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Fu la stagione del femminismo

di

Gianfranco Helbling
La milanese Alina Marazzi è fra le autrici più interessanti del nuovo documentario sociale italiano. Per metà di origine svizzera (la famiglia di Hoepli l'editore), Marazzi ha trovato in Ticino quel sostegno che al documentario in Italia spesso manca. Rivelata al Festival di Locarno del 2002 con "Un'ora sola ti vorrei", dopo diversi lavori per la tv, quest'anno ha avuto l'onore di Piazza Grande per la prima di "Vogliamo anche le rose" (coprodotto da Ventura di Meride con il sostegno di Rtsi, cantone Ticino e Confederazione). È un film di montaggio, in programmazione da oggi al cinema Lux di Massagno, che racconta il profondo cambiamento portato dalla liberazione sessuale e dal movimento femminista in Italia fra gli anni '60 e '70, visto attraverso uno sguardo al femminile tenero e disincantato, ironico e partecipe. Un film curato nella ricerca dei materiali e nella costruzione narrativa ed originale nella forma espressiva. Ne parliamo con l'autrice Alina Marazzi.

La sua filmografia dal 2002 ad oggi disegna un percorso tutto al femminile dall'individuale al collettivo. Dapprima ci fu "Un'ora sola ti vorrei" in cui raccontava del suo rapporto con sua madre, poi "Per sempre" sulle scelte delle suore di clausura, infine "Vogliamo anche le rose" che narra la storia del movimento femminista italiano negli anni '70. Alina Marazzi, è stato un percorso ragionato o è più il risultato di circostanze fortuite?
È stato un percorso ragionato. "Vogliamo anche le rose" per me è una sorta di proseguimento della storia del primo film, "Un'ora sola ti vorrei". Quello era un film su mia madre, che si interrompe nel 1972 con la sua morte, proprio in un periodo in cui stavano accadendo molte cose nelle vite delle donne della sua generazione. In "Vogliamo anche le rose" il filo della storia è ripreso ma a più voci. "Un'ora sola ti vorrei" è la storia di un malessere tenuto rinchiuso dalle convenzioni nei limiti di un sentire individuale. In quegli anni le donne hanno invece cominciato a riconoscere nell'altra gli stessi desideri, le stesse esigenze. Ciò ha permesso il famoso passaggio dal personale al politico: per cui non è più un problema soltanto mio se non mi riconosco nel ruolo di madre, di donna, di moglie, di figlia impeccabile ma, se tutte ci sentiamo così, allora c'è qualcosa che non va nella società. "Vogliamo anche le rose" è quindi una sorte di seconda parte di "Un'ora sola ti vorrei", e in questo senso non poteva che essere un racconto collettivo. Se mia madre non fosse morta così presto, forse avrebbe incrociato alcuni dei percorsi che seguo in questo nuovo film.
Lei con "Vogliamo anche le rose" si ferma alla fine degli anni '70. Verrebbe da dire che se ci fosse una terza parte, che cominciasse nell'80, essa sarebbe di nuovo più intima, più individuale.
Con la fine degli anni '70 il movimento, e non solo quello delle donne, s'è ripiegato, e forse non solo per motivi fisiologici. Così gli anni '80 hanno portato alla ribalta diversi e grandi ego. C'è stato un netto distacco dalle modalità di condivisione collettiva degli anni precedenti e dall'urgenza di forte rivendicazione che poi non è più stata sentita con altrettanta forza. Oggi le emergenze sono sul lavoro, sul precariato, su temi dunque che riguardano donne e uomini. Però certe urgenze credo che rimangono. Se penso alla sfera della sessualità e a quella affettiva, nel quotidiano non vedo molta armonia e felicità nei rapporti, sia all'interno della coppia che fra genitori e figli. Questo perché, a conti fatti, non ci si è poi molto affrancati da quei ruoli di donne e uomini che sono così ben radicati dentro di noi.
Visionando i materiali d'archivio e pensando alla sua esperienza diretta di documentarista, cosa l'ha colpita di più nel rapporto con il mezzo audiovisivo delle donne di 30-40 anni fa rispetto a quelle di oggi?
Sotto il profilo dei contenuti c'è stata una mancanza nel passaggio di saperi fra le donne che hanno agito negli anni '70 e quelle più giovani, le trentenni e le quarantenni di oggi. Ma è un gap che riguarda un po' tutto il movimento degli anni '70. Si tende quindi a vivere i benefici che queste trasformazioni hanno portato dando per scontati certi diritti che invece hanno dovuto essere conquistati in maniera anche sofferta. D'altro canto, per quel che riguarda l'atteggiamento, facendo le ricerche nei materiali per questo film mi si è da subito imposta una consapevolezza da parte delle persone che parlano sul proprio essere sociale e le proprie relazioni, una consapevolezza che oggi la gente non ha. E ho riscontrato nelle donne che hanno vissuto l'epoca di quelle lotte una sincerità e una lucidità maggiori, forse perché l'urgenza di dire era più forte. Se oggi si va fra la gente ad intervistarla su temi quali l'amore e la sessualità, risultiamo tutti più intelligenti, ma anche preoccupati di mostrare la nostra intelligenza piuttosto che di vivere le cose che ci stanno davvero a cuore. In confronto agli anni '70 abbiamo oggi un atteggiamento più scafato e manipolatorio rispetto al mezzo che ci riprende.
