È una svolta che potrebbe forse sconcertare la base del Partito socialista svizzero (Pss), ma che trova una sua giustificazione nella tattica pre-elettorale in vista del rinnovo del Consiglio nazionale il prossimo 19 ottobre. La presidente del Pss, Christiane Brunner, all’assemblea dei delegati svoltasi sabato scorso a Yverdon, ha attaccato aspramente il Pdc, ventilando la possibilità che i socialisti avallino l’attribuzione all’Udc di un secondo seggio in Consiglio federale e la conseguente non elezione di uno dei due membri democristiani del governo. La manovra, che significherebbe la fine della “formula magica”, è possibile perché, come ad ogni inizio di una nuova legislatura, dev’essere rieletto anche il Consiglio federale. Di solito il parlamento riconferma i sette ministri, e il margine di voti oltre la maggioranza semplice necessaria è solo un indicatore di come cambia il loro gradimento presso i parlamentari ed i partiti. Ma questa volta sarà difficile ignorare la richiesta dell’Udc di avere un secondo consigliere federale. Se otterrà il successo da tutti pronosticato, per il partito di Blocher sarebbe infatti il terzo balzo consecutivo in avanti, cioè la conferma di una volontà popolare che ne legittima una maggiore assunzione di responsabilità governativa. Blocher e compagni vorrebbero raddoppiare la loro presenza in Consiglio federale a spese del Ps. Ma oggettivamente la posizione più debole è quella del Pdc, che continua a perdere voti ma che occupa ancora due poltrone in governo con Joseph Deiss e Ruth Metzler. Data questa premessa, la riflessione fatta dalla signora Brunner e condivisa dai vertici del partito è un’altra. «Su diverse questioni il Pdc non è più per noi un partner affidabile», ha detto la presidente del Pss. Pertanto, «non ha più alcuna importanza come si formi la maggioranza borghese in Consiglio federale». In altre parole, se in governo vi sono due democristiani e un Udc, o due Udc e un democristiano, non fa differenza per i consiglieri federali socialisti che, almeno su alcune questioni, non possono più contare sul sostegno dei colleghi del Pdc. Al contrario – ha dichiarato Christiane Brunner alla Nzz am Sonntag – con un consigliere federale Udc, qual era per esempio Adolf Ogi, «non abbiamo fatto cattive esperienze. Su temi sociali aveva sostenuto Ruth Dreifuss in modo che potessero formarsi delle maggioranze favorevoli. E sulla votazione per lo Spazio economico europeo era con noi in prima linea». L’idea della presidente del Pss è stata discussa lungamente e quindi approvata dalla direzione del partito, e viene condivisa da molte personalità socialiste. A suo favore si sono pronunciati il vicepresidente Hans-Jörg Fehr; la presidente del gruppo parlamentare Hildegard Fässler, per la quale «nel Pdc abbiamo ancora soltanto quattro o cinque alleati affidabili»; lo stesso consigliere nazionale bernese Rudolf Strahm, che per anni s’è battuto per delle alleanze puntuali con il Pdc. Oggi Strahm è costretto ad ammettere che Ruth Metzler non riesce a fare molti progressi, e che Joseph Deiss all’economia sta facendo tutt’altro che una bella figura. E qualcun altro sostiene che ormai non c’è più alcuna differenza tra Deiss e il suo collega Udc Samuel Schmid. È chiaro che per Christiane Brunner l’avversario principale del Pss rimane l’Udc. Ma la presidente – come lei stessa ha detto ancora al giornale domenicale zurighese – non può tacere «quando il Pdc non fa altro che correre dietro all’Udc. Da consigliera agli Stati ho visto negli ultimi anni e mesi il Pdc bloccare sistematicamente tutte le rivendicazioni sociali». Insomma, questo Pdc viene percepito come un alleato in teoria che si comporta da avversario in pratica, come un partito di centro che subisce la politica di destra, e come un partner che si autodefinisce difensore della famiglia ma avalla le proposte antisociali dell’Udc. La signora Brunner ha quindi aggiunto di sperare che i rappresentanti democristiani capiscano di dover cambiare registro e di dover prendere finalmente sul serio la propria responsabilità sociale. Tutto questo suona comunque più come un pesante avvertimento che come una reale scelta strategica. Lo confermano due chiare constatazioni. La prima è di natura logica. Se è vero che per il Pss «non ha più alcuna importanza come si formi la maggioranza borghese in Consiglio federale», è però anche vero che per i parlamentari di sinistra non è indifferente votare un democristiano piuttosto che il candidato di una Udc dichiaratamente antisocialista. E se l’uno vale l’altro, perché sostenere il secondo invece del primo? L’altra constatazione è che molti degli stessi membri della direzione o del gruppo parlamentare del Pss sembrano riconoscere che la pressione sul Pdc è in sostanza un forte segnale lanciato a questo partito. In particolare i romandi si lasciano scappare che «spiegando questa situazione [cioè la somiglianza tra i consiglieri federali Deiss e Schmid, ndr] possiamo guadagnare elettori», e che «questo ci può solo aiutare nella battaglia elettorale». Altri hanno usato espressioni meno esplicite ma chiaramente allusive, come ha fatto Rudolf Strahm dicendo che «è tempo di un avvicendamento personale». La stessa Christiane Brunner, ponendo condizioni politiche all’Udc («deve chiarire il suo ruolo e sapere da quante persone vuole essere rappresentata in governo»), ha circoscritto anche la possibilità di un reale attacco del Pss alla formula magica. Difficilmente infatti l’Udc, che parla tutt’altro linguaggio, darebbe soddisfazione al Ps per ottenerne l’appoggio in occasione del rinnovo del Consiglio federale.

Pubblicato il 

04.07.03

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