La mano invisibile

La vicenda del Credito Svizzero (il direttore operativo che ordina al responsabile della sicurezza della banca di spiare un dipendente, dopo che questi ha annunciato di passare alla concorrente Ubs) ha provocato tre reazioni significative: l’una rassicurante del consiglio di amministrazione che definiva quella sorveglianza «errata e sproporzionata», sostenendo l’estraneità del Ceo (l’amministratore delegato), l’ivoriano Thiam; un’altra del presidente dell’Associazione svizzera dei banchieri che riteneva la vicenda un caso isolato, escludendo «ogni rischio sistemico»; una terza dell’ex Ceo della banca, Grübel (intervista alla Nzz am Sonntag) per il quale Thiam ha fatto comunque una brutta figura e forse sarebbe meglio ritornare ad avere uno svizzero come amministratore (si veda il precedente numero di area).

 

Com’è sempre avvenuto in tutti i casi di malevicende capitate a banche o grosse imprese, annotiamo subito che la responsabilità cade sempre su un subordinato (caso isolato, pecora nera), mai sul Ceo ignaro o sul sistema che avrebbe l’etica incorporata. A titolo di complemento aggiungiamo pure che Credit Suisse utilizza un programma (software) americano per sorvegliare la corrispondenza di tutti i dipendenti per motivi di sicurezza.


La buona logica vuole che le conclusioni non siano  più grandi delle premesse. Si dirà quindi che non si può partire da questa vicenda per arrivare dove arriveremo. Quella vicenda permette però di rilevare un sistema (nonostante la smentita) con una emblematica contraddizione.
Il sistema. Uno degli assiomi che domina il mondo del lavoro è quello della flessibilità. Secondo la macchinazione “liberale”, che funziona sempre a pieno regime, un salario minimo, dei limiti ai licenziamenti, dei controlli sul lavoro o sulla circolazione delle persone o sulla veridicità delle buste paga (o – per dirla in termini riassuntivi – ogni forma di legislazione del lavoro) sono tutti pregiudizi e intralci arrecati allo sviluppo dell’impresa, impedimenti alle capacità di chi vuole una buona ed efficiente salute dell’economia.

 

Opporsi alla flessibilità significa quindi essere nemici dell’economia, dell’occupazione, della crescita, del benessere. Noi diciamo che è ormai purtroppo facile dimostrare come la flessibilità applicata risulti sempre più simile a una condizione di repressione o ricatto, un modo per dominare e ridimensionare il lavoratore con rapporti di lavoro abnormi. L’evoluzione in atto è tale che si arriva a sostenere, dalla politica dominante, che dal momento che il mondo del lavoro diventa sempre più variabile, precario, insicuro, insidiato dalla tecnologia, trovare una sorta di cittadinanza sociale al di fuori del contesto lavorativo retto da legge e contratti collettivi, è ciò di cui gente o famiglie hanno bisogno.


La contraddizione. Gli imprenditori o i vari Ceo, si trincerano nella rigidità, ritengono che la flessibilità, proclamata come perno del sistema, vale per gli altri ma non per loro. Vogliono infatti proteggersi bloccando o spiando la mobilità dei dipendenti, impongono clausole di non-concorrenza, esigono restituzioni per la formazione ricevuta, pretendono l’attribuzione automatica di eventuali brevetti al datore di lavoro, sistemi di rimunerazione differiti, accordi illegali per non lasciarsi sottrarre  personale formato e informato, divieti di esercitare in settori  finanziari sino a quattro anni dopo le dimissioni, perseguimento penale del salariato se appena annusa un segreto degli affari.


Diceva un tale che nella logica formale la contraddizione è il segno della sconfitta. Capita, anche se ci rimane la vera questione di oggi, che è quella di tornare ad avere il controllo del “proprio posto di lavoro”.

Pubblicato il 

10.10.19..
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