< Ritorna

Stampa

 

Fiscalità della discordia

di

Silvano De Pietro
Non ha sorpreso, la scorsa settimana, l'annuncio dato dai minsitri dell'economia, Hans-Rudolf Merz, e degli esteri, Micheline Calmy-Rey, secondo cui il Consiglio federale non cederà alla richiesta dell'Ue di avviare un negoziato sulla fiscalità delle imprese. La posizione in materia del nostro governo era già nota: la Svizzera non viola nessun accordo e, di conseguenza, non è tenuta a negoziare su un tema che tocca la sua stessa sovranità. Tuttavia, il Consiglio federale si dice disposto ad aprire su questo tema un dialogo con l'Ue.

Ma che cos'è esattamente questa storia della tassazione delle imprese che l'Ue contesta alla Svizzera? Semplice: alcuni cantoni (Uri, Lucerna, Obvaldo, Zugo, Svitto...) applicano tassi particolarmente bassi per alcuni tipi di società, ad esempio le holding, che in Svizzera hanno solo delle attività amministrative. Per esempio, l'imposizione totale (imposte comunali, cantonali e federali) alla quale sono sottoposte le aziende a Zugo si situa tra il 14 e il 17 per cento. A Obvaldo, il nuovo tasso d'imposizione del 6,6 per cento sugli utili aziendali risulta attualmente il più basso della Svizzera.
Il problema sorge nel settembre del 2005, quando la Commissione europea scrive una lettera a Berna per chiedere informazioni su tali pratiche fiscali cantonali, citando esplicitamente i cantoni di Zugo e Svitto. Bruxelles sostiene che i privilegi fiscali concessi a imprese che non operano sul territorio svizzero siano da considerare aiuti statali, che direttamente o indirettamente ostacolano il buon funzionamento dell'accordo di libero scambio stipulato dalla Svizzera nel 1972 con l'allora Comunità economica europea.
A metà dicembre 2005 una delegazione svizzera incontra i rappresentanti dell'Ue per discutere la questione, ma non si riesce a trovare un'intesa: Svizzera e Ue rimangono sulle rispettive posizioni. Ma a luglio 2006 il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ribadisce che i vantaggi fiscali violano le regole del mercato interno dell'Ue. Questo avviene dopo che in gennaio il segretario di stato Michael Ambühl aveva inutilmente tentato di convincere la Commissione europea che «si tratta di una questione giuridica e non di un problema politico»; e dopo che in marzo l'ambasciatore Bernhard Marfurt, capo della missione elvetica presso l'Ue, aveva  trasmesso alla Commissione europea un documento "solido e trasparente" che spiega il punto di vista svizzero e le relative basi giuridiche.
In maggio (sempre dell'anno scorso), ancora una riunione del comitato misto Svizzera-Unione europea non riesce a comporre il dissidio, finché a novembre  il direttore generale delle relazioni esterne dell'Ue minaccia d'inviare a tutti gli Stati membri un documento nel quale si esige dalla Svizzera il rispetto delle regole in vigore nell'Unione europea. Neppure il sì popolare del 26 novembre al miliardo di coesione a favore dei nuovi paesi membri dell'Ue, induce Bruxelles ad allentare la pressione sulla Svizzera. Anche gli abbondanti sorrisi dispensati nel corso di un incontro tra la consigliera federale Calmy-Rey e la commissaria europea Benita Ferrero-Waldner non servono a nulla.
Si arriva così a marzo di quest'anno, quando la presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey definisce le esigenze dell'Ue "inaccettabili". Il 24 aprile un comitato di esperti europei propone al Consiglio dei ministri dell'Ue di conferire un mandato ufficiale alla Commissione per negoziare con la Confederazione. Il 28 aprile il nostro ministro delle finanze Merz propone una riforma fiscale incentrata sulla diminuzione delle imposte sugli utili. Infine, a metà maggio, la decisione del Consiglio federale di rifiutare il negoziato e di aprire un dialogo. Per l'ambasciatore dell'Ue in Svizzera, Michael Reiterer, questo è «un primo passo nella giusta direzione».

Un contenzioso ma tre problemi

A dire il vero, di contenziosi con l'Unione europea in materia fiscale il nostro Paese ne ha più di uno. Ne esistono di tre tipi: quello di natura giuridica, che riguarda la definizione ed il perseguimento di certi reati (l'evasione fiscale, il contrabbando, il riciclaggio, ecc.); quello che concerne i problemi posti dalla doppia imposizione e in gran parte regolati da accordi bilaterali con i singoli stati; e quello relativo alla concorrenza fiscale. Sono tutte questioni che –  anche quando sembrano risolte con accordi siglati, ratificati e già esecutivi – possono essere nuovamente riaperte in qualsiasi momento.
In effetti, la situazione reale può cambiare anche se la cornice giuridica rimane ferma. Fino a pochi anni fa, per esempio, si dava per scontato che la giustizia ed il fisco fossero componenti intoccabili della sovranità dei singoli stati, anche nell'ambito dell'Ue. Ma negli ultimi tempi si è rafforzata in Europa la tendenza ad uniformare sia le procedure giudiziarie (come il mandato di cattura europeo, gli accordi di Schengen e Dublino, ecc.), sia i sistemi d'imposizione fiscale, allo scopo di far funzionare sempre meglio il mercato unico, parificando le condizioni quadro nei diversi paesi ed eliminando gradualmente ogni ostacolo alla libera concorrenza.
Ecco perché anche accordi bilaterali che in passato singoli stati membri dell'Ue avevano stipulato con paesi extracomunitari, oggi diventano obsoleti e vengono superati da intese collettive con tutta l'Unione (come gli accordi bilaterali Svizzera-Ue). Ogni questione, anche se apparentemente risolta, può improvvisamente essere rimessa in discussione. Un esempio è il segreto bancario: un tema che, sollevato con frequenza, è diventato quasi un chiodo fisso per alcuni paesi, o per qualche commissario europeo. Ma al momento fanno discutere le agevolazioni fiscali concesse alle persone ed alle imprese non residenti nella Confederazione.
Nel caso delle persone, il problema sembrava risolto con l'accettazione dell'imposta preventiva applicata dalla Svizzera agli utili versati anche sui capitali di cittadini dell'Ue, e poi stornata a favore dei rispettivi paesi di residenza. Ma i cantoni hanno trovato il modo di farsi concorrenza nell'attirare i ricchi stranieri con l'imposizione forfettaria (o globale), facendo torto questa volta non all'Ue, ma ai contribuenti svizzeri che sono tassati regolarmente. È l'ingiustizia generata dalla concorrenza fiscale.

Pubblicato

Venerdì 25 Maggio 2007

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 4 Giugno 2021