I media rincorrono costantemente le notizie sulle previsioni economiche che, a scadenze sempre più serrate, vengono fornite da istituti specializzati. Ad inizio 2004 la parola d’ordine era «l’anno della ripresa» ma, come spesso capita all’umore, anche le previsioni della scienza economica sono altalenanti e sulla stampa degli ultimi giorni l’espansione è stata messa in forse. Area ha preso in considerazione la recente pagella che il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha dato all’economia confederata. Il giudizio dell’agenzia intergovernativa: svizzeri promossi ma non sufficientemente aperti alla competizione e troppo statalisti e, a parere del Fmi, per questo meno ricchi di quello che potrebbero essere. Ma le cose stanno davvero così? E inoltre, quanto contano questi studi e a chi sono indirizzati? Il Fmi nella sua relazione annuale sui Paesi membri plaude alla politica economica messa in atto dalla Confederazione ma rileva anche che la Svizzera è un paese in cui sia i costi che i prezzi sono troppo alti. Ciò costerebbe ai confederati ben un mezzo punto percentuale del prodotto interno lordo (Pil). Quindi, a parere del Fmi, 2 miliardi e 150 milioni persi dall’economia elvetica per le restrizioni del suo mercato che corrispondono quasi al deficit delle finanze pubbliche elvetiche del 2002. Tasso di crescita in espansione Nonostante la rigidità di cui è tacciata l’economia elvetica essa dovrebbe nell’anno in corso, secondo l’agenzia intergovernativa, rafforzare il tasso d’espansione del Pil. Per il 2004 il Fmi si aspetta una crescita dell’1,75 per cento del Pil che «dopo aver flirtato con la recessione dovrebbe ritrovare il cammino della crescita». 1,75 per cento in più che significa 7 miliardi e 500 milioni in più per gli svizzeri. I motivi della crescita si possono individuare in tre principali fattori. Il primo fattore, a detta del Fmi, è la politica economica che la Svizzera ha adottato dopo la crisi del 2001. Misura che fornirebbe delle «condizioni quadro favorevoli per la crescita» allentando i cordoni sull’economia. Ciò sarebbe avvenuto da una parte tramite i tassi di interesse sul prestito per facilitare gli investimenti e quindi l’attività economica (politica monetaria espansiva da parte della Banca nazionale) e dall’altra per una crescita realizzata anche con «una oculata riduzione della spesa pubblica» che è, giustamente a loro avviso, avvenuta con una riduzione dell’impegno dello Stato che lascia così il campo all’iniziativa privata. Richard Haas, capo della delegazione del Fmi, ha inoltre accolto favorevolmente il pacchetto delle 17 misure che il governo svizzero ha varato ad inizio della nuova legislatura che prevede un rilancio dell’economia non per mezzo di interventi statali ma con “diversi stimoli alla crescita”. Oltre «all’adeguata politica economica» il Pil svizzero dovrebbe crescere anche grazie a una ritrovata domanda estera di beni e servizi elvetici (ben 190 miliardi di franchi di esportazioni su un Pil di 430 miliardi di franchi nel 2002). Domanda estera rinvigorita pure da un franco svizzero che dovrebbe deprezzarsi, e quindi favorire le esportazioni (a scapito delle importazioni), per rapporto alle monete dei suoi principali partner commerciali (zona euro e in particolar modo la Germania). Costi e prezzi troppo alti Gli esperti della delegazione del Fmi sono rimasti una decina di giorni in Svizzera e hanno avuto intensi colloqui con i rappresentanti dell’Amministrazione federale, della Banca nazionale e dell’economia privata. Non sono mancate da parte loro critiche alle “restrizioni” dell’economia elvetica che comportano maggiori costi e quindi prezzi più alti. Haas indica di conseguenza la mancata concorrenza del mercato interno quale causa principale per la quale la Svizzera ha realizzato tassi di crescita inferiori rispetto ai vicini Paesi europei. Mancata concorrenza che si tradurrebbe anche in un minor benessere per la popolazione. Finanze pubbliche sotto controllo Per quanto riguarda lo stato delle finanze pubbliche, gli specialisti del Fmi ritengono che la situazione sia sotto controllo. Ammoniscono tuttavia che occorrono nuove misure affinché la situazione rimanga tale. Secondo il Fmi, il governo deve tagliare «prudentemente» le spese, piuttosto che aumentare le imposte. Haas vede di buon occhio il pacchetto fiscale della Confederazione (quello che verrà messo in votazione popolare il 16 maggio). Ritiene però che «provvedimenti supplementari potrebbero rivelarsi