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Fonte di vita insostituibile

di

Generoso Chiaradonna
«Nel prossimo secolo le guerre scoppieranno per l’acqua, non per il petrolio o per motivi politici», sostenne nel 1995 Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale. L’acqua è destinata a rivestire un’importanza sempre più rilevante nei rapporti tra gli Stati, con il rischio di dare origine a violenti conflitti. Già da qualche anno sono in atto, in varie zone del mondo, tensioni tra Stati per lo sfruttamento di fonti di approvvigionamento comuni. Senza dimenticare tutte quelle lotte interne generate dalla povertà in cui le popolazioni si trovano a causa della penuria d’acqua o di una sua non equa distribuzione. Insomma, l’acqua sta diventando sempre di più un bene per pochi. Sono diverse le soluzioni prese in esame e le tematiche di intervento per gestire al meglio la crescita del consumo di acqua. È evidente che mancano delle regole mondiali di controllo sulla gestione dell’acqua e la sua difesa come bene comune. Prevale l’approccio di considerare l’acqua un bene da lasciare al libero mercato. Inoltre, c’è da fare i conti con un fenomeno di abbandono delle strutture pubbliche in favore di soggetti privati e di alcune multinazionali che cominciano a fiutare l’odore di un grande business. La principale fonte di vita, l’acqua dunque, corre il serio pericolo di trasformarsi in merce preziosa su cui lucrare. Gli esempi di privatizzazione e “petrolizzazione dell’acqua”, come sostiene Riccardo Petrella, sono numerosi. In Gran Bretagna, durante il governo Tatcher la privatizzazione è stata una scelta politica sulla spinta dell’economia di mercato. In Francia si è deciso di puntare sulla “gestione delegata”, ovvero il conferimento dei servizi idrici ai privati. Il cattivo stato di salute delle finanze pubbliche, soprattutto di quelle delle amministrazioni locali, è uno stato di fatto che vuole “giustificare” la volontà di ricorrere alla privatizzazione delle aziende dell’acqua potabile. Germania, Italia, i Paesi Bassi e Irlanda sono paesi che si stanno indirizzando su questa strada. Inoltre, negli ultimi anni si è registrato un aumento vertiginoso di città asiatiche, africane e sudamericane che hanno deciso di privatizzare la gestione dell’acqua, argomentandola proprio con la mancanza di risorse finanziarie. Insomma, si vuole vendere l’acqua al capitale privato per la gioia di quelle multinazionali che già pregustano il grande affare. Sono loro che stanno spingendo affinché l’acqua diventi un prodotto da mercato e quindi soggetto al libero scambio. Di tutto questo abbiamo parlato, in un recente incontro all’Accademia di architettura di Mendrisio, con Riccardo Petrella, professore all’Università di Lovanio e promotore, tra le altre cose, del Comitato internazionale per il contratto mondiale dell’acqua. Professor Petrella, lei è promotore del contratto mondiale dell’acqua. Di che cosa si tratta? L’idea è quella di dire che la comunità mondiale deve mettersi d’accordo per organizzare l’uso e la valorizzazione dell’acqua come fonte di vita a livello del pianeta. Sono quattro i punti fondamentali del contratto. Il primo è che l’acqua è un diritto per tutti. Oggi non è vero: questo diritto non è riconosciuto. Secondo: l’acqua deve essere considerata un bene comune mondiale. L’acqua in Svizzera, per esempio, non appartiene agli svizzeri. Appartiene a loro in quanto esseri umani. L’acqua appartiene a tutte le specie viventi (piante e animali compresi). Terzo punto: il finanziamento di tutti gli investimenti necessari per garantire concretamente l’accesso all’acqua per tutti gli esseri umani e valorizzare l’acqua come bene comune deve essere pubblico. Il contratto mondiale dell’acqua dice: niente privatizzazione e mercificazione dei servizi idrici. Il quarto e ultimo punto dice semplicemente che al centro della gestione dell’acqua ci vuole la democrazia. Non si può avere una gestione dell’acqua, come bene comune, diritto alla vita e come finanziamento pubblico se non vi è struttura democratica. La gente deve partecipare. Non partecipare solo per essere informato ma deve partecipare alle decisioni relative all’allocazione delle risorse. Un po’ come il bilancio partecipativo di Porto Alegre? Certo, ma non dobbiamo pensare che abbiamo scoperto la democrazia con il bilancio partecipativo. Il discorso di fondo è sapere se siamo pronti, come società, ad avere una democrazia organizzata a livello internazionale e mondiale. L’impressione che si ha è che la democrazia si fermi alle frontiere degli Stati nazionali. Lei ha affermato più volte, in vari articoli e libri, che la prossima