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Formazione, “no” perché la scuola non è una fabbrica

di

Claudio Origoni
Il nostro vivere sociale è sempre più governato dall’economia (e dalla finanza). Così la scuola, che del mondo economico ha mutuato il lessico. (Si vedano almeno La scuola spiegata al mio cane di Paola Mastrocola e Lettera a un insegnante di Vittorino Andreoli). Un tempo, all’epoca della mia formazione magistrale, si parlava di centralità del bambino. Era un imperativo categorico. Oggi si parla sempre più di programmi, di profitto e di rendimento. La scuola è diventata una fabbrica. E appare pericolosamente sbilanciata sul versante del fare. Un tempo a scuola si misurava il sapere; oggi vi si valutano le competenze. La scuola è diventata un’anticipazione della vita adulta dove l’allievo – anzi lo scolaro (ormai non si alleva più nessuno!) – vive con largo anticipo il ruolo di produttore (oltre che di consumatore). Succedeva anche una volta, ma in modo più attenuato, meno scientifico. In questa direzione, se ho capito bene, va la proposta di un nuovo ordinamento federale sulla formazione, sulla scuola. Che a parole rimarrà di competenza dei cantoni, ma nei fatti sarà governata da quella che viene definita l’armonizzazione dei sistemi scolastici. Ciò che vuol dire, per il Ticino, la scomparsa della scuola dell’infanzia, l’aumento da 5 a 6 anni della scuola elementare e la riduzione della scuola media da 4 a 3(2) anni. Per ora, hanno detto il loro “no” esplicito alla proposta federale il Movimento della Scuola ticinese per bocca di Anna Maria Gélil Ghirlanda, proprio su questo giornale; e Pino Sergi dell’Mps, sulla Regione di venerdì scorso. Sullo stesso giornale si è espresso Gabriele Gendotti, che si è limitato a parlare di “occasione da non perdere”, esprimendo una sorta di “ni”. (Certo sarebbe facile ricordare al capo del Decs che la nostra vita è una somma di occasioni perdute: una più o una meno, che cosa cambia? Ma, tutto sommato, mi pare sia cosa migliore stare sul fronte del “no”, anche perché le norme federali vogliono esplicitamente fare ordine. E se c’è qualcosa che dà qualche speranza è sempre il disordine, mai l’ordine.) Perché difendere il “no”? Non per salvare il nostro modello di scuola media sul quale preferirei tacere. (Avrei qualcosa da aggiungere, per esempio, alla tanto vantata “scuola della integrazione”, ma non vorrei arrivare alla morale senza raccontare la favola.) Meglio difendere il “no”. Soprattutto per non perdere i benefici delle nostre scuole dell’infanzia ed elementare, dove davvero si può ancora parlare di formazione dello scolaro. Se accettate, le nuove modifiche costituzionali ci porteranno verso una omologazione dei sistemi scolastici cantonali che, ammesso che abbia capito bene, vantano discorsi di efficienza e di razionalità. Due termini che, ancora una volta, si richiamano all’economia (e alla finanza). Nelle nuove norme costituzionali sulla formazione non c’è l’avvenire, come pretende il Consiglio Federale; per il Ticino c’è la svendita del passato. Cui prodest?

Pubblicato

Venerdì 12 Maggio 2006

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