra, fintamente distanziatasi dal regime e alla quale basterebbe un accordo di facciata per far ripartire un’economia al collasso.


Ortega ha pure varato un’amnistia generale che ha portato alla liberazione dei prigionieri politici; ma che soprattutto mira ad assicurare la più totale impunità ai responsabili dei massacri.


A far da mediatore il nunzio vaticano Stanislaw Sommertag, dal ruolo controverso dopo il recente irrituale allontanamento a Roma del vescovo ausiliare di Managua, Silvio Baez; da sempre coraggiosamente critico verso la coppia presidenziale tanto da essere stato più volte minacciato di morte.
La comunità internazionale (Onu, Ue e Organizzazione Stati americani) ha condannato più volte il regime, anche per crimini di lesa umanità. Ma è troppo (maldestramente) preoccupata dalla ben più strategica crisi venezuelana.
Ortega ha così buon gioco per farsene scudo, mantenendo con reboanti slogan antimperialisti la sua appartenenza di facciata all’Alleanza Bolivariana (dalla quale finché ha potuto ha succhiato cinque miliardi di dollari in denaro e petrolio). Quando in realtà, col patto neoliberista con l’imprenditoria locale e gli accordi con l’Fmi, si era reso innocuo se non persino accomodante con il “gigante del Nord”. Altro che tentato golpe che Washington «veniva organizzando» contro il Nicaragua, come da gigantesca fake news propagata fin dal primo momento dall’ex comandante.


È che il Nicaragua odierno è un caso profondamente differente dal pur controverso Venezuela, dove la destra politica ed economica ha boicottato da sempre il chavismo; con gli Usa impegnati in un’operazione imperiale d’antan per recuperare il controllo dell’oro nero. Tanto che Donald Trump è stato costretto malvolentieri ad adottare sanzioni relativamente blande contro l’innocuo Nicaragua; che puntano comunque a impedire il “dislocamento” degli ingenti capitali in mano al clan Ortega.


Così che, in meno di un secolo, il Nicaragua è stato protagonista di ben tre ribellioni popolari; a cominciare dalla prima che ha ispirato poi le successive: quella del general de hombres libres Augusto César Sandino, che i marines non riuscirono a stanare. Salvo poi essere assassinato la sera stessa appena firmata la pace il 21 febbraio 1934 dall’allora capo della Guardia Nacional Anastasio Somoza. Così come Daniel Ortega ha tradito la sua di rivoluzione e fatto ammazzare i giovani di oggi.


Ma i generosi quanto inermi “nipoti di Sandino”, in un Nicaragua rimosso e dimenticato, sono soli più che mai; e non potrebbero fare di più per recuperare le libertà democratiche nel proprio paese. Anche se a loro si deve l’aver definitivamente smascherato, pur a caro prezzo, la natura dispotica e nepotista del regime.

 

Ambasciatore Gelli
E per chi dalle nostre parti non si fosse ancora convinto della nefasta “metamorfosi” del comandante Daniel Ortega, basta chiedersi come mai abbia nominato dal 2013 come proprio ambasciatore niente meno che Maurizio Gelli, figlio del “venerabile” Licio; prima in Uruguay e ora in Canada. Ma che c’entra Gelli con il Nicaragua? E soprattutto, in cambio di cosa gli ha assicurato la tanto preziosa immunità diplomatica?

Pubblicato

Mercoledì 26 Giugno 2019

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