Sempre caldo il fronte del lavoro nelle industrie votate all'esportazione. Il superfranco, benché oggi ancorato all'euro a un cambio fisso imposto dalla Banca Nazionale, continua a essere la giustificazione per l'imposizione di lavoro gratuito. In alcune aziende i lavoratori dicono no al lavoro gratuito (Trasfor, Mikron), in altre invece la misura passa. Per capire le implicazioni e le possibili alternative, ne parliamo con Christian Marazzi. Economista, già professore universitario, è attualmente professore e responsabile della ricerca sociale alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI). Marazzi ha pubblicato numerosi saggi sulle trasformazioni del modo di produzione postfordista e sui processi di finanziarizzazione.

Lavorare gratuitamente è la soluzione proposta da molti industriali alla riduzione dei margini di profitto causati dal super franco. Come giudica questa misura?
Si vuol far pagare la crisi a chi non ha responsabilità. Si sta chiedendo di aumentare l'orario di lavoro senza pagarlo per mantenere i margini di utili ottenuti in passato. Per alcune imprese, si tratta di utili importanti. Non mi risulta che in passato gli utili elevati siano stati ridistribuiti ai lavoratori. È una misura totalmente asimmetrica, mentre si sarebbero potute trovare altre soluzioni.
È vero che ci sono imprese che hanno guadagnato molto in un recente passato, vedi Agie, ma ci sono piccole medie imprese che oggettivamente sopravvivono con margini di profitto modesti. Neanche quest'ultime hanno delle responsabilità della crisi finanziaria e si chiedono perché devono essere loro a pagarla…
Il discorso si sposta proprio sul ruolo dello Stato. Cosa sta facendo lo Stato? Lo stesso che si era dimostrato così zelante nei confronti delle banche nella crisi del 2008, oggi non è in grado di formulare uno straccio d'intervento statale? Penso a interventi mirati alle piccole e medie imprese attraverso la riduzione di alcuni elementi di costo, quali gli oneri sociali o il cuneo fiscale. È chiaro che esiste una varietà di situazioni diverse; da chi ha guadagnato molto negli scorsi anni a chi naviga a vista. Proprio per questo lo Stato, che si suppone garante dell'interesse generale, dovrebbe dimostrare di esserci. E invece il nulla, se non quell'intervento di politica monetaria della Banca nazionale.
Come valuta l'intervento della Banca nazionale per ancorare l'euro a un franco e venti?
Estremamente rischioso. In passato operazioni del genere sono costate molti soldi. Non solo alla banca nazionale, ma di riflesso ai Cantoni che si vedrebbero costretti a tagliare su alcuni investimenti. E per finire il danno ricadrebbe sui cittadini. Il rischio di un'emorragia di risorse finanziarie è concreto. Dall'altra parte, ci sono osservatori che ipotizzano una rivalutazione dell'euro, da cui la banca nazionale trarrebbe alla fine molti profitti. È uno scenario plausibile, ma personalmente non vedo segnali positivi di una ripresa dell'euro. E la sola mossa del cambio fisso, se non accompagnata da altre misure, rischia di portarci al disastro.
Costerebbe meno un intervento statale mirato a imprese effettivamente in difficoltà quali sgravi sui costi di produzione oppure l'ancoraggio del franco all'euro?
Un'operazione sui costi darebbe maggiori garanzie di un controllo diretto della politica e dell'economia. La misura della Banca nazionale è invece esclusivamente reattiva e incontrollabile. La Svizzera non ha le forze per contrastare una svalutazione dell'euro. Siamo in balia dei mercati internazionali. Invece delle misure mirate alle imprese permetterebbero un maggior controllo.
In alcune aziende alle maestranze vien detto: "siamo tutti sulla stessa barca e quindi dovete fare dei sacrifici".  
Iniziamo col dire che il "siamo tutti nella stessa barca" è una vecchia storiella priva di fondamento. Non mi risulta che le cose siano mai andate in questo senso. C'è chi paga più di altri.
Concedere ore di lavoro supplementari oggi, purché siano ripagate un domani se le cose dovessero andare bene. Potrebbe essere una via percorribile?
In assenza di una visione a medio lungo termine, che manca perché lo Stato è latitante, siamo costretti a ragionare sul corto termine e le possibilità sono svariate. Si tratta però, di trovare nell'immediato degli spazi di consenso tra capitale e lavoro. Essenziale sarebbe cercare di avere soluzioni che abbiano un impatto anche a medio termine.