Nel film ha una posizione di rilievo una lunga sequenza di frasi celebri maschiliste di grandi pensatori uomini. Come mai l'ha inserita?
La sequenza è tratta dal film "L'aggettivo donna", un film realizzato da diverse donne nel '71 e presentato allora come primo film collettivo del cinema femminista. È un repertorio d'epoca quindi. Già in "L'aggettivo donna" la sequenza è usata in chiave ironica, perché mette in ridicolo la prosopopea di una certa visione patriarcale e maschilista. Oggi l'ironia è ancora maggiore perché il modo con cui sono usate quelle frasi in quel film suona a sua volta decisamente datato.
Lei ha fatto un grosso lavoro di ricerca negli archivi. Ha avuto difficoltà ad accedervi e a lavorare con questi materiali?
Le grandi ricerche che ho fatto sono state nelle Teche Rai, presso l'Archivio del movimento operaio a Roma (che raccoglie i materiali del Pci, della Cgil e del movimento, compresi molti Super 8), alla Cineteca di Bologna e in altre cineteche (Friuli, Centro sperimentale, …), eppoi in archivi di singole persone, come Alberto Grifi, la cineasta milanese degli anni '70 Adriana Monti, poi Annabella Miscuglio, Alfredo Leonardi, Loredana Rotondo, ma anche di donne incontrate in maniera più informale con un lavoro di ricerca fatto porta a porta. I materiali ci sono ma è difficile accedervi sia per la ricerca che per l'utilizzazione. Il problema è soprattutto di costi. I repertori sono costosissimi e questo si ripercuote ovviamente sul budget complessivo di un film di montaggio come questo. La cosa paradossale è che in "Vogliamo anche le rose" ci sono repertori che abbiamo ottenuto gratuitamente perché provengono da archivi privati, mentre altri hanno costi stratosferici perché provengono dalle teche istituzionali. Questi costi in realtà impediscono la valorizzazione del materiale storico da parte di cineasti di oggi. Sembra essere più importante conservare dei documenti che renderli fruibili.
"Vogliamo anche le rose" ha un tono ironico, leggero e distaccato rispetto al clima spesso pesante degli anni '70. Come ci è arrivata?
Questo controbilanciare un tema impegnativo e le atmosfere spesso cupe dell'epoca con le sequenze di animazioni e le elaborazioni fatte a partire dai fotoromanzi e dalle fotografie di quel periodo fa parte di un mio percorso di sperimentazione che corrisponde al mio sguardo sulle cose. Per me è impossibile parlare di questi avvenimenti senza avere su di loro e sulle persone che ne sono state protagoniste uno sguardo ironico e compassionevole. Inoltre in questo film ci siamo posti molto il problema dello sviluppo narrativo, per cui abbiamo cercato di fissare tre personaggi attraverso i loro diari e di intrecciare le loro vicende alla dimensione più collettiva della lotta delle donne in quegli anni. E ci sembrava impossibile raccontare questa storia con una semplice successione di documenti. Per questo abbiamo creato degli andamenti diversi nel racconto, alcuni più drammatici, altri più leggeri.
Può incidere un documentario come "Vogliamo anche le rose" nella quotidianità di oggi? Ci spera?
Mi è capitato di vedere il film con delle adolescenti e delle giovani ventenni. Esse rimanevano sconvolte dalla scoperta di questa storia. Sono persone nate negli anni '80 e '90 e non si sono mai poste il problema della conquista di diritti che a loro sembrano scontati e acquisiti ma che pochi anni fa non lo erano affatto. E che oggi in Italia sono ancora minacciati: ad esempio c'è in corso un grave tentativo di ritornare sulla legge 194 sull'interruzione di gravidanza, il papa Ratzinger e il cardinale Ruini hanno una pesante influenza sulla società italiana contemporanea. C'è quindi un valore didattico-informativo, ed è per questo che il film si chiude con una cronologia di date particolarmente significative. D'altra parte pensavo che le donne un po' più grandi potessero ritrovare una parte del loro passato. Nel complesso credo che le parole del film echeggino molto nel presente. Forse il diario della ragazza che fa l'aborto clandestino in parte è datato, ma in realtà quel diario fa emergere i conflitti e le contraddizioni che un evento di quel genere anche oggi scatena, anche se, a differenza della ragazza che scrisse quel diario, si ha al proprio fianco un compagno presente e che ti accompagna. Quel diario riporta quindi un sentire più profondo che travalica i confini dell'epoca. Guardando questo film ognuno può farsi internamente il passaggio sull'oggi.
Lei si considera una regista femminista?
Femminista è un termine obsoleto. Però in qualsiasi cosa io faccio non posso prescindere dal fatto di essere una donna. E quindi mi interessa con una certa consapevolezza valorizzare questo mio sguardo. Non si può prescindere da quel che si è, da come si guarda il mondo e da quel che si può fare dal momento che ci si relaziona con altre persone: e l'essere donna determina delle differenze rispetto all'essere un uomo proprio in relazione a questi aspetti.

Pubblicato

Venerdì 16 Novembre 2007

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