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Fornitore illegale di armi

di

Claudio Carrer
Le esportazioni di materiale bellico sono in aumento e il Consiglio federale autorizza forniture a stati in conflitto o che violano i diritti umani, contravvenendo così alle disposizioni che esso stesso si è dato solo alla fine del 2008. La denuncia non è del Gruppo per una Svizzera senza esercito (Gsse) o di altre organizzazioni pacifiste, ma di una settantina di professori universitari di diritto internazionale e penale che recentemente hanno stigmatizzato la situazione attraverso una lettera aperta alla ministra dell'economia Doris Leuthard.

La nuova ordinanza sull'esportazione di materiale di guerra, adottata (non certo casualmente) alla vigilia dalla votazione popolare in agenda il 29 novembre prossimo sull'iniziativa del Gsse che chiede di vietare questo genere di affari (vedi pagina 7), prevede in effetti una serie di nuove restrizioni rispetto al passato. Essa stabilisce in particolare che nessuna esportazione di armi può per esempio essere autorizzata se il Paese destinatario è «implicato in un conflitto armato interno o internazionale» o se «viola in modo grave e sistematico i diritti umani». Questa disposizione impedirebbe dunque la vendita di materiale bellico a Paesi come la Germania o gli Stati Uniti che sono coinvolti nelle guerre in Afghansitan e in Iraq. Ma se si vanno a leggere le statistiche della Seco (cui compete il rilascio delle autorizzazioni) relative al primo semestre 2009 si apprende che alla vicina Repubblica tedesca sono stati forniti beni dell'industria militare elvetica per 62 milioni di franchi e agli Usa per 19. Simili operazioni vengono giustificate dalla direttrice del Dipartimento federale dell'economia con il fatto che la partecipazione di questi paesi nei conflitti armati citati sia sostenuta da risoluzioni delle Nazioni Unite. Ma per gli esperti si tratta di una circostanza «irrilevante» dal punto di vista del diritto internazionale. E lo stesso discorso vale per l'autorizzazione di esportare materiale bellico verso paesi come il Pakistan (maggiore importatore di armi svizzere nel 2008, nonostante i violenti combattimenti in corso tra esercito e ribelli talebani nella valle dello Swat, nel nord-ovest del Paese) o l'Arabia Saudita, terzo miglior acquirente di armi svizzere nei primi sei mesi dell'anno, che si distingue per la violazione sistematica dei diritti umani, come conferma il rapporto 2008 di Amnesty International: «La tortura e altri maltrattamenti sono diffusi e godono in generale dell'impunità. Le forze di sicurezza sono accusate di utilizzare diversi metodi, tra i quali bastonate, pugni, sospensione dei detenuti ai polsi, privazioni del sonno e umiliazioni», scriveva l'organizzazione umanitaria. E lo stesso afferma Human Rights Watch nel suo rapporto al Consiglio per i diritti umani dell'Onu del giugno di quest'anno: «L'Arabia Saudita viola sistematicamente e in modo diffuso diversi diritti umani fondamentali». Del resto, la stessa Seco riconosce quanto siano "problematici" gli affari con Riad, visto che in futuro sarebbe orientata ad autorizzare esclusivamente forniture di munizioni e pezzi di ricambio per armi vendute in passato.
Comunque sia, per i settanta professori, che rappresentano gli istituti di diritto penale e internazionale di tutti gli atenei svizzeri, la prassi attuale contrasta con la nuova ordinanza sul materiale bellico. Ordinanza, scrivono i giuristi, che va applicata a partire dall'interpretazione del concetto di "conflitto armato" secondo il diritto internazionale umanitario (per cui la Svizzera si impegna da ben 150 anni), in particolare delle Convenzioni di Ginevra. Queste stabiliscono che un conflitto armato è dato anche quando uno degli attori non si riconosce parte dello stesso o esso poggia su una risoluzione dell'Onu. Determinanti sono infatti il coinvolgimento di forze militari o di gruppi armati e la violenza dei combattimenti. Nel caso concreto dell'Afghanistan, spiegano ancora i giuristi, è «irrilevante» che il governo di quel Paese approvi la presenza di truppe straniere sul proprio territorio: «È evidente» che queste vadano considerate «parte del conflitto» o perlomeno in esso «coinvolte», visto che «quotidianamente conducono operazioni militari o partecipano a violente battaglie». Non vi sono insomma dubbi dal punto di vista giuridico che in Afghanistan è in corso un conflitto armato e che pertanto per quel contesto vanno applicati principi e riconosciute le definizioni del diritto internazionale umanitario.
Per mettersi in regola la Svizzera dovrebbe insomma modificare i contenuti dell'ordinanza (che fa esplicito riferimento al concetto di conflitto armato) così da legittimare le esportazioni verso certi paesi oppure correggere la prassi nel rilascio delle autorizzazioni in modo da rispettare la base legale che essa stessa si è data.
L'intervento dei professori è naturalmente musica per le orecchie dei promotori dell'iniziativa che mira a vietare l'esportazione di armi e indubbiamente durante la campagna in vista della votazione sarà utilizzato come strumento di propaganda, ma non è questo l'intento prioritario dei settanta giuristi, i quali in effetti si limitano a far presente la mancanza di coerenza tra la legge e la pratica e a smascherare il tentativo del Consiglio federale e dell'industria bellica di far credere che le procedure di autorizzazione siano più severe di quello che sono in realtà.
È del resto sintomatico che nel 2008 i vertici dell'organizzazione padronale Swissmem (che rappresenta gli interessi dell'industria metalmeccanica ed elettrica) respinsero le proposte di modifica dell'ordinanza sul materiale bellico avanzate dal Dipartimento federale dell'economia in seguito adottate ed entrate in vigore all'inizio di quest'anno: «Secondo il tenore delle disposizioni», scriveva Swissmem in un comunicato stampa, «l'esportazione di materiale bellico verso gli Stati Uniti non sarebbe più possibile».
Esattamenmte ciò che affermano i settanta professori di diritto nella lettera con cui invitano Doris Leuthard e la Seco a «prestare la massima attenzione alle disposizioni del diritto svizzero e internazionale», perché «l'esportazione di materiale bellico avviene in un complesso contesto di interessi contrapposti tra politica, economia ed etica».