Proseguiamo l'intervista con l'economista Christian Marazzi allargando l'orizzonte fuori dai confini elvetici. Parliamo delle difficoltà dell'euro, della "tragedia greca" e di prospettive di soluzioni nell'interesse dei semplici cittadini e salariati.

Professor Marazzi, per il popolo greco è meglio la politica "sangue e lacrime" o il fallimento economico del paese?
Le opinioni sono diverse anche tra gli esperti. L'Economist di questa settimana riporta uno studio Ubs sui costi di un'eventuale uscita dall'euro di vari paesi europei. Nel caso di stati forti come la Germania, ci sarebbe un crollo del Pil del 20-25 per cento nel primo anno, seguito da un 10-15 per cento negli anni successivi. Per i paesi deboli invece, la scomparsa dell'euro costerebbe tra il 40-50 per cento del Pil nel primo anno, e un 20-25 per cento negli anni successivi. Un disastro. All'interno dello stesso numero dell'Economist, troviamo un ipotetico paragone tra un eventuale fallimento greco e quello argentino del 2002. Il paese sudamericano, dopo un periodo di crisi interna e fallimenti bancari, oggi ha un tasso di crescita attorno al 10 per cento. Temo purtroppo che il contesto attuale sia diverso, perché stiamo parlando dell'Europa. Da tempo vado dicendo che sarà la Germania a uscire dall'euro. Mi danno del matto perché il prezzo da pagare sarebbe enorme per la stessa Germania. Eppure, da qualche anno, l'economia tedesca si sta sganciando sempre più dalla zona euro con le direttive sulle esportazioni, orientandosi verso i paesi emergenti come il Brasile o la Cina. Vedremo.
Per lavoratori e cittadini, sembra che non ci siano vie d'uscita positive. O si muore subito con l'uscita dall'euro o si muore lentamente con i tagli delle politiche di austerità.
Ragionare su una soluzione oggi significa ragionare sull'uscita dal capitalismo finanziario. Non ci sono altre vie. Prendiamo il caso della Grecia. Ormai tutti ammettono che sia già fallita, ma si tenta comunque di evitarlo o ritardarlo con misure tampone. Qual è il risultato del mantenere in vita artificialmente la Grecia? La stanno spolpando con le privatizzazioni. Dopo la Grecia, sarà il turno di un altro paese.
Questo significa che non solo chi ha causato la crisi non paga, ma addirittura incassa?
Forse non saranno interessati al Partenone, ma i porti greci o le linee dei traghetti se li sono già comperati. Questo è il risultato del capitalismo finanziario esasperato.
Altre vie non ci sono?
L'azzeramento del debito. Credo sia socialmente ed economicamente legittimo il diritto all'insolvenza. O trasformiamo i debiti in un reddito sociale in modo da trainare la domanda o non vedo alternative positive per i cittadini.
L'effetto domino, ossia che dopo la Grecia, possano uscire dall'euro anche altri paesi è realistico?
In qualsiasi scenario ragioniamo, centrale sarà il contagio sociale. Fino ad ora ci sono state mobilitazioni a macchia di leopardo e in tempi diversi (Grecia, Italia, Spagna e Inghilterra), ma se dovessero succedere anche in Francia o Germania, il conflitto sociale diventerebbe su scala europea. Ci potrebbero essere scenari di de-globalizzazione sui generis, nel senso che potrebbe portare a una ri-globalizzazione dal punto di vista sociale, dove i movimenti potrebbero iniziare a determinare le politiche.
Com'è possibile che a soli tre anni dalla crisi profonda generata dal capitalismo finanziario, ci ritroviamo ancora in questa situazione?
Siamo di fronte a un comunismo del capitale. C'è una dittatura del mercato, dove le banche e i grandi centri finanziari sono i soviet che si muovono liberamente nell'incredibile vuoto politico. Non abbiamo sviluppato nessuna politica all'altezza dei grandi cambiamenti avvenuti nel corso degli ultimi trent'anni. Abbiamo concesso sempre più spazio al mercato, e a quello finanziario in particolare, abdicando alla costruzione di alternative attraverso delle lotte di resistenza.

Pubblicato il 

23.09.11

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