Frédéric Maire, la scommessa di Locarno

Il Festival del film di Locarno, nemmeno il tempo di chiudere la quinta e ultima edizione diretta da Irene Bignardi, ha dunque già trovato il nuovo direttore, Frédéric Maire. Con una procedura che lascia qualche interrogativo. Innanzitutto perché è stata forse un po’ troppo rapida: con meno fretta non è escluso che qualche candidato che meglio corrispondeva al profilo ideale, in particolare con un indiscutibile curriculum a livello internazionale, lo si sarebbe potuto trovare e convincere. Poi perché la composizione della “commissione cerca” è apparsa decisamente unilaterale: i due membri più autorevoli sono entrambi profondamente legati al maggior produttore svizzero, la Ssr, più equilibrio non avrebbe guastato all’immagine del neodirettore. Infine perché, ancora una volta, come già fu il caso al momento delle dimissioni di Marco Müller, non c’è stato un momento di riflessione e di verifica del profilo del Festival, proprio per trovare il candidato alla direzione che più vi corrispondesse: eppure l’annuncio della partenza di Bignardi si può definire tutt’altro che sorprendente. A dire il vero anche i vertici del Festival hanno finalmente riconosciuto la necessità di una riflessione su quel che è diventata e quel che vuole essere in futuro la rassegna. L’epoca Bignardi era infatti quasi naturalmente giunta al termine in quanto non appariva sorretta da un programma a lungo termine, ma ha proseguito sullo slancio della direzione Müller assecondando gli aggiustamenti strutturali che in questi cinque anni il Festival ha vissuto e rafforzandone il prestigio internazionale. Con il rischio però, continuando di questo passo, di avere nel giro di poche edizioni un’identità più declamata che effettivamente rivendicata e vissuta. Così, stando a quanto annunciato dal presidente Marco Solari, la direzione di Maire si aprirà con un seminario di riflessione, e del resto lo stesso direttore intende coinvolgere la cerchia più ampia possibile di operatori del settore per capire bisogni, potenzialità e limiti del Festival (e anche per ancorarlo con più forza nel territorio, aspetto questo troppo trascurato negli ultimi decenni). E oggi uno di questi limiti pare proprio essere la sua dimensione: indietro non si torna, se non di poco, perché enti pubblici e sponsor si attendono un forte ritorno dai soldi investiti, ma nutrire il mostro onnivoro non è facile, specie se i bocconi più prelibati se li mangiano altri festival più prestigiosi. Il nuovo direttore, la cui cultura cinematografica non si discute, nel suo finora unico atto ufficiale, la conferenza stampa del 14 agosto, s’è mosso bene ed è stato convincente. Oltre alla necessità di ridare un programma al Festival ha insistito sul bisogno di rinsaldare i contatti con gli ambienti cinematografici svizzeri, distributori in testa, lavoro questo che non entusiasmava Bignardi, necessario sì, ma sul quale non ci si deve illudere troppo: il nostro paese nel panorama cinematografico internazionale conta come il due di picche e non è certo da qui che si decidono i destini dei grandi film (del resto Müller, che il problema l’aveva riconosciuto, insisteva sull’idea di Locarno come piattaforma al centro dell’Europa, fra Italia, Francia e Germania). Per Maire resta il grosso problema di una scarsa notorietà fuori dalla Svizzera e di una credibilità internazionale tutta da costruire che non si risolve con i contatti allacciati da giornalista: se già da Hollywood ti rispondono «Locarno where?», sentirsi chiedere anche «Maire who?» potrebbe essere dura. In questo senso mal si capisce la facilità con cui ci si è separati dalla vicedirettrice Teresa Cavina, che i festival degli ultimi anni li ha fabbricati con le sue mani non meno di Bignardi. Comunque Maire ha tanta voglia di fare e sembra avere le idee in chiaro. Giudicheremo il suo lavoro fra tre anni, quando il Festival sarà stato del tutto plasmato dalle sue mani. Averlo nominato è una scommessa: dovesse fallire, la responsabilità sarà in primo luogo di chi l’ha scelto.

Pubblicato il

26.08.2005 03:30
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