guerra sarà quella per l’acqua… Lo dico perché non bisognerà farla. Purtroppo, se continueremo a fare quello che stiamo facendo all’acqua, si arriverà a questo. Fra dieci anni saremo qua lei ed io a piangere della miseria di una guerra per l’acqua come dei coccodrilli. Noi sappiamo che se continuiamo ad abusare dell’acqua e a distruggerla in termini di qualità, arriveremo prima o poi a una guerra per l’acqua. La quantità dell’acqua presente sulla Terra è sempre la stessa. Un miliardo d’anni fa era la stessa di oggi. Quindi l’acqua è in pratica una risorsa illimitata? È illimitata, ma limitata allo stesso tempo. Come detto prima, non cambia come quantità ma come qualità. Se continueremo a contaminare e inquinare l’acqua, non la potremo utilizzare per nulla. Né per l’agricoltura né per l’alimentazione. In questo modo l’acqua sufficiente per la vita diventerà rara e sempre più preziosa. È facile immaginare che la gente si batterà per averla. Già oggi in molte località del mondo ci sono conflitti attorno all’uso alternativo dell’acqua. La si usa per l’agricoltura, per l’energia, per la vita, per l’industria, per il turismo, per i campi da golf, ecc… In questo modo favoriamo il concetto che l’acqua è un bene alienabile. Un bene economico che si può vendere, acquistare. In una parola se si fa la petrolizzazione dell’acqua, come abbiamo avuto le guerre per il petrolio, avremo quelle per l’acqua. Ma chi ci obbliga a trasformare l’acqua in una merce? Nessuno ci obbliga a mercificare la vita e quindi l’acqua. Purtroppo abbiamo ridotto tutto a merce (geni, conoscenze, ecc…). Se continuiamo a pensare che l’acqua è una risorsa da cui dobbiamo estrarre il massimo profitto e lasciamo che la logica finanziaria si impossessi di questa fonte di vita, succederà ciò che detto prima: avremo le guerre. Come nel Medioevo avevamo guerre pagate dai finanzieri dell’epoca per poter avere accesso ai territori che permettevano un profitto più elevato, avremo le guerre per l’acqua. Questo però non è inevitabile. La mia tesi è quella di dire: facciamo attenzione a coloro che ci dicono che si saranno guerre per l’acqua. Possiamo evitarle. Non dobbiamo correre dritti nel precipizio. Il rischio di petrolizzazione dell’acqua è reale. Ci sono multinazionali che stanno mettendo le mani sulle aziende idriche di vari paesi… Anche la banca svizzera d’investimento e gestione patrimoniale Pictet. Questa banca ginevrina ha lanciato nel gennaio 2000 il primo fondo d’investimento sull’acqua. In pratica chiede danaro ai risparmiatori per investirli in azioni di 80 aziende che operano nel settore dei servizi idrici. Le stime di rendimento fino al 2015 sono, secondo gli economisti Pictet, del 400-800 per cento. Questa cosa è divertentissima e paradossale. In Svizzera l’acqua non è privatizzata, però questa banca fa investimenti e speculazioni sull’acqua privatizzata degli altri. Anche in Italia ci sono ex aziende municipalizzate che operano ormai a livello internazionale con logiche di speculazione finanziaria. In Italia tutte le imprese che gestiscono l’acqua (municipalizzate, consortili, ecc…), secondo l’articolo 35 della legge finanziaria del 2002, devono trasformarsi in società per azioni. Anche se il capitale resta pubblico, diventano società capitalistiche. La Acea (Azienda comunale per l’elettricità e l’acqua potabile di Roma) ha ottenuto la gestione dei servizi idrici in varie località del mondo: in Perù, in Albania e nella stessa Italia (Toscana). La Acea sta diventando la principale impresa capitalistica distributrice di acqua. Rimane un’impresa pubblica, però? Solo il 51 per cento del capitale sociale è pubblico, detenuto dal Comune di Roma. Il resto è detenuto da altri azionisti privati. La logica di fondo è quella del profitto capitalista. Ciò vuol dire che il Comune di Roma sta facendo un sacco di soldi vendendo l’acqua di Yerevan, in Albania o di Quito, in Ecuador. In pratica si tratta di uno stravolgimento della natura delle collettività pubbliche. Non c’è differenza sostanziale tra la Nestlé, la Danone e il Comune di Roma. Quest’ultimo è diventato un’impresa. Invece di ricevere denaro, attraverso le imposte, dai cittadini romani perché abitano lì o svolgono attività commerciali e industriali sul suo territorio, li riceve dai cittadini di Quito o di Yerevan. Come dicevo prima, la logica capitalistica ha stravolto il senso di collettività pubblica. Come spiega tutto ciò? La nostra società è diventata una società capitalistica di mercato e vede tutto in termini di capitale finanziario e di scambio. Tutto è diventato merce.

Pubblicato

Venerdì 23 Maggio 2003

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