necessari». Suggerisce tuttavia che i tagli al budget dovrebbero essere evitati negli aiuti ai paesi più poveri. Aiuti ai paesi meno fortunati che la Svizzera vorrebbe portare allo 0,4 per cento del Pil entro il 2010 (che corrisponde all’utile netto di Swisscom nel 2003). Settori vincenti secondo Ubs Il Fmi fornisce un quadro macroeconomico della situazione dei Paesi membri. Per capire quali sono le prospettive dei vari segmenti di mercato è più utile riferirsi ad altri studi. Ad esempio a quello che annualmente compie il più grande istituto bancario elvetico, l’Ubs, che prende in esame un campione di 4 mila 300 aziende di 27 settori principali. Le vendite delle imprese intervistate sono marciate sul posto nel 2003 ma con notevoli differenze nei vari segmenti. La crisi dovrebbe aver colpito duramente turismo ed il settore orologiero mentre ad approfittarne sono stati soprattutto servizi finanziari, le telecomunicazioni e il settore farmaceutico. L’istituto bancario vede con ottimismo il futuro e le aziende che sono andate bene nel 2003 dovrebbero essere vincenti anche nel 2004; settore orologiero ed edilizia a parte che potrebbero essere nuovamente colpiti. L’Ubs precisa che nonostante il diffuso ottimismo le aziende intervistate non sono ancora disposte ad assumere personale. Le previsioni economiche, quella del Fondo monetario internazionale (Fmi) compresa, sono per natura erronee. Se si dovesse fare una cronistoria delle previsioni degli economisti si resterebbe particolarmente delusi. Crescerà e di quanto l’economia svizzera nel 2004? Nessuno può in realtà rispondere in tutta onestà a questa domanda. A rigor di logica ci si potrebbe chiedere per quale motivo ci si ostina allora a fornire cifre e fatti che verosimilmente sono destinati a mutare nel corso del 2004. Il Fmi afferma, anche se con tutte le prudenze del caso, principalmente due cose. La prima è che la Svizzera non cresce, economicamente parlando, perché il suo mercato interno non è sufficientemente aperto alla concorrenza, i costi sono troppo alti e di conseguenza questo si riflette anche sui prezzi. La seconda è che un’economia è sana quando lo Stato interviene poco e lascia le redini ai privati. Se la Svizzera abbracciasse, come sembra che voglia fare, le idee del Fmi l’anno prossimo il prodotto interno lordo (Pil) dovrebbe crescere del 2,25 per cento. Tradotto in soldoni significa che il popolo svizzero dovrebbe arricchirsi di quasi 10 miliardi, ovvero all’incirca 3 mila e 200 franchi in più all’anno per economia domestica (sempre che la distribuzione della ricchezza sia equa). Insomma una bella cifra, c’è da fregarsi perlomeno le mani. In questo genere di studi l’economia è vista come una macchina che può sviluppare tutta la sua potenza solo se si è disposti a mettersi in concorrenza. Competizione con chi? Con tutti, con i concorrenti sia locali che internazionali (una sorta di globalizzazione della competizione). Ma il popolo, quello sovrano, si è stancato di questo tipo di logiche. Nessuno ci crede più, troppo bello per essere vero: 3 mila 200 franchi in più all’anno, una manna dal cielo. «Forse ci sbagliamo, forse è davvero così» è il dubbio che continuamente ci viene instillato. L’economia libera, e sovrana del popolo, sarebbe la soluzione ad ogni male, anche per i paesi meno fortunati. Alzi la mano chi ne è convinto. Nella storia recente le previsioni macroeconomiche erano oggetto di disputa in quanto gli economisti davano una diversa importanza alla probabilità del verificarsi di un evento che avrebbe potuto influenzare il sistema economico (come ad esempio la forza del franco). Tuttavia essi condividevano la stessa visione del funzionamento della “macchina economica”, quella perfettamente competitiva. La novità dei dibattiti odierni è che le discussioni sono arrivate fino alle basi teoriche. Non si è più sicuri di aver trovato nel meccanismo della domanda e dell’offerta la legge che è in grado di spiegare tutto. Cosicché l’economia non sarebbe più un motore funzionante solo se “oliato” con la competizione, con buona pace della ragion d’essere dello Stato. Il dissenso fra gli economisti è molto più esteso di quanto comunemente percepito e spesso gli studi economici si traducono nell’apologia di una visione economica del mondo che si sta sgretolando. Quella visione neoliberista di cui si erano fatti primi promotori l’lnghilterra con Thatcher e gli Stati Uniti con Reagan.

Pubblicato il 

02.04.04

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