Leuthard «stupita»

La ministra dell'economia, dichiarandosi «stupita» e bollando lo scritto come «propaganda in vista del 29 novembre, ha in un primo tempo promesso una risposta scritta, ma il Consiglio federale non è stato dello stesso avviso, ci conferma il capo dell'informazione del Dipartimenmto federale dell'economia Christophe Hans. «La regola vuole che ad una lettera aperta non si risponda in modo ufficiale. Non fa parte dei compiti del governo», spiega Hans, precisando tuttavia che tra i professori e la Seco vi sono «solo delle divergenze d'interpretazione della legge».


La riconversione possibile

Non sta passando certo inosservata l'iniziativa popolare "per il divieto di esportare materiale bellico" in votazione il prossimo 29 novembre. Promossa dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (Gsse) ma sostenuta da un'ampia coalizione di partiti, sindacati e movimenti, sta turbando non poco la lobby degli armamenti, che negli scorsi mesi ha addirittura ingaggiato la società di relazioni pubbliche Farner per spiare i lavori degli iniziativisti che stavano preparando la loro strategia di campagna in vista della votazione. E sempre alla Farner ha dato mandato di elaborare un argomentario contro l'iniziativa.

Un argomentario costruito a partire da dati spesso non veritieri o non attuali e da previsioni irrealistiche, soprattutto per quanto attiene ai posti di lavoro che andrebbero persi nel settore dell'industria militare: addirittura 10 mila quando in realtà il personale impiegato direttamente o indirettamente non supera le 5 mila unità, come conferma l'istituto di ricerche economiche di Basilea Bak in uno studio commissionatogli dalla Confederazione.
Al di là di questo dettaglio, l'iniziativa prevede comunque un sostegno finanziario della Confederazione alle regioni e ai lavoratori colpiti dalle conseguenze del divieto di esportazione, affinché si possa realizzare una riconversione verso la produzione di beni e servizi civili.
Un processo questo peraltro già in atto da tempo e che ha già dimostrato di funzionare. La Sig di Neuhausen per esempio, invece dei fucili, oggi produce macchinari d'imballaggio hightech. E presso la Ruag ormai solo il 15 per cento del personale oggi lavora alla produzione di materiale bellico da esportare, avendo negli ultimi anni sviluppato notevoli capacità industriali nei settori della tecnologia di riciclaggio e nella costruzione di aerei civili. E lo stesso si può dire per la Pilatus, che sta facendo affari record con la vendita dei suoi aerei per voli d'affari Pc12. La Mowag, dal canto suo potrebbe tornare ad orientarsi verso la produzione di ambulanze e automezzi per vigili del fuoco al posto dei blindati per la polveriera afghana.
Se a questo si aggiunge il dato di uno studio dell'Ufficio federale dell'energia, secondo cui con un investimento relativamente modesto potrebbero essere creati in Svizzera 63 mila posti di lavoro nel campo delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica, risulta chiaro quanto l'iniziativa sia attuabile senza troppi contraccolpi.
Il 29 novembre sarà la terza volta negli ultimi quarant'anni che il popolo svizzero è chiamato ad esprimersi su questa materia: nel 1972 un'iniziativa simile ottenne il 49,7 per cento di voti favorevoli, mentre nel 1997 un testo più restrittivo fu nettamente bocciato dal 77,5 per cento dei cittadini.
«Oggi però la situazione è cambiata sotto diversi aspetti», commenta Tobia Schebli del Gsse. «In particolare per quanto riguarda la formulazione dell'iniziativa (che non mira a vietare l'esportazione di beni a doppio uso come l'ultima) ma anche il contesto internazionale: dodici anni fa era ancora il tempo delle cosiddette "guerre umanitarie" di George Bush Tony Blair e Joschka Fischer, che andavano in Jugoslavia a risolvere i problemi con la Nato. Oggi questa fase, anche se continua in Afghanistan, è superata e l'accettazione nella popolazione di questo genere di interventi è assai diminuita, come preso atto recentemente anche dal Parlamento federale bocciando la partecipazione alla missione militare "Atalanta" contro i pirati somali».
«Indipendentemente dall'esito finale -conclude Schnebli- l'iniziativa sta già svolgendo in modo proficuo il suo ruolo: sta suscitando dibattito e sta inducendo una presa di coscienza collettiva sulla moralità di questo genere di esportazioni e sull'ipocrisia con cui il Consiglio federale si è mosso e si muove quando in gioco vi sono gli interessi dell'industria bellica».


Pubblicato

Venerdì 23 Ottobre 2009

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