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Fiscalità più giusta

di

Werner Carobbio
«Prendere in considerazione gli utili da capitale nel reddito imponibile è non solamente giudizioso dal punto di vista del regime fiscale, è anche una questione di giustizia fiscale». È quanto sostengono diversi professori dell’Università di San Gallo, non sospetti di particolari simpatie per la sinistra e i sindacati. È anche la tesi del rapporto Behnisch commissionato dal Dipartimento federale delle finanze secondo il quale «la tassazione degli utili da capi-tale è fondamentalmente indispensabile per ragioni di uguaglianza dei contribuenti davanti alla legge». Ed è quanto chiede l’iniziativa popolare «per un’imposta sugli utili da capitale» lanciata nel 1997 dall’Unione sindacale svizzera e sostenuta del Partito socialista in votazione il prossimo 2 dicembre, che prevede: • di tassare gli utili da capitale con un tasso del 20 per cento, • l’esonero dall’imposta degli utili conseguiti fino a 5’000 franchi, • la possibilità di dedurre le perdite da capitali nei due anni successivi. Un’iniziativa sensata e moderata finalizzata a correggere un’ anomalia del sistema fiscale svizzero che non impone i guadagni delle operazioni/speculazioni sul commercio di titoli. Chi in questi anni – Ebner insegna – ha lucrato milioni commerciando privatamente in titoli, in borsa e fuori, non ha pagato un becco di quattrino. A differenza di chi ha depositato i risparmi del suo lavoro in libretti di risparmio o in obbligazioni di cassa che sugli interessi paga l’imposta preventiva del 35 per cento. O degli azionisti che investono in attività produttive che sui dividendi pagano pure l’imposta preventiva. O dei privati che per un motivo o l’altro fossero indotti a vendere loro proprietà – terreni o case – che pagano l’imposta sugli utili immobiliari. Un’ingiustizia fiscale che favorisce i finanzieri d’assalto del capitalismo nostrano. Negli ultimi sei o sette anni, nonostante la crisi, il valore delle azioni è cresciuto di circa 600 miliardi. La Svizzera è uno dei pochi paesi dell’Europa che non impone fiscalmente quegli utili. La logica, il buon senso giustificano la proposta dell’iniziativa. Ma la maggioranza del parlamento, il padronato e i partiti borghesi non ne vogliono sapere. Pretendono che il rendimento della nuova imposta sarebbe ridotto, i costi amministrativi eccessivi. Come se un gettito oscillante, a seconda delle stime, fra i 300/400 milioni e il miliardo di franchi annui fosse poca cosa. Aggiungono che in Svizzera a differenza di altri paesi conosciamo, a livello cantonale, l’imposta sulla sostanza che già colpisce titoli e azioni. Dimenticando che anche i depositi a risparmio sono tassati come sostanza e i relativi interessi come reddito. L’imposta sugli utili da capitale non rappresenterà un onere superiore per la sostanza tassata a livello cantonale, ma un’imposta federale moderata sugli utili. Per finire dicono che il quadro generale attuale, con le borse in crisi, è diverso da quello che c’era al momento del lancio dell’iniziativa. In realtà se si fa una valutazione sul medio periodo la tendenza della borsa rimane positiva con un rendimento, anche dopo ripetuti periodi di debolezza, dal 7 all’8 per cento. Una volta ancora siamo di fronte alla solita scelta. La difesa dei privilegi dei grossi operatori finanziari privati a danno degli interessi generali e dell’equità e della giustizia fiscale. Di fronte a simile cocciutaggine la risposta deve essere una sola: un Sì all’iniziativa il prossimo 2 dicembre.

Pubblicato

Venerdì 23 Novembre 2001

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