«In God we trust». Suonano quasi come una beffa queste parole stampate sul fronte dei dollari americani. Perché in realtà il mercato finanziario globalizzato ha perso ogni fede. Non c'è Dio che tenga questa volta. Istituti bancari, intermediari finanziari e assicurazioni cadono come foglie su rami d'autunno in queste settimane. Stati interi e geograficamente lontani dall'origine della crisi – ma ormai non più conta nulla – rischiano la bancarotta. I banchieri centrali balbettano le loro soluzioni – dopo anni in cui sono rimasti silenti – iniettando giocoforza liquidità nel mercato monetario, mentre i ministri del tesoro mettono mano al borsino come chi ha un'arma puntata alle tempia. I governi di mezzo mondo stanno cercando di mettere i cerotti su una ferita che è ormai troppo estesa. Viviamo l'ennesima crisi della finanza globale, il nuovo grande crac.
Come ne usciremo questa volta? C'è chi preconizza una Nuova Grande Depressione degna della crisi del 1929. Forse non arriveremo a tanto.
L'alta finanza è riuscita a  trasformare in incubo il legittimo e umano sogno di molti americani. Già dal 2003 negli Stati Uniti si osservava la crescita della nuova bolla. Questa volta nell'immobiliare. Il valore delle case cresceva senza motivazione alcuna, o meglio cresceva grazie all'aspettativa di crescita di ogni nuovo acquirente. Come il cane che si morde la coda. Il crac della New Economy aveva sancito la fine dell'ubriacatura tecnologica, il mercato aveva perso la fiducia in questo genere di titoli finanziari. Non c'era più da guadagnare, tutto qui. Le enormi quantità di capitale avevano però bisogno di una nuova rapa da cui cavare sangue. Già nel 2004, come avevamo riferito anche noi di area, venivano concesse ipoteche non solo a tassi bassissimi, ma anche capitali che coprivano quasi interamente il costo della casa. Il miracolo della finanza che moltiplica i pani e i pesci permetteva anche alle famiglie americane più povere il sogno di una casa propria. C'era chi non credeva ai propri occhi, e come dargli torto? Il debito microeconomico delle famiglie è stato trasformato in un bene macroeconomico. Il sogno era reso possibile, ed è bene ricordarlo, anche dalla politica monetaria attuata dall'ex semidio della banca centrale americana (Fed) Alan Greenspan che ha tenuto per anni i tassi di interesse a livelli bassissimi. Gli organi di sorveglianza, in aggiunta al laisser-faire della Fed e del governo, non hanno stabilito le regole del gioco, al massimo hanno fischiato il fallo quando lo sgambetto fra i giocatori stessi era palese. I rischi dei famigerati subprime – le ipoteche concesse ai poveri d'america – sono stati in maniera del tutto legale inscatolati in nuovi prodotti finanziari immessi immediatamente sul mercato. Prodotti il cui valore cresceva in maniera esponenziale all'abbassamento dei tassi di interesse e all'aumentare del valore degli immobili.
Ma non solo: la finanza al rovescio permette di guadagnare in ogni scenario, anche quando il corso delle mortgage backed securities (i titoli legati alle ipoteche) crollano a picco. Non ci sono limiti alla creatività finanziaria. E non è un caso che Aig, la multinazionale americana dell'assicurazione, sia fallita. Perché i rischi andavano assicurati da qualche parte e Aig ha voluto essere della partita. Fra gli acquirenti di queste mortgage securities ci sono banche ritenute fra le più solide del mondo: Lehman Brothers è fallita nonostante le agenzie di rating l'avessero valutata fra le più sicure al mondo. Al momento della chiusura dei conti per ogni dollaro in deposito la Lehman ne aveva presi 33 in prestito.
Anche Ubs ha giocato la sua partita. Ha vinto o perso? Qualcuno ha perso e qualcuno ha vinto, perché questo non è un gioco di squadra. Di fronte alle forti svalutazioni di capitale dovute all'esposizione ai titoli legati alle ipoteche americane è bene ricordare che c'è anche l'enorme cifra – che va al di là di ogni umana immaginazione – di 66 miliardi di franchi di utile netto (come mostriamo nell'articolo a fianco) conseguiti fra il 1998 e il 2006 dall'istituto elvetico. Dove e a chi sono andati questi soldi? Come sono stati fatti questi utili?
Veniamo ad oggi e alla crisi che infuria. È bene ricordarci che né il mercato né i governi si sono ravveduti di propria volontà di fronte al disastro annunciato. La bolla gli è semplicemente scoppiata in mano. Solo quando non è stato più possibile negare l'evidenza, dallo stato di veglia siamo scivolati nell'incubo. Solo quando a fronte del rialzo dei tassi ipotecari le famiglie americane sono finite in bancarotta, e i mortgage securities sono colati a picco, i titoli spazzatura sono diventati intoccabili. Prima erano la nuova manna caduta dal cielo contesi a suon di miliardi dalla banca nella sua veste di avida investitrice. Ora, come ci spiega l'economista Napoleoni nel dossier, il problema è di "fiducia". Fiducia fra banche che non si prestano più denaro e fiducia degli operatori finanziari nella ripresa del mercato. I governi e le banche centrali stanno innaffiando il sistema. Eppure nonostante l'approvazione del piano Paulson da parte del Congresso americano il mercato ha già mostrato – con la chiusura pesantemente in rosso di lunedì delle borse – di essere molto più forte di qualsiasi Stato. Di essere lui il protagonista dell'economia e non un suo strumento.
Ci siamo costruiti un'economia di carta pesta, manovrata da un clic sulla tastiera di un computer condito dalla fiducia di pochi ma importanti investitori attivi a livello planetario. Il capitalismo, quello sano, quello che ha permesso tramite il risparmio microeconomico del singolo di creare benessere per la società intera (almeno quella dell'Occidente) è in fase terminale. La mano invisibile ci ha schiaffeggiati. Le banche hanno perso di vista il loro ruolo primordiale: quello di creare banchieri in grado di mediare fra i risparmi privati e un progetto imprenditoriale, pubblico nel senso macroeconomico, che possa portare ricchezza alla società intera. Anche la borsa non è più un mercato dei capitali al quale le aziende possono accedere per un progetto imprenditoriale di crescita.
Se non impareremo da questa lezione, ma è davvero difficile crederlo, e se non cadremo in nuova Grande Depressione la "bassa finanza" si creerà un nuovo idolo. Fino allo scoppio della nuova bolla.

Pubblicato il 

10.10.08

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato